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I Migliori Album dell’Indie Italiano del 2025

aIl 2025 dell’indie italiano è stato un anno che ha suonato forte, vibrato nelle cuffie e lasciato cicatrici sul cuore. Tra ritorni inattesi, nuove voci incandescenti e dischi che sembrano mondi da abitare, la scena ha trovato nuove forme e nuovi respiri. Ci sono album che abbracciano, altri che graffiano e altri ancora che ti cambiano senza chiedere permesso. Abbiamo ascoltato, discusso, litigato e infine scelto le venti opere che più di tutte hanno raccontato questo tempo.

Pronti a scoprire quali sono i dischi protagonisti dell’indie italiano del 2025?

La Niña – Furèsta

FURÈSTA è il nuovo album di LA NIÑA, il progetto musicale di Carola Moccia, cantautrice e produttrice. Il disco, che segue VANITAS (2023), è un racconto allegorico che trascende il tempo e va oltre le tradizionali narrazioni su Napoli. Le dieci tracce esplorano una Napoli diversa, lontana dai soliti stereotipi di criminalità e moda, per abbracciare la campagna come culla della tradizione musicale.Il suono di FURÈSTA è radicato nella musica antica e rurale, non urbana, e affronta temi personali e collettivi. L’album mescola canti popolari, voci femminili e strumenti tradizionali come il mandolino e la chitarra battente, con suoni inusuali come il fruscio dei capelli sui tamburi. Gli animali, simbolo di libertà, sono protagonisti di questo viaggio, che si conclude con una traccia che rappresenta il sogno di Carola, “PICA PICA”. FURÈSTA è una liberazione personale e culturale, un’opera che invita ad immergersi nella sua atmosfera evocativa e misteriosa.

CENTOMILACARIE – Io Nessuno

IO NESSUNO è il primo album ufficiale di centomilacarie: raccoglie tracce scritte perlopiù di getto, inseguendo l’istantaneità di un’emozione o di un’inquietudine e catturando con un linguaggio crudo e poetico un sentire che straborda dagli argini: tra prime volte, fughe e smarrimenti, angosce ed esistenzialismo, le storie di centomilacarie trovano un nuovo lessico e una nuova chiave per decodificare un disagio emotivo generazionale, raccontato con il suo disordine e la sua urgenza.Sullo sfondo i colori di una provincia che emerge nei suoi dettagli più brutali e concreti ma anche trasfigurata in una dimensione onirica, con il suo carico di rabbia o di frustrante rassegnazione, con i suoi tempi che possono essere estremamente dilatati o scorrere velocissimi, quando si è attraversati da una forte ispirazione o emozione. Le canzoni di centomilacarie sono flussi che incorporano emozioni universali, cantate attraverso il graffio della sua voce e la potenza delle immagini dei suoi testi, diventando un esorcismo per angosce, paranoie e vulnerabilità condivise da tanti.

Amor Proprio (Album) – Frah Quintale

Che cos’è l’amor proprio? Una forma di amore che diamo agli altri, oppure la capacità di rivolgere lo sguardo su noi stessi con cura, ma anche con dolore ed onestà? Proprio così Frah Quintale ritorna con il suo nuovo album, un viaggio tra luci e ombre, tra notti insonni e voglia di riscatto. L’artista mette in scena un confronto con la solitudine, la rottura, la memoria e il desiderio di diventare architetti della propria vita; dichiarando che dietro l’album ci sono anni di vita vissuta con eventi emotivamente intensi. Dal punto di vista sonoro troviamo un’evoluzione, Frah Quintale non si ripete, ma ricerca nuovi equilibri tra pop alternativo, urban e soul e anche la produzione è ben curata: si alternano momenti ricchi e altri minimal, che fanno respirare. “Amor proprio” è un lavoro che ci colpisce come un’onda inattesa, tutti viviamo momenti di buio, ma questo buio è fatto per essere attraversato e mentre ascoltiamo le sue parole non dobbiamo limitarci ad essere spettatori passivi.

(Benedetta Rubini)

Ada Oda – Pelle d’oca

“Pelle d’oca” è un disco che arriva come un colpo al petto e allo stesso tempo come una carezza graffiata, dove la paura diventa il vero motore emotivo. Gli Ada Oda trasformano ansie intime e fragilità collettive in canzoni veloci e ipnotiche, alternando ironia, malinconia e un’urgenza quasi teatrale. La voce di Victoria Barracato, con il suo italiano spigoloso, resta un’arma narrativa capace di rendere vivo ogni turbamento. La band racconta amori incrinati, gelosie corrosive e il timore di un mondo instabile e fuori controllo. Tra piazze in fermento e incertezze quotidiane emergono brani che parlano direttamente a chi conosce il peso dell’insicurezza. La scrittura è brillante, diretta e mai compiacente, capace di unire leggerezza sonora e profondità emotiva. Sul finale affiora la paura più inevitabile, quella della morte, trattata con crudezza delicata e lucidità poetica. “Pelle d’oca” diventa così un album di addio ma anche una testimonianza vibrante di ciò che la band è riuscita a lasciare: energia sincera e un’identità inconfondibile.

Laila Al Habash – Tempo

“Tempo” di Laila Al Habash è un disco che riflette sul peso e sulla bellezza dello scorrere del tempo, trasformando ansia, memoria e inquietudine in un pop elegante e consapevole. La cantautrice italo-palestinese sceglie di rallentare in un’epoca che corre, invitando l’ascoltatore a respirare, osservare e riconoscersi nelle fragilità che racconta. Le canzoni alternano nostalgia e lucidità, sogno e concretezza, con una scrittura intima ma mai autoreferenziale. Laila guarda alla tradizione italiana del passato e la fonde con sonorità contemporanee e contaminazioni culturali, costruendo un’identità sonora personale e riconoscibile. Il tempo diventa così un viaggio emotivo, occasione di autoanalisi ma anche possibilità di leggerezza e libertà. La sua voce, calda e sincera, diventa ponte tra generazioni e linguaggi diversi. Molti brani sembrano nati per il palco, ma conservano una forza interiore capace di toccare direttamente chi ascolta. “Tempo” non rivoluziona le regole, le rallenta: è un disco umano, vibrante e necessario.

COYOTE! (Album) – Giovanni Ti Amo

Parola d’ordine: sperimentazione. Un mix di personalità, la rappresentazione di varie sfaccettature dell’amore: questo è “COYOTE!” di Giovanni ti amo, il suo secondo album in studio. Il progetto è condensato in dieci tracce, ognuna con la sua particolarità: si passa da ritmi più marcati e decisi in pezzi come “prima della sete”, “rettile”, “cambiare per te”, all’esplorazione di una sfera più intima con “amare, tradire”, “il mare”, “un mondo in cui siamo io e te non esiste”, pezzi in cui Giovanni ci lascia in mano il suo cuore, mettendosi completamente a nudo. Tornando alla parola d’ordine: questo progetto è ricco di influenze musicali diverse. Non parliamo solo di testi variegati, ma di basi e sound studiati per non passare in secondo piano: l’equilibrio tra le componenti di ogni brano è perfettamente bilanciato, e crea un’atmosfera che si adatta ad ogni tipo di emozione. Un album che consiglierei a chi vuole farsi sorprendere e lasciarsi andare. “Coyote” è un viaggio in cui l’artista sperimenta, rischia, cambia pelle, ma allo stesso tempo matura e prende coraggio: un disco che non ha paura di mostrare tutte le sue forme e che, proprio per questo, riesce a parlare a chi lo ascolta con una sincerità rara.

(Sara Vaccaro)

Forse un giorno (Album) – Gioia Lucia

Il primo album di Gioia Lucia non chiede il permesso, entra in punta di piedi ma con voce chiara, e si prende il suo spazio.

“Forse un giorno” è un disco di formazione in tutti i sensi: non solo perché è il debutto di una cantautrice giovanissima, ma perché ogni traccia sembra voler mettere ordine, fare luce,  tra i frammenti sparsi dei primi vent’anni, quelli in cui tutto sembra iniziare e finire nel giro di pochi respiri. Il titolo è un invito a lasciare le cose in sospeso, a non dover sempre avere una risposta. E Gioia Lucia sa stare nell’incertezza senza affondare.

La scrittura è diretta e mai banale, i brani scorrono come pagine di un diario, tra confessioni sussurrate appena, corse a perdifiato per stordirsi un po’,  momenti in cui non si può far altro che stare ferme nel dolore e altri in cui ci si accorge che, in fondo, si è ancora vivi. Gioia Lucia scrive per davvero, con un’urgenza tenera e autentica, e sa farsi ascoltare senza alzare mai la voce.

Musicalmente, l’album è un vero mosaico: pop, elettronica leggera, accenni r’n’b e qualche sfumatura puramente indie convivono senza stonare, legati da una produzione sobria e attenta. La voce, fragile e limpida allo stesso tempo, si muove tra le parole con una sincerità disarmante.

Il primo album di Gioia Lucia non chiede il permesso, entra in punta di piedi ma con voce chiara, e si prende il suo spazio.

“Forse un giorno” è un disco che sembra uscito da una stanza reale, abitata e vissuta. E quando finisce resta la voglia di riascoltarlo da capo, per vedere se nel frattempo siamo cambiati un po’.

(Serena Gerli)

Gli innamorati (Album) – Dadamatto

C’è un senso di ritorno, ma non di nostalgia, in Gli Innamorati: non una ripresa, ma un riconoscersi dopo anni. Otto anni di silenzio diventano una pausa necessaria, il tempo di cambiare pelle. Il disco nasce da un’idea radicale di amore come scelta vulnerabile, non conveniente. Quattro mesi in campagna, con un asino di nome Natalino come spettatore, diventano simbolo di una poetica che sottrae per ritrovarsi.

La tracklist è un itinerario emotivo: da Giorni persi a Fumo, da Sangue a Summer of love, fino alla title track che chiude il cerchio. È un album che non chiede di piacere a tutti, ma di essere riconosciuto da chi porta le stesse ferite. Ricorda che perdersi serve a ritrovarsi, che si può smettere di inseguire il mondo per tornare a sé. Gli Innamorati è una confessione che arriva tardi, ma rimane addosso.

(Viola Santoro)

Inni e canti (Album) – Giallorenzo

I Giallorenzo abbandonano ogni certezza per abbracciare la frammentarietà. Ci ritroviamo così davanti ad un album dove ogni traccia sembra essere maceria di un mondo ormai in rovina.
Chitarre ruvide, cornamuse dissonanti, voci che si rincorrono come ricordi lontani: tutto in questo disco è spoglio, necessario, senza fronzoli. La scrittura è minimale ed incisiva, capace di raccontare la solitudine, la paura, il bisogno disperato di trovare ancora un senso tra quei resti.

Confessioni sussurrate a denti stretti, inni spezzati che parlano di amori impossibili, battaglie interiori, speranze che riescono a brillare anche nel buio. Ogni brano è un piccolo naufragio emotivo, la colonna sonora di chi ha smesso di cercare una via di fuga e ha deciso di restare, nonostante tutto.

La produzione, sporca e viva, restituisce tutta la forza fragile di queste canzoni, tra ballate malinconiche e esplosioni corali che sembrano venire da un tempo lontano Inni e canti non è un disco facile che non pretende di esserlo. È la voce di chi, pur tremando, sceglie ancora di cantare.

(Serena Gerli)

Itami (Album) – Cara Calma

Itami il nuovo album dei Cara Calma è un viaggio profondo nella sofferenza umana, il dolore purtroppo è uno stato che ci accomuna tutti. Non a caso il titolo riprende la parola giapponese espressione del dolore fisico, emotivo e psicologico.

Spesso ci sentiamo rassegnati e disperati e le emozioni negative ci fanno un “Male Cane”; proprio in questo brano dell’album i Cara Calma parlano di alienazione e solitudine: tutti noi possiamo essere i protagonisti, in quanto ci sentiamo mostri sconosciuti e disperati.

“Cosa darei a fare alba con te, a fare schifo fino a vomitare”, nonostante ci autodistruggiamo a volte vogliamo e abbiamo bisogno di condividere con qualcuno i nostri momenti, anche se negativi.
Attraverso testi taglienti e sonorità rock “Itami” racconta il dolore, un dolore che non sempre è una condanna, ma che può diventare motore di crescita personale.
Dovremmo iniziare a vedere il dolore come una tappa verso qualcosa di nuovo, trasformando le nostre ferite in cicatrici.

(Benedetta Rubini)

L’amore è tutto (Album) – Eugenio In Via Di Gioia

E se fosse mezzanotte e la luna non brillasse? E se il marciapiede non avesse buche ma cadessimo lo stesso? E se le orme delle scarpe nel fango fossero troppo piccole per essere nostre? E se piovesse a dirotto ma non ci fossero pozzanghere? E se i tarocchi ci avessero preso un’altra volta?

La superstizione non è per i deboli e neanche per i matti, è per i sognatori che decidono di vivere la vita in modo diverso. È fatta per chi riesce ancora a vedere un po’ di magia tra i secondi che passano troppo veloci. È per i bambini che, pur essendo cresciuti, vorrebbero ancora far correre gli anni sulle dita e dire finalmente di averne più di dieci alla domanda “quanti anni hai”.
Che poi chiamarla superstizione sembra esagerato, forse è semplicemente la voglia di continuare a vedere il mondo saturato e fare di ogni piccola conquista “Un’altra America”… hahaha, detto così sembrerà qualcosa di assurdo, di irraggiungibile. Siamo abituati a considerare “conquiste” solo ciò che ci porta al limite, ciò che sta dall’altra parte del mondo (letteralmente) quando, in realtà, una delle scoperte più belle potrebbe essere quella della conoscenza di noi stessi. Un nuovo continente, un nuovo stato, un nuovo cosmo. Il nostro cosmo. Quello fatto da costellazioni a forma di pallone, di bambole, di pupazzi, quel cosmo che, un po’ come lo spazio, abbiamo lasciato alle spalle perché diamo per scontato di conoscerlo.

Cambiamo le carte in gioco, si mischia il mazzo, fuori piove ed abbiamo comprato dei tarocchi diversi. Sulla scatola c’è una descrizione, sembrano essere dei tarocchi personali, dei tarocchi che riescono a leggerti dentro. Strano, no? Gira la prima carta, “Buio”. La pioggia si ferma, i cani non abbaiano più ed una luce ti illumina lo sguardo. Un’immagine crepuscolare che rende la sensazione di spalle al muro cui ti costringe il tuo Io più recondito. Le carte ti invogliano a guardarti dentro, ti spingono verso l’America che hai dimenticato. La “Luna” riprende a brillare e diventa così il simbolo di rinascita da una sensazione di burnout, ti dice di riprendere a sognare, diventa il faro che ti guida tra i pensieri, ti illumina la strada e nella “Notte Gelida” prova a darti calore. Non dà adito a momenti di tristezza e se anche avessi bisogno di stare un po’ al freddo, potrebbe spegnersi con un interruttore. Il viaggio verso l’America sembra lungo, tortuoso, insidioso ma è ciò che ci vuole “Per ricominciare”: lasciare tutto all’aria, pagare i debiti, ripartire dalla fermata che preferiamo.

Sarà proprio nella ripartenza che l’emozione sprofonderà in una “Danza” incontrollata, apoteosi di fuoco e fiamme che bruciano dentro ed alimentano il cuore verso la novità. Inizia il viaggio senza Telepass verso un “Infinito” tutto da scoprire, con lati della medaglia che si contrappongono e un po’ come lo yin e yang non vedono l’ora di ritrovarsi. È il momento di dire “Stammi Lontano” ma non abbandonarmi, rimani lì anche se non ci sono, per sempre insieme anche se lontani. “L’ultima Canzone” è il “Tutto” di questo nuovo album. È la presa di posizione davanti al dramma, è il soqquadro di paure che ti invoglia a vedere il mondo da un’altra prospettiva. È la voglia di amare incondizionatamente chi ci dimentichiamo sempre di avere: noi stessi. Diventare il nostro punto di vista, partire da noi per affermare di avere altro vicino. Essere il sine qua non di una vita che è solo nostra e di nessun altro. Ritrovarsi di fronte una luce calda e capire che i tarocchi non hanno accezioni positive o negative.

(Viola Santoro)

Phantom Favola (Album) – Belize

“Phantom Favola” è un disco che sa di strade deserte d’estate, motorini accesi e sogni ingombranti.
È il racconto di una rinascita, silenziosa ma indispensabile. Ogni brano sembra una cartolina sbiadita da un’adolescenza passata a immaginare la vita adulta, con tutto il carico di ironia, stanchezza, amore e malinconia che si porta dietro.

Il sound si fa denso, pieno di chitarre elettriche che spingono e si ritirano, creando una dimensione in cui tutto si fa fragile e vero.  I riferimenti musicali che hanno cresciuto la band si fanno colonna portante dell’album, tra alternative americano, indie italiano e suoni hip hop rarefatti. Un mix di influenze reinterpretato in chiave moderna e audace.

La scrittura resta pop, ma il modo in cui viene trattata è viscerale, senza maschere, cercando di dire solo ciò che conta, nel modo più diretto e sincero possibile.
C’è un filo narrativo che lega ogni canzone: la voglia di lasciarsi alle spalle una versione di sé ormai irriconoscibile, per ritrovarsi da capo, più autentici, più liberi.

È un disco che parla di formazione e crescita, con uno sguardo a volte dolce a volte disilluso. Ogni pezzo racconta della fatica di diventare adulti quando nessuno ti ha mai davvero spiegato come si fa e della voglia di lasciarsi alle spalle una versione di sé in cui non ci si riconosceva più, per ritrovarsi da capo, più autentici, più liberi.

“Phantom Favola” è il viaggio di chi, per tornare a casa, ha dovuto prima perdersi davvero.

(Serena Gerli)

Pixel (Album) – Ele A

“Arrivare è facile” ho letto in un commento, vieni, ti aspetto, vieni, ti aspetto. Così si apre il nuovo progetto di Ele A, che ci presenta il suo primo disco come un biglietto da visita: Pixel è un album variegato, multitematico, personale. Un progetto tanto atteso, in cui l’artista si espone per la prima volta a 360 gradi. Dalle sue origini svizzere, sempre al centro della narrazione, per poi passare ai temi dell’amicizia, dell’amore, della consapevolezza di sé, l’artista ci trascina in un vortice di energia pura, in cui ogni parola e ogni rima vengono calibrate al millimetro. Non esistono considerazioni giuste o sbagliate, esiste soltanto la sua storia: quella di una ragazza giovane, che ha voglia di raccontarsi solo tramite la sua musica.

Lo sforzo musicale che c’è dietro quest’album è notevole: i featuring sono ricercati e particolari, spaziano da colleghi del mondo rap, come Guè, Promessa, Sayf e il rapper francese NeS, ad artisti di generi completamente diversi, come Gaia e Colapesce. Le produzioni sono curate, innovative e cucite alla perfezione sui testi. Come già fatto in passato, l’artista ci tiene ad esprimersi nuovamente su un tema a lei vicino: l’essere donna in un genere musicale ancora controllato dagli uomini. Uomini armati più dei militari, ma quando c’è una donna, si sentono minacciati (da DDL). Ele A dimostra che per affermarsi in questo mondo non conta il genere: quando c’è talento, si può solo eccellere.

(Sara Vaccaro)

Post Mortem (Album) – I Cani

Se davvero tutto muore, allora questa è la più elegante delle resurrezioni.

“post mortem” è molto più di un ritorno: è la fotografia nitida e spietata di ciò che resta dopo la fine. Un album intimo e potentissimo, un’opera matura, vulnerabile e autentica. Niccolò Contessa scrive come solo chi ha imparato a lasciar andare sa fare: il tempo, l’ego, la forma. Le parole si fanno sottili e leggere, vivide e taglienti. Ogni brano è una riflessione su ciò che è stato, ciò che non si può cambiare, e su quello che, forse, si può ancora salvare. Un linguaggio essenziale e lucidissimo, in cui il dolore non viene urlato ma accettato con grazia.

Un’urgenza vera, trattenuta fino all’esasperazione e liberata in modo impeccabilmente dirompente, spoglio e feroce come solo la verità può essere Il suono accompagna ogni parola con incredibile classe : un’elettronica minimale, riverberi cinematici e momenti che vagano dal più luminoso dei sogni al più oscuro degli incubi, tra glitch vividi e un silenzio che pesa quasi più delle parole.

I brani scorrono come pagine di un diario mai scritto, tra sussurri che tolgono il fiato e danze ipnotiche ma disilluse. Ogni traccia ha il suo tempo, il suo battito, la sua ombra. “Post Mortem” non cerca consolazione, ma una forma di pace. È un disco che parla al passato per poter sopravvivere al presente. È l’esatto momento in cui il dolore si trasforma in arte, e l’arte in salvezza.

(Serena Gerli)

Quaglia Sovversiva (Album) – Marco Castello

Con Quaglia sovversiva Marco Castello firma il disco più ambizioso e inquieto della sua carriera, un lavoro che mantiene intatta la sua eleganza melodica ma la attraversa con una nuova urgenza espressiva. La scrittura resta luminosa e colta, sospesa tra dialetto e italiano, e trasforma il quotidiano siciliano in una narrazione simbolica e stratificata. I brani scorrono con naturalezza, sostenuti da arrangiamenti raffinati in cui jazz, funk e cantautorato convivono senza mai appesantire l’ascolto. Sotto questa superficie solare si muove però una tensione politica costante, fatta di immagini, allusioni e prese di posizione mai urlate.

Castello riesce a far ballare anche quando il messaggio è scomodo, dimostrando che la forma può essere seducente senza perdere profondità. È un disco che non cerca slogan ma lascia sedimentare le sue idee, colpendo con intelligenza più che con forza. La cura maniacale dei suoni accompagna un flusso continuo di pensieri e visioni, tenuti insieme da un equilibrio raro. Quaglia sovversiva è un album che chiede attenzione, ma ripaga con una ricchezza emotiva e musicale fuori dal comune. Una rivolta gentile, consapevole e profondamente mediterranea.

Siamo stati guai (Album) – Rosita Brucoli

L’album inizia, di fatto, con un epilogo (“Un fiore”) raccontando quasi con sola voce sua madre che sulla morte pianta un fiore, ricominciando da capo, e finisce con un altro epilogo (“Nuovo inizio”), brano morbido che conclude ma coincide con la narrazione dell’inizio del lavoro a questo album. Un cerchio che si chiude ma apre al futuro, grazie alla musica ma non solo. Grazie a tutto quello che c’è stato prima. E prima c’è stato tanto dolore, ma anche tanta ricerca d’amore per un padre che forse era più figlio. Ma in “Bambina” e “L’amore va” c’è la maturità di capire che genitori o figli lo siamo di indole, a prescindere dal riprodursi, e che non si trova mai un vero motivo per avercela coi genitori, che anche loro sono stati figli di altri e della vita, ma si trova sempre qualcosa per cui ringraziarli (“Siamo stati guai”).

Perché l’affetto c’è da ambo le parti, è intrinseco al dolore e alla debolezza e arriva anche quando vorremmo solo gridare, come nella dichiarazione di “Agente!”, un consegnarsi all’autorevole società contro cui siamo costretti a combattere, talentuosi o meritevoli o forse no. Ma tanto a chi sta in alto non cambia nulla, se ne fregano da dove veniamo. Per fortuna la sofferenza urlata trova conforto in altre voci come la nostra, e fa nascere nuovi legami, nuovi rifugi (“Non vuoi più drogarti alle feste”). Tenera, pura, diretta, spezzata e ricomposta. Rosita butta fuori tutta la sua vita e la sua morte, ed è pronta a partire da qui.

(Stefano Giannetti)

Speriamo – Venerus

Con “Speriamo”, Venerus torna a fare della musica un luogo di fiducia e smarrimento, di desiderio e ricerca. Ogni brano sembra nascere da una domanda lasciata sospesa, da quella tensione che abita chi prova a restare umano in un tempo instabile. È un disco che respira, che si apre e si chiude come un battito, tra introspezione e istinto. Le radici psichedeliche di “Magica Musica” riaffiorano solo in parte: qui il suono si fa più terreno, carnale, attraversato da pulsazioni hip hop, linee jazz e momenti di pura elettronica. I synth convivono con chitarre sporche e casse profonde, restituendo un paesaggio sonoro in cui Venerus si muove con libertà totale, mescolando mondi senza mai forzare l’equilibrio.

Le collaborazioni, da Gemitaiz a Cosmo, da Jake La Furia a Marco Castello, ampliano lo spettro narrativo del disco, che si trasforma in un dialogo collettivo, un mosaico di voci e linguaggi che si inseguono dentro la stessa vibrazione emotiva. Nei testi, Venerus parla d’amore e di corpo, di perdita e di rinascita, con quella sincerità disarmante che lo distingue. C’è ironia, erotismo, malinconia, ma soprattutto c’è la sensazione che dietro ogni parola ci sia una vita vissuta, un istante che vale la pena ricordare. “Speriamo” è un atto di fiducia verso la possibilità che tutto possa ancora cambiare. Un album che non cerca risposte ma lascia aperte le porte del dubbio, illuminandolo con grazia e coraggio.

(Serena Gerli)

Umana – Brucherò Nei Pascoli

“Umana” è un viaggio dentro l’esistenza, un ritratto collettivo di fragilità e resistenza, dove ogni voce trova spazio, anche quella che la società preferirebbe non ascoltare.
Con questo secondo album, i Brucherò nei pascoli mettono in musica un mondo fatto di persone ai margini, vite imperfette, destini sospesi. Coppie divorziate, angeli caduti, padri lontani, anime dimenticate: ognuno trova qui la propria dignità, una piccola verità in mezzo al caos. È un disco che guarda in faccia la realtà senza giudicarla, trasformando la disperazione in poesia, la rabbia in suono. Musicalmente, Umana è un mosaico in continuo movimento: un intreccio tra post-punk, rap ed elettronica, dove il rumore incontra la melodia e l’emozione si fa ritmo. La produzione di Tommaso Colliva amplifica la complessità di un progetto che non ha paura di cambiare pelle, di passare dal crudo realismo a un lirismo intimo e struggente.

La title track “Umana” è il cuore pulsante del disco, un delicato racconto di smarrimento e ricerca di sé, tra pianoforte e chitarra, dove una ragazza qualunque diventa simbolo universale di chi non si sente mai abbastanza. “Manila” apre un varco politico e poetico insieme, “Sale” reinterpreta De André con disarmante sincerità, “Andrea” commuove nel suo sguardo sull’autismo, arricchito dalla collaborazione con la cooperativa AllegroModerato. Ogni brano è un frammento di un’umanità in pezzi, ma viva, pulsante, vera. “Umana” è un album che non cerca di piacere: vuole scuotere, ferire, riconnettere. È un disco che abbraccia le contraddizioni e ci ricorda che la fragilità non è una colpa, ma un linguaggio.

Dentro c’è tutto: la rabbia, la dolcezza, la paura, la speranza. E soprattutto quella sensazione di esserci ancora, anche quando il mondo sembra dimenticarci. Perché, alla fine, essere umani è proprio questo: sentire tutto, anche quando fa male, e continuare a cantarlo.

(Viola Santoro)

Una lunghissima ombra (Album) – Andrea Laszlo De Simone

“Una lunghissima ombra” è una preghiera, un’omelia. Diciassette tracce che si muovono all’interno di questo mare forza 8 ove si alternano canzoni, interludi, strumentali evocative. Andrea Laszlo De Simone ritorna con nuovo lavoro ipnotico fatto di luci, ombre, pensieri intrusivi. Definirlo album sarebbe riduttivo; ricorda più un romanzo di formazione che decide di farsi strada nella vita dell’individuo; o meglio ancora un film, solo da ascoltare come lui stesso definisce. E’ un cantautorato dolce, tiepido sempre alla ricerca di nuovi perfezionamenti dietro i suoni e le parole; sue amiche sincere, che volteggiano e si incastrano nei chiaro-scuri della vita.

Le tracce sono oneste, veritiere e si stendono come panni al sole sull’individuo portandolo a riflettere su tutte le verità che ci investono dall’alba dei tempi: paura della morte, senso di abbandono, dolore nostalgico del ricordo. E’ un lavoro a tu per tu con il dialogo puntinato da alcune tracce interludio che delineano quel suo isolamento dalla realtà, vista più come approfondimento di quest’ultima che come fuga: “Neon”, “Diffrazione”, “Rifrazione” sono acque che scorrono, continuamente. Dopo aver annunciato il suo ritiro dai live, l’artista torinese riappare come un’ombra, appunto – qualcosa che adesso premeva per poter dire la propria, per conoscere la luce seppur dominata da oscurità.

(Mariangela Caputo)

 

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