Marco Castello – “Quaglia sovversiva” | Recensione

Marco Castello – “Quaglia sovversiva” | Recensione

Di Pietro Broccanello

Quaglia Sovversiva è il disco con cui Marco Castello compie un ulteriore e decisivo passo avanti nel proprio percorso artistico, confermandosi come una delle figure più riconoscibili e fuori asse del nuovo cantautorato italiano. Un album contenuto, composto da 10 tracce, che non cerca scorciatoie né ammiccamenti, ma che lavora per stratificazione, tenendo insieme scrittura musicale, visione politica e una poetica profondamente radicata nel corpo e nei luoghi. Marco Castello arriva a questo suo ultimo lavoro dopo aver affinato una cifra stilistica ormai dichiarata: una miscela personale di jazz, funk, canzone d’autore e dialetto, che qui però si fa più tesa, più consapevole, meno indulgente verso il gioco fine a sé stesso. 

Un disco che parla di resistenza quotidiana, di conflitto, di appartenenza, ma lo fa evitando gli slogan, preferendo immagini concrete, spesso spiazzanti, capaci di restare addosso all’ascoltatore. Fin dalle prime tracce si avverte una sensazione di movimento continuo, come se ogni brano fosse attraversato da una corrente sotterranea che impedisce alla musica di adagiarsi. La scrittura è asciutta ma densa, e Marco Castello stavolta (più che altrove) lavora per sottrazione: poche parole, scelte con precisione chirurgica, che aprono molto spesso scenari più ampi di quanto lascino intendere a un primo ascolto. In questo senso il titolo dell’album diventa una dichiarazione di intenti: la “quaglia” come animale apparentemente fragile, mimetico, ma capace di movimenti imprevedibili; ed è “sovversiva” non per posa ideologica, bensì per natura, per istinto proprio. 

La dimensione politica del disco emerge in modo netto ma mai didascalico, soprattutto in brani come Editto dal Sottoscoglio, dove la critica al militarismo e all’occupazione dei territori passa attraverso immagini poetiche che ribaltano la retorica del potere: “Fuori i militari da quest’isola / dov’è questo hangar fitta crescerà / la più bella foresta dell’umanità”.

È una scrittura che non urla, ma incide, e che trova forza proprio nella sua apparente calma. Allo stesso tempo Marco Castello non rinuncia a uno sguardo intimo e umano, come dimostrano canzoni più raccolte come Fare Ninna, dove il tono si fa quasi sospeso, tra carezza e disincanto, e la voce sembra accompagnare l’ascoltatore in uno spazio fragile, domestico, lontano dalla retorica della rivolta ma non meno politico nel suo rifiuto della brutalità del presente. 

Musicalmente, Quaglia Sovversiva è un disco ricchissimo, con il sound sofisticato al quale ormai ci ha abituati Castello, che gioca con arrangiamenti mai sovraccarichi ma sempre dinamici, in cui il basso e le tastiere dialogano con naturalezza, mentre la sezione ritmica mantiene una tensione costante, spesso funk, a tratti jazzata, capace di sostenere anche le soluzioni più oblique. Brani come Mutu E Scippi Coppa o Nascondigli mostrano la capacità del cantautore siciliano di muoversi con disinvoltura tra groove sinuosi e improvvise aperture melodiche, senza perdere coerenza.

Il dialetto siciliano non è mai un elemento folkloristico, ma uno strumento espressivo essenziale, che aggiunge spessore emotivo e ritmo interno ai testi, come accade in Chiuvìti/Nun Chiuvìti, dove la lingua diventa quasi un elemento percussivo, scandendo un tempo che è insieme meteorologico ed esistenziale. In Eureka, invece, emerge con forza il tema della scoperta, della presa di coscienza, raccontata come un processo fragile, ironico, mai trionfante, in cui l’individuo si misura costantemente con la collettività e con i propri limiti. 

Rispetto ai lavori precedenti di Marco Castello, Quaglia Sovversiva appare meno legato alla dimensione del bozzetto e più orientato verso una narrazione ampia, quasi corale. Se Pezzi della Sera metteva al centro l’osservazione del quotidiano e delle sue contraddizioni più intime, qui Castello sembra allargare lo sguardo, assumendosi il rischio di parlare di un “noi” senza semplificazioni. È un disco che richiede attenzione, che non si consuma in sottofondo, ma che pretende ascolto e tempo, anche per cogliere le numerose sfumature armoniche e testuali che lo attraversano.

La voce di Castello resta uno degli elementi più riconoscibili del progetto: mai istrionica, spesso trattenuta, capace però di farsi tagliente quando necessario, sempre al servizio del racconto. In questo equilibrio tra controllo e abbandono risiede gran parte della forza dell’album. Quaglia Sovversiva non è un lavoro rassicurante, né cerca di esserlo: è un disco che sceglie di stare in bilico, di esporsi, di usare la canzone come spazio di interrogazione più che di risposta. In un panorama musicale spesso appiattito su formule ripetibili, Marco Castello conferma qui la propria vocazione artigianale e radicale, restituendo centralità alla scrittura, alla musica suonata, alla responsabilità di dire qualcosa che abbia un peso specifico. Un album che non ha bisogno di proclami per risultare politico, perché la sua sovversione passa prima di tutto dalla cura, dall’onestà e dalla volontà di non semplificare le cose.