“Guardo il mondo con gli occhi di una lepre. Con gli occhi di una ladra
Il respiro che si affanna è il mio cavallo di battaglia. La voglia di scappare
Quando tutto cambia, cosa può restare? Io ti cerco per le strade
Tu non sai dove guardare. Se mi perdi guarda il mare, il mare, il mare”
(Con gli occhi di una lepre, Santamarea)
C’è una nuova sensibilità che attraversa l’indie italiano: una musica che osserva il mondo con occhi inquieti, sempre in bilico tra il desiderio di fuggire e quello di trovare finalmente un posto in cui restare. I brani che emergono in questi giorni raccontano fragilità, slanci improvvisi e piccole rivoluzioni personali, usando la canzone come bussola emotiva per orientarsi tra paure, cambiamenti e identità in costruzione.
È una scena fatta di voci che non cercano la perfezione, ma l’urgenza di dire qualcosa di vero, di artisti che trasformano l’insicurezza in energia creativa e la distanza in racconto. In questo panorama, ogni nuova uscita diventa una scoperta, un invito a guardare la musica da una prospettiva diversa e più intima.
Questa selezione dei migliori brani indie italiani della settimana nasce proprio da qui, dal bisogno di dare spazio a chi sta costruendo il proprio suono mentre prende la rincorsa per farsi sentire.
Come gli astri brillano nel cielo, lontani e intangibili, ci sono persone che provocano in noi lo stesso strano effetto: capaci di brillare di luce propria e di illuminarci, ci rapiscono rendendoci immensamente fragili e vulnerabili. Con il suo nuovo singolo “Astri”, Mobrici racconta un amore imperfetto, che oscilla tra dipendenza emotiva e la lucida consapevolezza di vivere un legame totalizzante: “che se ti vedo giù sto male pure io, e quando vai via tu, sparisco pure io”.
L’amore non è sempre rose e fiori, ma spesso significa condividere il peso dei momenti bui, delle notti di pioggia e delle fragilità reciproche. Così, quegli astri che da lontano sembrano perfetti e luminosi, da vicino rivelano tutta la loro natura umana: non più promesse eterne, ma verità da accettare, anche quando fanno male.
(Sara Vaccaro)
“Vado oltre” è il nuovo EP di Davide De Luca, un progetto di 5 brani che racconta il bisogno urgente di superare limiti personali, giudizi esterni e stereotipi artistici. Nato da un profondo cambiamento umano e musicale vissuto tra l’Italia e l’estero, l’EP rappresenta una fase di piena consapevolezza e di esposizione senza filtri.
Dopo due anni al Conservatorium van Amsterdam e numerose esperienze live in Europa, Davide rientra in Italia con un’identità sonora più definita e una visione chiara: portare nel panorama musicale italiano testi in lingua italiana contaminati da R&B, Nu-Funk e influenze jazzy.
“Vado oltre” non è una risoluzione, ma una fotografia lucida del disagio contemporaneo. Tra odio sui social (“F__k Davide De Luca”), depressione giovanile (“Detto, scritto, fatto”), disillusione verso il sistema artistico (“Lecce town”) e urgenza di affermazione (“Tutto adesso”), l’EP racconta un mondo fragile e contraddittorio con un tono diretto e autoironico. Ad aprire il progetto, l’intro omonima “Vado oltre”, in cui il sax anticipa l’atmosfera emotiva dell’EP. Un lavoro maturo, fresco e ambizioso, che segna un nuovo capitolo nel percorso di Davide De Luca, deciso più che mai a farsi ascoltare, adesso.
Tango, il nuovo singolo di Zara Colombo, è un debutto che colpisce per profondità e identità. Il brano nasce da una dimensione intima e familiare, trasformando una storia privata in un racconto emotivo universale. Tra echi di Patagonia e malinconie sudamericane, la voce di Zara guida l’ascoltatore in un viaggio delicato ma potente. La produzione di Dumbo Gets Mad dona al pezzo un suono caldo, sospeso tra tradizione e modernità.
Il videoclip, girato tra Argentina e Brasile, rafforza questa sensazione di movimento e radici intrecciate. Ogni inquadratura accompagna la musica senza sovrastarla, lasciando spazio alle emozioni. Tango non è solo una canzone, ma un frammento di memoria condivisa. Un esordio che promette di lasciare un segno autentico nella scena musicale contemporanea.
Con “Scrivimi quando arrivi (punto)”, eroCaddeo compie un passo decisivo dopo l’esperienza di X-Factor, creando un album raccolto, vulnerabile e scritto più per sopravvivere che per convincere. Racconta una generazione che fatica a definirsi, che procede per tentativi e che spesso confonde l’abitudine con l’amore. In “metti che domani te ne vai” emerge con chiarezza il cuore del disco; l’ipotesi della perdita non è un evento improvviso, ma una possibilità costante.
“Il nostro amore era grandissimo, ma per te è un dettaglio piccolo” è emblematica della poetica dell’album: l’asimmetria emotiva e il sentirsi sempre un passo più coinvolti dell’altro è raccontata senza vittimismo, con una lucidità che fa male proprio perchè è semplice e tutti possiamo capirla. Nel complesso eroCaddeo vuole raccontarci la difficoltà di diventare adulti con la paura di sbagliare strada e di rimanere indietro, a volte sapere che qualcuno penserà ancora a noi è già abbastanza per andare avanti.
(Benedetta Rubini)
In un presente in cui il maschilismo continua a riemergere sotto forme più o meno sottili, questo brano ribalta lo sguardo raccontando la figura femminile come centro emotivo e forza trasformativa che può sia mettere in crisi che costruire. La donna non addolcisce l’uomo ma lo costringe a vedersi davvero dentro. Il testo evita idealizzazioni, l’amore qui non è un qualcosa che salva immediatamente, ma ridimensiona l’ego e costringe a fare i conti con i propri limiti e fragilità.
Dal punto di vista musicale Andrea Heros si allontana definitivamente dalle sole radici urban e rap, emergono una melodica tipica del pop britannico e un cantautorato contemporaneo che lo valorizzano. “Una donna” non è una dichiarazione romantica né una resa malinconica, ma ci fa capire che amare significa accettare di essere cambiati e messi in discussione.
(Benedetta Rubini)
I Vintage Violence in questo EP raccolgono cinque brani che fotografano senza filtri una fase artistica e umana precisa, attraversata da rabbia lucida, autoironia e un bisogno di verità. Il punk qui non è nè slogan nè posa, è uno strumento critico, che serve a dire cose scomode senza chiedere il permesso. Il disco si apre con “Contro la società securitaria”, che attacca frontalmente l’ossessione contemporanea per la sicurezza, la morte viene rimossa e con lei il valore stesso della vita.
Versi come “Privare della morte la vita stessa è come provare di una stanza l’aria” ci colpiscono per chiarezza e radicalità: zero retorica, solo una denuncia secca di un sistema che promette sicurezza mentre produce controllo.
Invece “Guaribili ottimisti” è il cuore emotivo dell’EP, è un brano minimale e diretto che ci presenta un collage di amori incompiuti e desideri che convivono con il cinismo. L’immagine delle “felpe nere” e delle “rette parallele” rappresenta legami che non coincidono mai del tutto.
“A Sentimento” è un progetto compatto, politico, ma senza essere ideologico e personale che non vuole di certo ricercare consenso.
(Benedetta Rubini)
La supponenza di voler prevedere il domani, in modo da accettarlo con più calma, porta l’uomo sull’orlo di un baratro. Nel corso della vita sembrano esserci delle tappe fisse, cioè dei momenti in cui si deve guardare in faccia la realtà tirando le somme.
Si può essere anche sovversivi, andare contro le regole aspirando alla felicità. Francis’ Scream si fa portatore di questo ideale con il brano “I clearly mustn’t know what the hell is going on” fugge dal vincolo della perfezione, facendosi realtà. Un urlo liberatorio che scuote le paure del futuro, nel quale anche le imperfezioni possono diventare occasione di rivincita. Una confessione cruda e sincera che culmina nella disillusione adulta: la sensazione di non essere fatti per la vita. Folk-pop e indie si intrecciano nella sua scrittura, tra storie di amore, desiderio e dolore, raccontate con immediatezza e forza evocativa.
(Nicolò Granone)
Quale occasione migliore per guardare il futuro con malinconia e speranza se non l’inizio di un nuovo anno con Ancora di SCAR come colonna sonora? La vita è fatta da un insieme d’atti che si susseguono a volte in maniera velocissima, mentre altre il tempo sembra non passare mai, creando un senso di ristagno.
Per andare avanti bisogna trovare il coraggio di lasciare indietro qualcosa, abbandonare le proprie sicurezze, gettandosi alla ricerca di nuovi spunti utili a stimolare l’azione. “Cambierò tutto quanto di me, un’altra volta ancora”. Questo brano mantiene una forte componente malinconica, sovracaricata dalle aspettative, molto spesso degli altri, che pretendono senza sapere.
(Nicolò Granone)
Il dolore può anche essere una scelta, invece che una conseguenza a tutto ciò che succede. Quando finisce una storia d’amore può capitare di rimanere in quel limbo di sofferenza, paradossalmente ricercando la tranquillità di un qualcosa che non esiste più, ormai rotto e dilaniato in mille pezzi. Quello che succede fuori rimane insignificante se il cuore continua a sanguinare, e se gli ex componenti della coppia, preferiscono rimanere lì, continuando a levarsi le croste, piuttosto che dare al tempo il potere di lenire le ferite, dove sta la verità?
Mi piace stare male, da urlare ad alta voce, come ritornello molto indie, ma fino a che punto ci si può permettere questo tipo di lusso? Tra tutte le bugie d’accettare, quanto fa paura credere alle conseguenze del nostro comportamento?
(Nicolò Granone)
Da creatura temibile nel pensiero più comune che la riguarda in mitologia, a essere vulnerabile. Forse unica testa ragionante (e quindi che fa raccapriccio ai più) in mezzo a tanti mostri inconsapevoli. Questa è la Medusa a cui si inneggia, seppur illustrandole in modo impietoso il dramma personale. I serpenti in testa si dimenano, sibilanti, sinuosi e aggressivi come le strofe del brano. Pensieri che gridano e si appellano alla nostra mente. “Meduse che nessuno sfiora” sono le fragili che si sentono sbagliate senza sapere che il cammino della correzione inizia proprio da lì, liberandosi dai preconcetti del sistema (“gli sbagli del tuo Dio”).
Ipnotico, disperato, spietato ma anche premuroso.
(Stefano Giannetti)
“Il tempo è una rapina, l’orologio infatti non lo metto”. Ruvido e dolce, viaggia nel tempo col desiderio di fermarlo, di ancorarsi al passato, di navigare da marinai nel flusso degli eventi. La Vanagloria sta in questo desiderio/presunzione, non a caso mente e orecchio sono paragonati agli organi femminili nell’antica (speriamo!) visione di massima ambizione che se ne ha. Ma Tutti Fenomeni è sia beffardo che reo confesso, e in quei “mi sono fatto vecchio” e “mi viene da piangere quando sono contento” dimostra che in fondo la bussola ce l’abbiamo sempre. E se stiamo attenti, perdere l’orientamento tra ricordi di cultura pop, nostalgia e imposizioni delle leggi di mercato, è solo un gioco.
(Stefano Giannetti)
Il duo modenese costruisce un racconto fluido che intreccia elettronica e attitudine rock DIY, fondendo dance, techno, house, downtempo, glitch, big beat e break beat in un corpo sonoro compatto ma mai prevedibile. “TRANSPARENCIES VOL.1” non è una semplice raccolta di tracce, ma un percorso che indaga la “trasparenza” come sinonimo di purezza, apertura e possibilità di immaginare una nuova realtà, capace di incidere positivamente sul mondo e sulle persone che lo abitano.
Il nuovo album dei MOOD è capace di parlare sia al corpo che alla mente, portando così l’ascolto ad una dimensione più trascendentale. Un primo volume che lascia intravedere un progetto più ampio e che continua ad avere voglia di sperimentare sempre di più.
(Ilaria Rapa)
“RICONDITO” di tabascomeno sembra arrivare da un luogo appartato, lontano dal rumore e dalle urgenze del presente. Cantautorale, intenso e viscerale, l’album fa della sottrazione e della cura il suo centro emotivo. Ma cosa significa “ricondito”? Raccogliere, custodire, proteggere ciò che è fragile prima di offrirlo all’ascolto.
Le canzoni di “RICONDITO” nascono in tempi diversi e lontani, attraversano stanze, città, notti e silenzi, portando con sé una sensazione di attesa e una maturità rara. Non c’è un concept rigido, ma una coerenza sotterranea che emerge brano dopo brano: tabascomeno si racconta senza esibizione, scegliendo di restare nei meandri più nascosti del sentire.
(Ilaria Rapa)
“Silenzio (tutto di me)” è l’album d’esordio di Elisa Coclite, in arte Casadilego, nato da un lungo tempo di riflessione e dalla scelta consapevole di rallentare dopo la vittoria a X-Factor. Il titolo ribalta il significato del silenzio, inteso come spazio pieno e accogliente, capace di contenere trasformazioni personali e artistiche. Il disco esplora una musica artigianale e fisica, con arrangiamenti ricchi, pochissimo programming ed elettronica suonata, e si muove tra folk anglo-americano, elettronica analogica e pop alternativo intimo e sincero.
Anche la copertina, firmata da Lella Povia, riflette questa ricerca di autenticità attraverso una grafica analogica. I brani raccontano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la libertà, le solitudini, le amicizie e la forza dei legami platonici, con l’Abruzzo come paesaggio emotivo di riferimento. “Silenzio (tutto di me)” è così un debutto maturo e consapevole, che sceglie l’ascolto e l’essenza al posto del rumore e delle pressioni.
(Pietro Broccanello)
“Appartengo al mare” è il disco d’esordio del cantautore pugliese De.Stradis, accompagnato dal video della title track girato a Torre Specchia. Formatosi al Conservatorio di Bologna e finalista a Musicultura 2024, De.Stradis collabora da oltre dieci anni con Filippo Bubbico, che ne firma anche la produzione e contribuisce a un sound raffinato tra tradizione italiana, R&B, soul, jazz e pop.
L’album, composto da undici tracce, nasce da due anni di crescita personale e da un’esigenza di scrittura autentica. Il mare diventa metafora del processo creativo e, allo stesso tempo, della comunità come spazio umano e culturale da raccontare. Musicalmente il disco alterna brani cantautorali e acustici a momenti più elettronici e sperimentali, mantenendo una forte coerenza espressiva. La produzione punta sull’essenzialità e sull’uso del nastro analogico, per restituire un suono naturale, imperfetto e profondamente umano.
(Pietro Broccanello)
Madre Padre, singolo che anticipa l’uscita del secondo album di Rossana De Pace, intitolato Diatomee, si muove adagio sul filo dell’introspezione tipica del cantautorato italiano di questo nostro nuovo tempo. Con una scrittura che privilegia a grandi linee la sfera emotiva, l’artista tarantina affronta con delicatezza il rapporto tra genitori e figli, meditando sull’eredità emotiva che questi lasciano in ognuno di noi. Il fulcro del brano è la voce – ogni cosa appare controllata, decisamente immediata. L’assenza di virtuosismi crea lo spazio sonoro funzionale al racconto interiore dell’artista.
(Mariangela Caputo)
Pulsa costantemente il nuovo singolo de IL CAIRO, Tsingtao, uscito in questa prima settimana del duemilaventisei. Con sé porta una freneticità ipnotica fatta di locali notturni, luci al neon, sveglie disattivate. L’atmosfera urbana è volutamente sospesa tanto da permettere la creazione di loop evocativi costanti: “Un bacio sulla circonvallazione/ sono pazzo di te, sono stanco di me”. La ritmica del brano rafforza la circolarità delle parole cantate che mantengono toni narrativi più interessati a raccontare, che ad impressionare l’ascoltatore. Come afferma lo stesso autore: Tsingtao, è un inno alla circonvallazione di Milano e a tutte le periferie dimenticate. <>. La città resterà per sempre di chi la vive.
(Mariangela Caputo)
Dopo una pausa di due anni, i Couscous a colazione tornano con un progetto fresco e autentico, che vuole raccontare l’anima della band più che la sua forma. “Alma” è il loro primo LP, ma anche un punto di incontro tra ciò che sono stati e ciò che stanno diventando: un disco che racchiude l’identità del gruppo e la mette in movimento, giocando con diverse culture, lingue e sonorità. Le influenze si intrecciano con naturalezza, passando dall’electro pop a suggestioni jazz e ambient, mentre i testi restano semplici e diretti, capaci di raccontare frammenti di vita in cui è facile riconoscersi. Anche i titoli seguono questa linea essenziale, lasciando spazio all’ascolto e invitando a scoprire significati che emergono piano, tra le parole e le note.
(Sara Vaccaro)
Marta Del Grandi ci regala un primo assaggio del suo nuovo album “Dream life”, in uscita il 30 gennaio, con un doppio singolo: l’omonimo “Dream life” e “Shoe shaped cloud”. “Dream life” nasce quasi come un richiamo improvviso: una riflessione sull’opposizione tra esperienza e desiderio, tra ambizioni e immaginazione. Marta racconta di aver rimandato a lungo la scrittura del brano, finché una voce interiore non le ha suggerito che fosse “il momento giusto”.
“Shoe Shaped Cloud”, invece, affonda le radici in un’esperienza visiva concreta: una nuvola rosa a forma di scarpa osservata in Sicilia, in inverno, al tramonto. Un’immagine potente, capace di trasformarsi in musica e di dare voce a pensieri e sentimenti legati alla sua sfera personale.
Con una voce autentica e un sound delicato, l’artista ci accompagna in un viaggio intimo e sospeso, anticipando l’universo sonoro del suo nuovo progetto. Un ultimo passo prima dell’uscita dell’album, che lascia spazio all’attesa e all’immaginazione.
(Sara Vaccaro)
Birthh sceglie di fermarsi, di ritagliarsi uno spazio minimo e necessario in cui tornare a esistere senza specchi esterni. “Truman” è una canzone che osserva la quotidianità e la riporta al centro, trasformandola in uno spazio di riconnessione con sé. ritrovando in quelle abitudini intime un modo per ascoltarsi, rallentare e rimettere a fuoco chi si è. Musicalmente il brano si sviluppa su una struttura essenziale, piano e voce che lasciano spazio alla voce calda di Birthh e ad una lirica diretta, quasi confidenziale. La produzione scarna amplifica la sensazione di vicinanza e rende il brano un momento di ascolto raccolto, in cui la fragilità non è esposta, ma semplicemente lasciata essere.
La scrittura procede per immagini semplici e concrete, piccoli rituali domestici che diventano confini emotivi. Birthh racconta il bisogno di distinguersi dagli altri senza rinnegare la collettività, cercando un equilibrio fragile ma necessario. “Truman” è una calma presa di consapevolezza, è saper riconoscere i propri desideri per non perdersi nelle aspettative altrui.
(Serena Gerli)
Santoianni ci porta in un viaggio nella fragilità dei gesti condivisi, nelle frasi lasciate a metà, negli oggetti banali che diventano linguaggio affettivo. In “Bring!” l’amore raccontato non è quello dell’urgenza o delle promesse, ma quello che resiste perché si rinnova ogni giorno, senza bisogno di dichiarazioni solenni.
La scrittura si presenta semplice solo in apparenza: dietro l’ironia gentile e le immagini quotidiane si muove uno sguardo lucido, capace di osservare la coppia nel suo tempo lungo, fatto di abitudini, piccoli rituali e fragilità accolte. Santoianni racconta la bellezza che rimane quando l’entusiasmo iniziale si trasforma in presenza, quando la condivisione diventa una scelta consapevole.
La produzione accompagna questo racconto con calore e misura, lasciando spazio alle parole e al loro peso emotivo. “Bring!” è un brano pensato per restare, sedimentare, ricordandoci che spesso l’intimità più vera si nasconde nei dettagli più ordinari.
(Serena Gerli)
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