“Ambition and love wearing boxing gloves
And singing hearts and flowers . But somewhere in my heart
There is a star that shines for you . Silver splits the blue. Love will see it through
And somewhere in my heart . There is the will to set you free . All you’ve got to be is true”
(Somewhere in my heart – Aztec Camera)
Ambizione e amore si sfiorano come avversari sul ring, con i guantoni indossati e il cuore scoperto. Tra cori di fiori e melodie che sembrano leggere ma non lo sono mai davvero, c’è sempre qualcosa che resta: una luce sottile che spacca l’azzurro, una promessa silenziosa che resiste al rumore.
In queste canzoni vive una tensione familiare a chi ascolta davvero. Il desiderio di trattenere e quello, opposto, di lasciare andare. La forza non sta nel colpire, ma nel restare fedeli a ciò che si è. Da qualche parte, sotto arrangiamenti imperfetti e voci che tremano, c’è una stella che continua a brillare. Basta essere sinceri per vederla.
Un ritorno tanto atteso quanto desiderato, per anni, perché la musica di Mobrici ha sempre avuto quella verità da raccontare che mancava da tempo nel sottofondo della nostra quotidianità. Supernova è il nome del suo nuovo progetto, e ci suggerisce subito qualcosa che va oltre l’esperienza terrena, un qualcosa che allo stesso tempo è così profondo, ma così lontano, da non poterne cambiare le sorti.
La notte fa da sfondo a ogni brano, declinata in tutte le sue sfaccettature: desiderio, passione e amore, ma anche mistero e insicurezza. È il momento in cui il mondo esterno si spegne e ci permette di guardarci dentro, capirci e amarci. Mobrici vuole esplorare tutti i lati di sé, spogliarsi del superfluo per trovare ciò che realmente è importante, mettere al centro il cuore e nient’altro.
Supernova ha il dualismo di un album che vuole essere ragionato nella produzione, ma immediato, sincero e quasi irrazionale nei testi. E’ un disco di cuore e di pancia, che ci arriva in tutta la sua autenticità e ci trascina in un vortice emotivo impossibile da abbandonare. Pezzi più leggeri e irriverenti come “Primavera totale” e il feat con Fulminacci in “Sono pazzo”, si alternano a momenti di estrema profondità come “Canzoni per la notte” e “Interstellar” con Dimartino. Ciò che resta immutato è il sentimento: la vera colonna portante di tutta la sua produzione, ciò che rende la musica di Mobrici così vera e pura, una stella nella notte buia.
(Sara Vaccaro)
Parla di crescita, identità e trasformazione il nuovo disco dei Santamarea, senza mai cercare scorciatoie narrative o sonore: ogni brano sembra nascere da un’urgenza reale, personale, condivisa. Il concept della “stortura” — intesa come modo alternativo e autentico di stare al mondo — attraversa l’intero lavoro, creando coesione tra i testi che non risultano mai autoreferenziali. “Anime Storte” si muove con sicurezza in un alt-pop dal respiro internazionale: arrangiamenti ariosi, uso corale delle voci, dinamiche che alternano chiaroscuri emotivi e aperture luminose. Le influenze , da Florence and the Machine ad Arcade Fire, sono riconoscibili ma mai ingombranti, rielaborate sempre in una cifra personale che trova forza soprattutto nella dimensione collettiva della band.
(Ilaria Rapa)
La disperazione della gioventù è una forza eversiva che si ribella ad ogni logica. L’espressione dell’eroismo che porta ad abbandonarsi alla tentazione, a esagerare in tutto per tutto arrivando, talvolta, inevitabilmente all’autodistruzione. Si oggi brucio io canta Sandri perché il domani presenta incertezza e timore. Poi però dopo questa manifestazione di potenza, l’uomo raggiunge un punto di rottura, creando un nuovo big bang della ragione. Da quel momento tutto viene fatto non in funzione del disperdere, sperperando ricordi ed emozioni, ma si cerca di mantenere, di crescere e di far fruttare il tutto andando alla ricerca di una stabilità.
Bye Bye Samurai / Vite è la metafora di molte vite che si ritrovano in una canzone, due anime che fanno parte dello stesso corpo, in lotta tra loro che hanno l’obiettivo di coesistere e di trovare equilibrio. Altrimenti tutto diventa molto pericoloso o molto noioso.
(Nicolò Granone)
È più facile accettare una bella bugia, raccontata bene, detta con parole convincenti e senza falle di ragionamento, ma fino a quando si può essere sinceri dentro una menzogna?
Prima o poi la verità verrà a galla, si scoprirà un tradimento o semplicemente qualcosa che non funziona. Anzi i sensi di colpa si potrebbero insinuare, arrivando a interrogare le vittime di questi discorsi, stuzzicando la fantasia che il punto di rottura, non era ancora stato raggiunto al momento delle scuse improvvisate.
La maturità si raggiunge quando si guardando in faccia le situazioni, si vivono e allo stesso tempo possono essere analizzate in maniera razionale, sfruttando la critica della ragione, interpretando il tutto da un punto di vista esterno. Alice Caronna e Mèsa con” Merito tutto” sbattono contro la realtà, ma lo fanno con forza e con coraggio, arrivando a rivendicare il senso del rispetto e dell’amor proprio. Meglio stare con cognizione di causa, piuttosto che assaporare una felicità artefatta. (Nicolò Granone)
“NONCOMPLEANNO” è un brano ironico costruito su quattro accordi di pianoforte e su un coro di facce amiche che, senza troppi giri di parole, ricordano a GattoToro che ha “rotto” e che non può continuare a scappare dal giorno del suo compleanno.
Dopo anni passati a evitare gli auguri, i regali, amici pronti a leggerti la mappa astrale e, dopo aver ascoltato fin da piccolo i discorsi delle mamme che dal divano sognavano di salvare il mondo boicottando i prodotti per combattere le multinazionali, GattoToro nel nuovo brano arriva ad una consapevolezza amara: da grandi siamo diventati esattamente ciò da cui scappavamo, solo con un divano più brutto.
I ricordi fanno male e lo faranno sempre quando sono legati a persone che non ci sono più. Gli adii lasciano un vuoto dentro, impossibile da riempire. Il mondo senza la vista di quei visi o con il silenzio della loro assenza si sgretola ogni giorno, si perderà sempre il senso di misura delle cose.
“Fondamentale” di Ophelia Lia è una promessa che sanguinerà giorno dopo giorno, ma che rende giustizia a tutto l’amore ricevuto senza la possibilità di donarne altrettanto più forte in cambio. Fondamentale significa imprescindibile, un po’ come l’insegnamenti donati che creano le fondamenta del nostro comportamento. Nella memoria come devozione e rispetto del nostro passato e di chi ci ha voluto davvero bene, si prova a portare avanti i valori nati da questi rapporti viscerali. Con la lotta e l’orgoglio della memoria si va avanti a testa alta, senza dimenticarsi che il dolore può anche servire come carezza.(Nicolò Granone)
“Fossimo soltanto capaci di tenere sulle gambe la felicità”.
Francamente ci porta nel luogo dove ci riconosciamo tutti e da cui tutti, che ci piaccia o meno, finiamo per prendere le distanze. Le case dei nonni, simbologia di radici per eccellenza. E forse il suo stile pop-elettronico vuole proprio fare da ossimoro con un posto dell’anima che ci farebbe venire in mente ben altro accompagnamento musicale. Perché il messaggio in “semi show don’t tell” è chiaro: il nido è frutto di coccole ma anche di pre-concetti che ci hanno seguito coi loro echi quando siamo partiti, e se su una spalla ci siamo tenuti come una felpa quel mondo che già aveva fatto il suo tempo, mentre dall’altra ce lo siamo scrollati come forfora con un sorriso, non abbiamo fatto altro che bene (“vedersi diversi ma con i tratti gli stessi, tenersi distanti ma con i gesti riflessi”). Perché la nostalgia è un luogo di vacanza, e come tale deve sparire e tornare l’estate dopo. Da casa siamo scappati tutti, ne siamo usciti giusti e sbagliati, cambiati e uguali. Ma non potevamo fare altrimenti.
(Stefano Giannetti)
Forse i rapporti con la città natale sono la perfetta, malinconica metafora delle lunghe storie d’amore. Non la sopportiamo ma restiamo lì. Ce ne andiamo e non vediamo l’ora arrivi Ferragosto per tornarci. E forse quello della ballad rock è lo stile ideale nel raccontare il dilemma. I Katana Koala Kiwi parlano di Trieste, ma il discorso può valere per ogni paese. Danno un’idea di marciume sul fondo, alimentato dallo sporco di vecchie corruzioni, di vecchi che non contribuiscono al ringiovanimento. Dall’altra parte giovani che non hanno il sostegno sufficiente ad attecchire, a rendere davvero anche “loro” il luogo di nascita, che sembra sempre uguale nella sua rovina. E sotto sotto si arriva a sperarci che resti così, perché la paura più grande è che sia sempre un passo più vicino allo sprofondare. Sempre più velocemente. E un terrore così, può provarlo solo chi casa sua la ama.
(Stefano Giannetti)
Parla dell’estate e inizia col temporale. Forse perché è dentro che piove. E ciò che accade fuori non fa differenza. I Lunatropica ci accompagnano in quelle giornate dove le ossa sono dolenti per il freddo dell’anima. Giornate in cui il sole ce lo dava una persona, e ora che quella persona non c’è più, la sensazione è che ciò che ci aspetta d’ora in poi è solo una ”strada bagnata”. E ci sentiamo falliti, non sappiamo perché ci siamo alzati, abbiamo ripreso a fumare. Passiamo il tempo a contemplare il dolore, a inabbissarci in esso con un filo di speranza che tacciamo a noi stessi. Perché quel Ferragosto 2023 è la foto del nostro errato rifugiarci nel tempo che fu, ma anche un obiettivo: tornare felici come lo eravamo quel giorno.
(Stefano Giannetti)
“EX” è un album che affronta la vita così com’è, senza filtri, con un velo di malinconia che avvolge tutti i pezzi e se li tiene stretti. Rappresenta un po’ un ritorno alle origini: il filo conduttore sembra essere proprio la nostalgia dei tempi passati, quando la vita sembrava più spensierata, e il tempo non rappresentava una minaccia, ma una risorsa da sfruttare al massimo delle possibilità. Ciliari ci racconta un pezzo di sé attraverso un amore che era vivo e ardente, un paradiso che credevamo immortale, dove non esisteva noia né incertezza.
La forza del disco emerge tra i testi, le sonorità, ma soprattutto le emozioni: nonostante la frustrazione, l’amore non svanisce, ma continua a esistere in tutte le sue forme anche dopo essersi spento. L’album diventa il manifesto di un addio, ma anche il simbolo di una nuova, importante consapevolezza acquisita con l’esperienza, che permette di guardare al passato come un ricordo da custodire nonostante tutto.
(Sara Vaccaro)
Un amore straripante, in cui la passione e il bene per l’altra persona superano ogni confine razionale. Così gli Omini ci presentano “Margot”, un pezzo estremamente forte nelle sonorità, ma anche profondamente dolce nel testo, contrasto che dà luce a un racconto d’amore fuori dagli schemi. Così la ragazza diventa una specie di musa moderna: tra una sigaretta e un cocktail di Nurofen, diventa lo specchio della gioventù dei giorni nostri, fatta di contraddizioni e fragilità. È quasi lontana, un’icona inarrivabile e magnetica allo stesso tempo. Impossibile da dimenticare, Margot lascia un segno profondo nel cuore di chi la ama, come una firma indelebile sulla pelle.
(Sara Vaccaro)
Ferite per tutti, il secondo album di Asteria, è un disco che indaga la dimensione relazionale dell’esperienza umana, partendo dall’idea che nessuna esistenza sia isolata e che ogni vita influenzi le altre. Al centro c’è un ecosistema emotivo condiviso, fragile e interconnesso, in cui dolore e amore si diffondono attraverso l’empatia e i neuroni specchio.
Le canzoni, essenziali e dirette, attraversano colpe, perdite, insicurezze e il bisogno profondo di non sentirsi soli. La scrittura segue una spontaneità istintiva, sostenuta da studio e consapevolezza. La tracklist si sviluppa come un viaggio che parte dal senso di inadeguatezza, attraversa responsabilità e connessioni reciproche, fino alla fragilità e alla potenza dell’amore.
(Pietro Broccanello)
Sigarettewest torna con Addio, mon amour, un mini EP composto da due brani: Incontrollabile e C’est La Fucking Vie. Il progetto si muove in controtendenza rispetto all’immediatezza del panorama attuale, proponendo due ballad unite da un’unica narrazione emotiva. L’atmosfera è sognante e cinematografica, costruita come un viaggio nel tempo fatto di immagini e sensazioni.
Il mini EP racconta una relazione passata, la separazione e l’incontrollabilità della vita che costringe a lasciar andare. In Incontrollabile il linguaggio è diretto e senza filtri, tra dubbi e conflitti interiori legati all’amore. La narrazione si chiude con C’est La Fucking Vie, che amplia lo sguardo a una dimensione universale, lasciando spazio a una speranza finale, fragile ma comunque possibile.
(Pietro Broccanello)
NSRN non si presenta come un EP che chiede ascolto, ma come un sistema che si attiva, imponendo fin dall’inizio una logica interna fatta di pressione continua, sovraccarico sensoriale e assenza di punti di riferimento stabili, in cui ogni elemento sembra esistere non per spiegare qualcosa ma per aumentare il livello di attrito tra chi ascolta e il presente che viene messo in scena.
La produzione di FiloQ costruisce paesaggi sonori irregolari, ibridi, volutamente ruvidi, in cui elettronica, trap ed elementi world si stratificano senza mai cercare una forma definitiva, come se il suono stesso rifiutasse l’idea di equilibrio e preferisse restare in uno stato di tensione permanente, più vicino a un ambiente ostile che a un accompagnamento musicale.
È proprio all’interno di questo spazio instabile si muove Tommi Scerd, con una scrittura che non procede per confessione o racconto lineare, ma per accumulo di immagini, riferimenti e urgenze, dove geopolitica, conflitto, mercato globale e dimensione personale convivono sullo stesso piano, senza gerarchie chiare, restituendo l’idea di un mondo in cui tutto accade contemporaneamente e nulla riesce davvero a sedimentarsi. Il soggetto che attraversa NSRN non assume mai una posizione centrale o risolutiva: è piuttosto un individuo costantemente esposto, al tempo stesso fulcro e prodotto di un sistema che consuma, svuota e sovrastimola, costretto a oscillare tra diserzione e responsabilità senza che nessuna delle due opzioni offra una vera possibilità di salvezza, ma solo diverse modalità di resistenza temporanea.
欲哭无泪 con THEO REM funziona come un punto di compressione estrema, in cui il linguaggio emotivo sembra bloccarsi e il dolore non viene espresso né risolto, ma trattenuto, quasi anestetizzato, trasformandosi in una presenza muta che pesa più di qualsiasi dichiarazione esplicita.
Ci si limita a registrare uno stato di cose, quello di un presente caotico e incoerente in cui l’essere umano continua a produrre narrazioni per non crollare, mentre la realtà intorno perde progressivamente consistenza. Un lavoro lucido, teso, privo di indulgenza, che non chiede di essere capito ma sostenuto nello sguardo, lasciando addosso una sensazione di instabilità che persiste anche dopo la fine dell’ascolto.
(Viola Santoro)
“Boe sulla Fune” è un EP che sceglie l’instabilità come punto di osservazione.
Leo Fulcro rimette in scena Boe scegliendo di spostarlo più in alto, sopra il vuoto, in una posizione fragile e necessaria da cui osservare il mondo senza farsene travolgere. Con questo EP Leo Fulcro decide di fermarsi ad osservare, nel tentativo di cambiare prospettiva, di restare in equilibrio mentre tutto sotto continua a muoversi troppo in fretta.
Sul piano sonoro, “Boe sulla fune” gioca proprio sulla questa tensione, spaziando da un hip hop quasi vintage a ritornelli più contemporanei, che aprono spiragli ritmici, mentre le strofe restano asciutte, spesso in controtempo rispetto all’urgenza del presente.
Anche la scrittura non alza la voce ma neppure arretra, cammina sul filo cercando un passo stabile tra immediatezza e controllo.
Boe diventa così una figura sospesa, a metà tra fiaba e realtà, un ragazzo che attraversa Roma Est come se potesse vederla dall’alto, lontana ma nitida. “Boe sulla Fune” è un esercizio di equilibrio emotivo prima ancora che narrativo: un modo per parlare di solitudine, distanza e resistenza silenziosa, restando in piedi sopra il rumore del mondo.
(Serena Gerli)
“Me l’hai detto tu” resta sospesa un attimo prima del salto.
Una fotografia notturna, scattata in Piazza Dante, che mette a fuoco la paura di innamorarsi davvero: quel momento fragile in cui si sente tutto, ma si decide di fermarsi un secondo prima che diventi reale.
Il brano si muove tra ricordi minuscoli e riconoscibili: i fondi del caffè, un gratta e vinci, le sigarette lasciate a metà; dettagli che tengono insieme il desiderio e il rimpianto di non essersi lasciati andare.
OCCHI e chiamamifaro danno voce a due punti di vista che si cercano senza mai combaciare del tutto. È un dialogo emotivo fatto di sguardi laterali, di cose non dette che continuano a esistere anche dopo un addio mancato. Le loro voci si inseguono e si sfiorano, mantenendo viva una tensione che resta lì senza mai sfumare davvero.
Sul piano sonoro il brano si muove su un indie-pop è delicato e avvolgente, costruito per accompagnare la narrazione senza sovrastarla.
La scrittura è diretta, intima e profondamente generazionale, in grado di raccontare l’amarsi e la paura che questo comporta, il desiderio di restare e quello di proteggersi. “Me l’hai detto tu” risuona proprio in questo spazio incerto, dove l’amore non finisce davvero, ma non comincia neppure realmente.
(Serena Gerli)
Il brano ruota attorno a una domanda centrale e disturbante: che fine ha fatto la nostra intelligenza, se il suo esito più avanzato sembra coincidere con la capacità di annientarci?
Nei versi, l’evoluzione delle armi – dal sasso alla bomba nucleare – non è raccontata come progresso, ma come una deriva, una perdita di controllo mascherata da innovazione.
La scrittura è diretta, volutamente scomposta, quasi balbettante in alcuni passaggi, allo stesso tempo se consideriamo il piano sonoro, la produzione con I Mamakass accentua l’urgenza del messaggio: il groove è teso, incalzante, più minaccioso che esplosivo, e accompagna un testo che non cerca consolazione né slogan facili.
“ Io vorrei che tutti quei mercanti d’armi provassero davvero il frutto del loro lavoro.” Qui il testo ribalta il meccanismo della distanza: chi produce morte non la vive mai. L’intelligenza” delle armi moderne serve proprio a questo, a separare responsabilità e conseguenze.
I Patagarri ci fanno ascoltare una canzone scomoda, volutamente politica, che riafferma il ruolo sociale della musica: non intrattenere mentre tutto crolla, ma chiamare le cose con il loro nome.
(Benedetta Rubini)
“Fast Food” non è un album da consumo rapido, nonostante il titolo: è piuttosto una risposta critica a un tempo che divora tutto in fretta, corpi compresi, emozioni incluse . Lamine costruisce un disco compatto, attraversato da una scrittura viscerale e sorvegliata insieme , in cui ogni brano funziona come parte di un unico organismo narrativo.
L’apertura con “Tritacarne” chiarisce subito il tono: il corpo è il primo campo di battaglia, qualcosa che viene spezzato, sottratto, ricomposto con fatica.
“Pentothal” spinge il linguaggio verso il visionario e l’infantile, alternando fede, destino e smarrimento in una corsa circolare che ricorda un girotondo sull’orlo del crollo.
Il cuore emotivo arriva con “Iononhoundio”, dove l’assenza di fede viene colmata da un bisogno assoluto di amore: qui la fragilità non è posa, ma condizione esistenziale.
Questo disco rifiuta la semplificazione e chiede tempo all’ascoltatore per elaborarlo. Lamine tiene insieme rabbia e tenerezza, solitudine e resistenza, senza mai cercare consolazione.
(Benedetta Rubini)
Questo singolo nasce da una frattura netta con l’idea di normalità come rifugio: qui la quotidianità non è rassicurante, ma diventa una violenza silenziosa,
Musicalmente abbiamo un’esplosione trattenuta: tensione costante, chitarre scure, un andamento che non cerca il climax liberatorio , è un rock emotivo e frontale.
Il testo è il vero centro del brano. Versi come “la normalità è diventata il male” e “meglio stare nel fango che al vostro posto” rovesciano l’idea di adattamento: qui conformarsi equivale a tradirsi. Le immagini sono estreme — armi, sepolture, esplosioni — ma non cercano shock gratuito. Servono a rendere visibile un conflitto morale: meglio distruggere tutto che restare integri dentro qualcosa di falso.
Con questo singolo i Cara Calma confermano una scrittura che non cerca consenso ma verità, anche quando fa male. È una canzone che non consola, non abbraccia, non salva: mette a nudo. Proprio per questo colpisce gli ascoltatori.
(Benedetta Rubini)
La morte come atto di fede, non di chi va via ma di chi rimane ad aspettare un perché.
“Te ne sei andata via il giorno prima del giorno più bello della mia vita”. Tragica e improvvisa. Spesso si manifesta in queste condizioni il lutto, modificando la percezione della realtà, spaccandola in un prima e in un post.
A cosa serve questa sofferenza? Perché tutta questa violenza? “Ho bisogno di parlare a Gesù cristo per chiedergli spiegazioni”. Umarell porta in paradiso questo Bouquet di fiori per ricordare chi non c’è e anche per interrogarsi sul senso dell’esistenza così drammatica e così folle. (Nicolò Granone)
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