PH: Ufficio Stampa
Tylerdurdan* nasce come progetto di ricerca artistica e politica. La scrittura è interamente autoriale. L’intelligenza artificiale è uno strumento, non una sostituzione creativa. L’energia umana e la creatività libera da algoritmi, ha il nome di Raffaele Annunziata, che tende a definire questa nuova identità non solo un vezzo artistico, bensì qualcosa di più cioè un progetto culturale libero da condizionamenti legati al numero di stream o ad aleatorie logiche di mercato.
I testi sono scritti, vissuti, condivisi, mentre l’IA, usata come se fosse un mezzo per esplorare nuove forme sonore, s’integrano in maniera naturale, riuscendo a mantenere intatto il senso di verità e umanità. Partendo da questo presupposto, il nuovo album “Secondo” è un concept che esalta il senso del tempo e della misura, declinandolo in varie forme.
Ogni brano rappresenta una quantità, un grado, un livello: Zero, Nulla, Qualcosa, Poco, Abbastanza, Un po’, Natu Poc, Il giusto, Wa, Troppo, fino alla chiusura con Addirittura.
È l’uomo che sa interpretare questi spazi a seconda di sensibilità ed esigenza, rendendosi addirittura complice quando scegli di accettare certe imposizioni o preferisce far finta di nulla, magari girandosi pure dall’altra parte, quando viene esposto a situazioni più grandi di lui. Tylerdurdan* parla anche di Palestina, avvalendosi della collaborazione di Mahmoud Abu Qaraya, videomaker che vive in quelle terre.
Proprio su questo campo si potrebbe alimentare il dibattito tra reale e tecnologia, dato che si sta perdendo il senso dell’umanità. Dentro questo progetto invece è proprio l’opposto, cioè l’uomo chiede aiuto alla tecnologia, evitando di diventare complice o peggio ancora, schiavo.
Secondo nasce da un momento molto concreto della mia vita. Stavo per affrontare un’operazione alla
mano e improvvisamente il tempo ha iniziato a pesare in modo diverso. Quando il corpo si ferma, la mente accelera.
In quel momento mi sono chiesto una cosa molto semplice: quanto basta davvero per vivere?
Da lì è nata l’idea di costruire un disco come una scala di misura: Zero → Nulla → Qualcosa → Poco → Abbastanza → Un po’ → Natu poc → Il giusto → Wa → Troppo.
Non è una scala matematica, è una scala esistenziale. L’IA è stata lo strumento per dialogare con quest’idea. Non è un sostituto dell’autore: è una macchina che restituisce possibilità, mentre l’uomo sceglie.
Dentro tylerdurdan* vive proprio questo conflitto: un essere umano che cerca senso dentro un mondo sempre più automatico.
Il rap è sempre stato una cultura molto legata all’autenticità. Per questo l’AI genera diffidenza: sembra togliere valore allo sforzo umano.
Io però credo che la questione sia un’altra. Il problema non è la tecnologia. Il problema è la superficialità.
Se usi l’IA per fare musica senza dire nulla, il risultato sarà vuoto. Ma se hai qualcosa da dire, il mezzo cambia poco.
Il rap nasce come arte di appropriazione: campionare, tagliare, remixare. L’AI è semplicemente un nuovo tipo di campionatore.
Sì, Nulla è probabilmente il centro filosofico del disco.
Oggi il dibattito sull’AI è dominato dalla tecnologia. Tutti discutono dello strumento e quasi nessuno del contenuto. Ma l’arte non è mai stata definita dal mezzo. La fotografia non ha ucciso la pittura, il cinema non ha ucciso il teatro. Il messaggio è sempre umano.
Per questo in Nulla provo a ricordare una cosa semplice: non confondere il messaggio con il medium. La domanda vera è sempre: cosa stiamo dicendo?
Credo di sì.
Viviamo in un mondo che misura tutto: algoritmi, statistiche, engagement, ascolti, performance. Ma l’essere umano non è solo un dato. La misura è importante perché evita l’eccesso, ma la libertà nasce quando sappiamo uscire dalla misura.
Se l’AI rappresenta il dominio dei dati, allora la libertà sarà la capacità di scegliere anche contro i dati.
Più che paura, mi interessa.
Il tempo è il vero produttore di tutto: musica, memoria, nostalgia. Quando siamo giovani pensiamo che il tempo sia infinito. Poi capiamo che è una materia limitata.
Secondo è anche un disco sul tempo. Ogni traccia è un modo diverso di misurarlo.
Penso che gli artisti abbiano sempre avuto un ruolo ambiguo. Da una parte raccontano il mondo, dall’altra vivono dentro l’industria che lo produce.
Ci sono artisti che fanno attivismo autentico, ma spesso la musica diventa anche intrattenimento.
Il problema non è se gli artisti fanno abbastanza. La domanda è: il pubblico vuole davvero ascoltare certe verità?
Succede continuamente.
Viviamo in un’economia dell’attenzione. Tutto è accelerato: release, contenuti, trend. Il rischio è che l’artista diventi un produttore di velocità invece che di senso.
Il rap nasceva nei quartieri come racconto della vita. Oggi spesso diventa una gara di visibilità.
La pace è una parola enorme.
La storia ci dice che il conflitto fa parte della condizione umana. Ma questo non significa che la pace sia impossibile. Forse la pace non è un punto di arrivo definitivo. È un equilibrio fragile, qualcosa che dobbiamo ricostruire continuamente.
Un po’ come la misura nel disco: tra il troppo e il nulla esiste sempre un punto di equilibrio da cercare.
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