PH Valentina Grilli / Artwork Clarissa Ricci
“E allora dammi un po’ di pace, lasciami stare per un po’ voglio sentire solo il vento e non ho bisogno di niente.”
Maravich debutta con un pezzo introspettivo che allo stesso tempo diventa inno, per una fuga dalla routine o ancora più potente, dalla sensazione di una certa inadeguatezza o pressione di cui soffre una grande fetta della popolazione, soprattutto quella più giovane. Può essere quindi un brano generazionale, che cerca di cambiare le carte in tavola per tentare di gestire un senso di bornout provocato da tutto quello che succede all’esterno e dentro di noi.
Dammi un po’ di pace rompe per ricostruire un’identità che vuole affermare sogni, diritti e libertà. Cercare una via di fuga, anche andando verso un’isola deserta, o alla riscoperta del ricordo, per ricaricare l’energie, abbassando il volume delle circostanze del reale.
Case dove hai lasciato qualcosa e non sei più tornato a prenderlo, notti in cui pensavi di essere a posto e invece finisci per addormentarti alle cinque. Mi piace pensare a quel tipo di luce: la tempesta è quasi finita e le energie stanno per finire. Serve una scintilla.
Dammi un po’ di pace è la spiaggia lontana dentro di noi, un ricordo, una sensazione, una metafora, il posto in cui torniamo per mettere in pausa le responsabilità, il controllo della situazione, i rapporti con gli altri, l’immagine di noi stessi.
Dammi un po’ di pace cinque anni fa mi avrebbe messo in crisi. L’avrei percepita come troppo leggera. Oggi mi interessa capire quanto può essere profonda la semplicità.
Trovo insopportabile che nel 2026 il mondo ammetta l’esistenza degli allevamenti intensivi: sia come questione etica, sia dal punto di vista ambientale.
Avvicinando il target, mi infastidisce buona parte dei romanzi italiani contemporanei. Meglio giocare a Final Fantasy.
John Lennon.
I fratelli Gallagher.
John Lydon.
Ian Curtis – protesta come introspezione.
Claudio Lolli e Fabrizio De André.
Manuel Agnelli perché ha sempre tenuto una linea, in certi casi scomoda, e per il rispetto che ho per lui anche quando mi annoia.
La purezza di Alberto Ferrari: “Guardo la fine che fa / deriso dalla folla il clown / gonfio di numeri ormai / deriso dalla folla”.
Bugo.
Niccolò Contessa. Ogni tanto ritorna il vago desiderio del fare una cover di Questo nostro grande amore con un montaggio video dei momenti più felici tra Fedez e Ferragni.
Penso che nei momenti di difficoltà, piccole o grandi che siano, sapere che niente può durare per sempre ti rimetta in piedi. Il temporale passa e ciò che sembrava importante si sgonfia: un centimetro alla volta, sei già un’altra persona.
Certo. La malinconia è lo spazio fra te e quello che vuoi davvero, dove capisci se ci tieni oppure no. Non è un posto dove restare: entri, prendi qualcosa e te ne vai. Vietato comprarci casa.
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