New Indie Italia Music Week #274
“ Called to the Devil and the Devil did comeI said to the Devil, “Devil, do you like drums?Do you like cigarettes, dominoes, rum?”He said, “Only sundown, Sundays, Christmas”Some days end when I need a few friendsNow and again, I could never hope to keep themThought to give friends what I thought that they wantedNever had they needed a good friend as I’ve been”
(It’s called: Freefall – Rainbow Kitten Surprise)
Ogni settimana, da qualche parte nell’Italia invisibile, qualcuno accorda una chitarra davanti a una finestra accesa, qualcuno programma un beat come se stesse evocando un temporale, qualcuno scrive una frase che sembra caduta dalla tasca di un sogno. Le canzoni nuove nascono così: tra santi distratti, diavoli stanchi, stanze in affitto, neon che tremano e lune appese sopra le tangenziali. Non vengono per salvarci, forse nemmeno per consolarci. Vengono per aprire una botola sotto i piedi e ricordarci che anche precipitare può avere una sua musica, se si impara ad ascoltare il vento.
In questa rubrica raccogliamo le voci, i fantasmi e le piccole apparizioni dell’indie italiano della settimana: frammenti luminosi per chi continua a cercare bellezza anche quando il mondo sembra parlare soltanto a bassa frequenza.
La Settimana Enigmistica – Il Cairo
L’estate è il momento delle possibilità, dove tutto può succedere e vige il divertimento. Sarebbe interessante essere meno superficiali e viverla come stagione dove esiste la malinconia, dove si cerca svago, probabilmente, per non rimanere lì a pensare.
E così tutto diventa un enigma da decifrare, da capire passo dopo passo, riuscendo a completare il puzzle solo quando si riescono a incastrare luoghi e persone, tentando di arrivare alla soluzione anche attraverso maledetti errori o baci che sanno subito d’addio. In fondo si rimane affascinati davanti a tutte quelle sensazioni che non si capiscono subito e che non hanno neanche bisogno di una spiegazione, perché sono così forti da modificare la percezione del reale.
Tra il suono dei grilli, il profumo del pomodoro e l’atmosfera sospesa delle estati in campagna, il brano si sviluppa attorno a un arpeggio di chitarra classica leggero e avvolgente, che accompagna l’ascolto insinuandosi con naturalezza nelle pieghe ritmiche della composizione e di tutti quei piccoli dettagli che possono sconvolgere.
(Nicolò Granone)
eco – Noite
Si distingue il giorno e la notte sia per il ballo che fanno il sole e la luna, che si alternano diventando spettatori della vita degli uomini, ci sono gli orologi che indicano con perfetta razionalità lo scorrere del tempo e poi esiste l’eco di frammenti che formano l’infinito.
Noite racconta con malinconia e trasporto emotivo il confine invisibile dell’amore, che vive con spazi e modalità sempre differenti, dove ricordi e desideri si fondono tra speranza e dolore.
Non si può scappare via da certi luoghi, anche iniziando a correre viene voglia di fermarsi un attimo, prendere fiato e guardare indietro, come se si avesse il bisogno di trovare qualcuno che ha cambiato direzione, ancora prima che potessimo accorgercene.
Ma ormai, lo sai, finisci tu, inizia il cielo.
(Nicolò Granone)
Sbiadita memoria – fatima_prodd
fatima_prodd un progetto electronic pop che unisce cantautorato italiano, elettronica contemporanea e visioni astrali, dando spazio a qualcosa di sospeso tra emozione umana e immaginari digitali.
Ogni brano è un frammento di coscienza, un viaggio tra vulnerabilità e trasformazione, che prova a dare voce alle contraddizioni dell’esistenza contemporanea.
Una ricerca artistica che guarda al futuro senza smarrire il legame con ciò che di più profondo ci attraversa. Esaltando così tutta la fragilità del nostro essere, anche se spesso si ha la sensazione di sentirsi invincibili.
Sbiadita memoria è una linea tra passato e futuro nel quale il tempo si mischia, fondendosi, generando nuove possibilità, dove la vita delle persone sta al centro di tutto, anche se emerge la consapevolezza di essere solamente un puntino davvero minuscolo in questo misterioso universo.
(Nicolò Granone)
Lazzaro – Ma sì
Lazzaro veste il suo immaginario elettronico di nuove sfumature pop affermando sempre di più la sua identità musicale.
Tra synth sensuali, suggestioni di pop francese contemporaneo e una scrittura che mescola fiaba e quotidianità, il brano racconta un amore capace di sopravvivere alle trasformazioni più imprevedibili.
Sotto la superficie romantica si nasconde un racconto fatto di memorie, fragilità e accettazione, mentre il ritornello si apre luminoso e immediato. Una canzone che conferma la capacità dell’artista di coniugare ricerca sonora e immediatezza emotiva, anticipando un album che promette di trasformare le feste di paese in uno stato mentale.
(Ilaria Rapa)
Mirò – Anna Castiglia
Dà dimensione e forma ai sentimenti. È astratta e concreta al tempo stesso. Prende le misure di ciò che non può controllare. Padrona delle emozioni come delle tecniche, dei ritmi lievi eppure sincopati che scorrono nell’udito con tutte le loro evoluzioni. La musica e le parole tracciano punti marcati e contorni spessi come nei quadri dell’artista citato nel titolo. E sembra proprio di stare ad ammirare un dipinto ad una mostra, studiare la complessità di una relazione, mistero che si conosce, bellezza che fa soffrire. L’amore come la Stendhal. Mirò delinea i confini e li fa perdere. Anna Castiglia ci lascia un’hype assurda per il suo prossimo album, introducendo con questa canzone i luoghi dove vuole accompagnarci per mano, ma lasciare anche che ci perdiamo.
(Stefano Giannetti)
Santa Maria al Bagno – Carmine Tundo
Una donna, magari in un vestito leggero e bagnato che ne rivela tratti di silhouette. Un paese intero in un piccolo corpo e la stessa figura esile che esplode e investe il paese coi suoi frammenti di dolore, amore, nostalgia e desiderio. In questa poesia antica e moderna insieme, Tundo mette l’anima tormentata tra presente e passato. Dell’amore per la terra e per una persona. Che forse coincide a un po’ d’odio per sé stessi. Ma comunque al tentare d’amarsi con tutte le forze, sennò il tormento non esisterebbe. Perché per quanto soffriamo, per quanto ci crogioliamo in quel tempo finito che a ripensarci ci sentiamo stupidi ad averlo odiato all’epoca, tendiamo sempre a riconnetterci con noi, con i luoghi e con le persone. Col mare, coi profumi e le membra che ci travolgono. È il “filo rosso” che Carmine trova, come antidoto, che riconcilia col tutto.
(Stefano Giannetti)
Fascistissime – Sano feat. Tutti fenomeni
Distopia? Chissà. Speriamo. Ma è così gradevole, romantica e poetica dal farcela sopportare. L’amore da sopravvivenza, figure che rotolano i loro corpi tra loro e sul mondo che sotto gli crolla. “Aerei ed elicotteri ci troveranno assieme”. Immaginate una guerra mondiale (ok, c’è poco da sudare a pensarci) che sotto i suoi missili e le sue bombe trova una coppietta a fumare insieme, stesa su una spiaggia di cenere bagnata da un mare nero. Ma loro sono lì, seminudi, scomposti e bellissimi.
L’ultimo baluardo, talmente abituati a ciò che succede da non essere semplicemente apatici o menefreghisti. È che hanno tutto quello che gli serve: l’altro. E mentre il popolo marcia, loro fluttuano e si amano. Una satira scanzonata? Forse. O forse molto di più. Fascistissime è l’inno all’unica gioia possibile. Che trascende i concetti di pace, vita terrena, morte, eternità e sopravvivenza.
(Stefano Giannetti)
iBuca – 1955
Sospeso tra cantautorato contemporaneo e it-pop dalle sfumature alternative, “1955” é il debutto del duo iBuca, prodotto da Wrongonyou. Nato da una fotografia e da una memoria familiare condivisa, il disco trasforma ricordi, assenze e legami ereditati in un racconto intimo ma universale. Le canzoni si muovono con naturalezza tra malinconia e ricerca di nuove prospettive, senza mai cedere alla nostalgia fine a sé stessa. Al centro resta l’idea della memoria come luogo da attraversare e non necessariamente da abitare. Un debutto autentico e sensibile, che trova nella fragilità la sua forza più convincente.
(Ilaria Rapa)
da quassù la vista è favolosa (Album) – Daria Huber
“da quassù la vista è favolosa” è un disco che nasce dal bisogno di rimettere insieme ciò che si è rotto. Daria Huber costruisce un album d’esordio che somiglia più che altro a un diario emotivo, fatto di frammenti di vita, cadute e ripartenze, dove il filo conduttore resta la possibilità di ricominciare senza colpa.
Al centro c’è una riflessione sul presente, sulla sua velocità e sulla pressione costante della performance, ma soprattutto su ciò che resta quando tutto questo sembra sfaldarsi. Le canzoni provano a dare forma a quei pezzi dispersi, cercando un punto di ricomposizione possibile, anche minimo, anche imperfetto.
Il disco si muove tra scrittura pop e sensibilità cantautorale contemporanea, con arrangiamenti che alternano momenti più essenziali ad aperture più ariose. Le produzioni restano spesso leggere, costruite per lasciare spazio alla voce e al racconto, con una dinamica che segue da vicino l’andamento emotivo dei brani.
La scrittura è diretta, sincera, priva di retorica: parla a chi ascolta senza costruzioni, mantenendo un tono intimo e accessibile. È una voce che non si vuole porre come guida, limitandosi ad accompagnare l’ascoltatore. Un modo di raccontare che accoglie anche la fragilità senza trasformarla in qualcosa di più piacevole.
“da quassù la vista è favolosa” diventa così un punto di inizio: un disco che attraversa le versioni perdute di sé per provare a riconoscerne e trovarne una nuova. Un invito a non sentirsi sbagliati nel momento in cui si ricomincia.
(Serena Gerli)
ZERO DRAMA – Rob ft. Finley
“ZERO DRAMA” nasce da una sensazione molto concreta: quella di essere pieni, saturi, anche quando non sta succedendo niente di davvero grave. rob e i Finley mettono insieme questa tensione quotidiana e la trasformano in un brano che non cerca di approfondire il disagio, ma di spostarlo per qualche minuto altrove.
Il riferimento al pop-punk è evidente ma non mimetico: chitarre in primo piano, struttura lineare, un’energia che procede senza fronzoli e che punta più alla spinta che all’atmosfera. Il pezzo resta diretto, quasi istintivo, costruito per funzionare in modo immediato più che per stratificarsi.
Il centro del brano sta nell’idea di alleggerire la pressione senza negarla: non una fuga, ma una pausa scelta. “ZERO DRAMA” prova a restituire quella possibilità di non prendere tutto di petto per una sera, lasciando che le cose restino lì, sospese, senza doverle per forza risolvere.
(Serena Gerli)
Ancora ‘cca – Gabriele Esposito
Il sole del sud e l’odore del mare si percepiscono sin da subito nell’introduzione strumentale del nuovo singolo di Gabriele Esposito, “Ancora ‘cca”.
Un timbro limpido e una scrittura dolce, semplice e poetica come può esserlo solo quella di un animo partenopeo.
Il giovane artista ci trasmette la gioia di star vivendo l’essere innamorato insieme a tutte le emozioni contrastanti e un po’ più “grigie” che un tale sentimento può suscitare, compresi la malinconia, l’orgoglio che fa da ostacolo, e la speranza di un ritorno.
“Si ‘a speranza ca sulo nun me fa sta
Comme nun fosse maje fernuta
Ce simmo sulo annascunnute
Comm’ a dduje criature ca vonno pazzià
Nuje stammo ancora ccà”
La classicità di un dialetto così tradizionale e della musica suonata, e al contempo la freschezza comunicativa di un ragazzo di ultima generazione: gli ingredienti che permettono a questo brano di emozionare un pubblico ampissimo, proprio perché senza limiti di età.
(Nathalie Bruno)
Distruggere un amore – Gloria Tricamo
“Meglio distruggere un amore che lasciarlo morire”, attorno a questa presa di posizione ruota il nuovo singolo di Gloria Tricamo, cantautrice di Civitavecchia, che porta una ventata di sonorità estere nel mercato emergente italiano.
Una voce sottile ma determinata, un timbro arioso e fievole che assume però spessore attraverso i numerosi effetti sonori con i quali la giovane artista è solita firmare i suoi pezzi. Chitarre e synth elettronici, suoni ovattati e sperimentali, ritraggono uno scenario pop rock che fa da sfondo a una scrittura molto italiana con influenze appartenenti al cantautorato indie nostrano degli ultimi anni.
(Nathalie Bruno)
Fichi – Joe Elle
Joe Elle col suo nuovo singolo “Fichi”, ci parla di quell’amarezza che niente sa descrivere meglio della fine di una storia, quel mix di contrasti emotivi: mancanza, rabbia, nostalgia, voglia di “vendicarsi”:
“Avrei potuto bruciarti la casa o fare anche di peggio”.
Toni e colori scuri che si mischiano in modo ossimorico a una voce dolce e innocente.
Le chitarre acustiche e le batterie groovie arricchite verso la fine da synth soft dance anni ‘80 cuciono un mood spensierato e al tempo stesso malinconico e triste per un pezzo urban con una concezione strutturale pop.
(Nathalie Bruno)
Cuore a pezzi – TARANTINO
Come si fa a rimanere qua si chiede TARANTINO, in una calda estate con il cuore a pezzi, s’intende, mentre la nostalgia travolge tutto come onde impetuose che spazzano via ogni briciolo d’amore. Anche chi si aspetta la tempesta, sa, non sempre ammettendolo, che ci sono delle storie dentro le quali capiterà di affogare.
Ci si sente alla deriva quando i sentimenti non hanno lo stesso peso delle azioni, la bufera spazza via il futuro, lasciando il cuore di chiunque marinaio alla deriva, su qualche spiaggia isolata.
L’artista cerca di raccontare ciò che spesso rimane nascosto: le fragilità, i cambiamenti e le domande che accompagnano il nostro percorso di crescita, usando le canzoni come mezzo per trasformare l’esperienze personali in qualcosa di universale. È una canzone che prende ispirazione dal significato simbolico de “Il vecchio e il mare” di Hemingway e da una riflessione che mi ha accompagnato a lungo: cosa significa davvero amare? E quanto è importante imparare ad amare se stessi prima ancora di amare gli altri?
(Nicolò Granone)
Domani – Cimini
E se domani, e sottolineo se… Domani. Una parolina che nel linguaggio comune sembra semplice ma a cui attribuiamo, spesso inconsapevolmente, significati diversi. Quello di una promessa, quello di una procrastinazione, quello di una speranza. Domani parleremo, domani partiremo, domani sistemeremo le cose. Cimini costruisce il suo nuovo singolo, “Domani”, proprio attorno a questa parola sospesa tra speranza e rinvio. “Avremo ancora domani per parlare di noi”.
Musicalmente il brano ha il passo leggero delle canzoni estive, quelle che sembrano nate per accompagnare un viaggio in macchina con i finestrini abbassati. Ma sotto questa superficie luminosa si nasconde una malinconia sottile. Perché il domani raccontato da Cimini non è soltanto una promessa. È anche qualcosa che rischia continuamente di allontanarsi.
Esistono persone che vivono nel passato, altre che vivono nel futuro. Poi ci sono quelle che cercano disperatamente di restare nel presente. È proprio questa tensione a emergere nel testo di Cimini. Perché a volte il problema non è che il futuro faccia paura. È che, nel frattempo, rischiamo di perderci tutto quello che sta succedendo oggi.
(Christian Gusmeroli)
Merda – Sergio Andrei
A chiamare una propria canzone “Merda” il rischio di pestare un merdone è alto. Giochi di parole a parte, si potrebbe pensare di trovarsi davanti all’ennesimo brano costruito esclusivamente sull’ironia e privo di qualsiasi ambizione narrativa o riflessiva.
In realtà Sergio Andrei utilizza proprio l’ironia come veicolo per raccontare qualcosa di più profondo. “Merda” parla delle difficoltà di vivere con leggerezza, del desiderio di avere una vita normale e di riuscire a spegnere, almeno per un attimo, il rumore costante dei propri pensieri.
Il protagonista sogna cose semplici: andare a una festa senza pensarci troppo, avere problemi da pensionato come osservare i cantieri o annaffiare un’aiuola, fumare dell’erba e non pensare alla guerra, pregare e basta. Eppure ogni tentativo di alleggerirsi sembra destinato a fallire.
Uno dei passaggi più riusciti del brano è probabilmente: “Troppi pensieri sono un po’ come i turisti, rovinano i quartieri”. Una metafora semplice ma efficace. I pensieri non vengono descritti come nemici, ma come una presenza ingombrante che finisce per occupare ogni spazio disponibile, alterando il paesaggio interiore proprio come il turismo di massa altera quello urbano.
Dietro la comicità e l’autoderisione emerge così il ritratto di una persona che vorrebbe semplicemente vivere con più leggerezza ma continua a inciampare nella propria testa.
La vera forza del brano, e dell’artista, è quella di descrivere e raccontare questo disagio portando sorriso anzichè pesantezza. L’arte è anche questo saper giocare con l’emozioni, a volte fare l’equilibrista tra queste e altre volte, come Andrei, fare l’alchimista e mischiarle.
(Christian Gusmeroli)
Uomini gentili – Cigarilla Disonasty
È un mondo difficile e per la gentilezza sembrerebbe non esserci spazio. “Uomini gentili” si muove proprio attorno a questa provocazione. Alcuni passaggi del brano descrivono infatti la gentilezza quasi come una debolezza, un tratto che finisce per disorientare più che aiutare.
“Certe sere dormo così bene che al risveglio sono più gentile, poi però il problema è che mi scordo le cose basilari”. E ancora: “Più ridi, più sei floscio”. La vulnerabilità viene associata a una perdita di direzione, come se essere aperti, disponibili o semplicemente leggeri significasse inevitabilmente apparire più deboli.
Probabilmente non c’è un giudizio in queste parole, ma una constatazione. Una fotografia di una realtà in cui la durezza viene spesso premiata più della sensibilità.
Dietro l’apparente leggerezza di una notte qualunque, i Cigarilla Disonasty raccontano così la difficoltà di restare gentili in un mondo che sembra spingere continuamente nella direzione opposta. “Uomini gentili” è una canzone fatta di dettagli apparentemente insignificanti, ma è proprio in quei piccoli frammenti di quotidianità che trova la sua verità.
“Questo buttafuori sa parlare ci ha convinto, non possiamo entrare”. E forse il simbolo più efficace di tutto il brano è proprio quel buttafuori che “sa parlare”. Non qualcuno che impedisce l’ingresso con la forza, ma qualcuno che riesce a convincerti che non puoi entrare. Una figura che finisce per raccontare qualcosa di molto più grande: la facilità con cui accettiamo che siano gli altri a stabilire dove possiamo stare e dove no, fino a considerare l’esclusione come qualcosa di normale.
(Christian Gusmeroli)
Chi me l’ha fatto fare – Bhandmari
Bhadmari ce lo aveva annunciato con il singolo precedente che “ non sta bene da nessuna parte” figuriamoci a quella festa a cui a prescindere non ci voleva andare.
Questo brano mette davvero a nudo Marisa che racconta l’inadeguatezza e la tristezza che certe situazioni ti fanno provare.
Andare ad una festa dovrebbe essere piacevole, c’è sempre dell’hype prima di una serata. Ma cosa succede se fatichiamo a lasciarci andare? Cosa succede se dentro ci si sente in gabbia, ma fuori “l’aria aperta mi stressa”?
E allora anche la gioia di avere un cane diventa spiacevole quando questo non c’è più. Dovremmo allora forse rinunciare a essere felici solo perché “ogni cosa dura poco come la vita di un animale”?
Speriamo che bhandmari abbia la risposta nel prossimo singolo che, se sarà interessante come i primi due, siamo davanti ad uno dei progetti da tenere d’occhio di questo 2026.
(Martina Bianchini)
Nostrissimi momenti- Jacopo Et
Dove si scappa quando si vuole evadere dalla frenesia quotidiana? Le anime gentili vanno al mare, se poi si è in dolce compagnia allora tutto assume un sapore ancora più dolce.
“Ti porto dove esisti e non senti le catastrofi”
Sì perchè il mare ha la capacità di riempirti ma solo di cose che contano davvero.
“Cosa ci vuoi fare col mare che vuoto devi colmare”
Jacopo questa volta scrive per lui un brano pop, fresco ma senza nascondere troppo la vena cantautorale bolognese capace di scegliere le parole perfette regalandoci immagini chiare e immediate.
Ed è proprio nel titolo iperbolico che gioca di più con questa scelta tipica della musica contemporanea dove la grammatica viene sacrificata in favore dell’emotività pura.
“dove siamo io e te senza troppi futuri incerti dove siamo solo momenti, nostrissimi momenti”
Momenti vista mare che non sono condivisi solo con chiunque, ma sono esclusivamente e profondamente nostri. Il linguaggio comune non basta più a descriverli e deve ricorrere a una forma superlativa inventata, ma estremamente efficace.
(Martina Bianchini)
Nichilista – Luca Fol
Se c’è qualcuno che può cantare i temi di maggior disagio sociale dei nostri giorni come l’alienazione, l’ansia sociale e la crisi di identità con ironia e sincerità brutale quello è sicuramente Luca Fol.
Questo brano dal ritmo incalzante costruito su “chitarroni” come li chiama lui e synth sinuosi scava le nostre emozioni più ansiogene nel tentativo di alleggerire i pensieri.
“Sono in piena crisi di identità ma so che il vuoto è confortevole”
Nichilista, fotografa quel momento in cui smettiamo di cercare un senso e iniziamo a desiderare solo di non sentire più nulla.
“Fammi dimenticare quest’ansia gigante”
L’immagine delle ‘stelle cadenti come pensieri sabotanti’ è geniale: trasforma la meraviglia in ansia, la magia in nevrosi. Luca smantella la retorica del desiderio, associando la fugacità delle stelle cadenti a quella dei nostri pensieri autodistruttivi. È il grido di chi vorrebbe spegnere il cervello e arrendersi all’indifferenza, l’unica vera arma di difesa contro un mondo che non mantiene le promesse. Non si canta un nichilismo che vuole distruggere, ma un nichilismo che vuole solo smettere di farsi del male credendo a cose che non esistono.
Magari ci sorprenderemo a trovare la soluzione e un pò di pace durante una partita e tre sette…
(Martina Bianchini)
PRINCIPESSA RESPONSABILE – CAROWOW
Il “nuovo” approccio alla musica di CAROWOW abbraccia un po’ quello che viene spesso visto come sbagliato, fuori luogo, pieno di pregiudizi e poco canonico a quello che invece è l’aspetto esterno, puro, innocente, di cui spesso vengono riempiti i volantini promozionali del giusto e del buon senso.
Ascoltare e in generale utilizzare una forma di linguaggio spiazzante, cruda e sicuramente inaspettata come forma di empowerment è indubbiamente un vantaggio, se a questo associ anche la capacità di divertirti come artista e quindi stimolare la creatività, metti insieme un percorso che può sicuramente sorprendere e far parlare di sè. PRINCIPESSA RESPONSABILE è CAROWOW e suona come CAROWOW vuole che suoni.
9 GIUGNO – Riviera e imieimiglioricomplimenti
L’introspezione attraverso l’approccio rock. Guardare il presente e cercare di capire come siamo arrivati qui, cosa c’è di giusto o di sbagliato nella nostra crescita? Il mondo in cui non siamo mai diventati adulti e aspettiamo la fine della scuola è un mondo più semplice o meno semplice?
Non si finisce mai di imparare, ma com’è che continuiamo a imparare le stesse cose in maniera diversa? Viviamo le nostre giornate attraverso occhi diversi anche se in fin dei conti la settimana è composta sempre da quei soliti 7 giorni.
Riviera e imieimiglioricomplimenti proprio attraverso quel tipo di approccio provano a rivivere la crescita attraverso le immagini, senza la necessità di stabilire un confine netto tra l’essere adulti e il rimanere bambini.
(Giuseppe Fraggetta)
Scappi – 43.Nove
Scappi racconta una generazione che non fugge per vigliaccheria, ma perché scappare resta spesso l’unico modo per non farsi schiacciare da aspettative, precarietà e assenza di prospettive.
Dentro il brano c’è un presente sospeso, un tempo rubato che non riesce mai a diventare davvero futuro.
La provincia e la periferia amplificano questo senso di limite e trasformano il desiderio di evasione in una necessità.
Anche il suono segue questa tensione: parte raccolto e poi si apre, come uno sfogo che finalmente trova aria.
Synth retrò, chitarre indie e batteria incalzante tengono insieme malinconia e slancio, nostalgia e corsa.
Scappi trova il suo centro proprio qui: trasformare lo smarrimento in movimento e il bisogno di fuga in una forma di resistenza
(Giuseppe Fraggetta)
Ombra al sola – Dea Culpa feat. Ciao sono Vale
Ci sono relazioni che non finiscono davvero, ma che continuano a vivere nei messaggi lasciati senza risposta, nei ritorni improvvisi, nelle abitudini che resistono anche quando il sentimento si è ormai consumato. È proprio in questo territorio incerto che si muove “Ombra al Sole”, il nuovo singolo nato dall’incontro tra Dea Culpa e Ciao Sono Vale.
Accompagnato da sonorità afrobeat e sfumature mediterranee, il brano affronta uno dei temi più complessi della contemporaneità sentimentale: la difficoltà di distinguere l’amore dalla dipendenza emotiva.
Il testo alterna momenti di vulnerabilità e improvvisi slanci di consapevolezza, “Non sarò la tua ombra al sole” diventa infatti molto più di una semplice immagine poetica. L’ombra esiste solo in funzione della luce che la genera: rinunciare a essere un’ombra significa smettere di vivere esclusivamente attraverso lo sguardo dell’altro.
Dea Culpa e Ciao Sono Vale costruiscono un racconto generazionale che parla di relazioni irrisolte, bisogno di attenzione, paura dell’abbandono e ricerca di autenticità.
(Benedetta Rubini)
Roma mi vuoi bene – Giin
Ci sono città che diventano sfondi e poi ci sono città che diventano personaggi. In “Roma mi vuoi bene”, il nuovo singolo di Giin la Capitale smette di essere un luogo geografico per trasformarsi in una presenza viva, contraddittoria e sfuggente, quasi una persona con cui instaurare un rapporto d’amore tormentato.
Dal punto di vista sonoro, Giin prosegue la ricerca che la distingue all’interno della nuova scena italiana; le influenze alt-rock e dream pop che caratterizzano il suo percorso si intrecciano a una scrittura sempre più diretta.
L’intero brano si regge infatti su una domanda tanto semplice quanto devastante: “Mi vuoi bene?
La ripetizione continua di questo verso trasforma il ritornello in una sorta di ossessione emotiva; non è più soltanto una domanda rivolta a Roma, ma diventa una richiesta universale di riconoscimento.
Senza retorica e senza artifici, costruisce un brano che racconta il disagio di una generazione che continua a cercare il proprio spazio, anche quando non sa più se quel posto esista davvero.
(Benedetta Rubini)
Aiuto! – Beatrice Quinta
Questo brano affronta un tema che appartiene a molti giovani adulti: il confronto continuo con gli altri, quella sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto a qualcuno, di non sentirsi mai abbastanza belli, realizzati, desiderati o soddisfatti.
La forza della canzone sta proprio nella scelta di raccontare queste inquietudini attraverso l’ironia. Le immagini citate nel brano – dalla “Marilyn Monroe versione low cost” ai fit check, fino all’alternanza tra il sogno di diventare virali su OnlyFans e quello di ottenere un rassicurante posto fisso – costruiscono un ritratto generazionale tanto divertente quanto amaro.
Musicalmente si muove all’interno di un pop elettronico leggero, costruito per entrare in testa fin dal primo ascolto, creando un contrasto con le inquietudini raccontate nel testo.
Il risultato è una canzone che diverte, intrattiene e, allo stesso tempo, riesce a intercettare paure e pensieri condivisi da un’intera generazione.
(Benedetta Rubini)
belvedere sullo spazio – wowdrugo (album)
“belvedere sullo spazio” è un lavoro che nasce da anni di scrittura, cambiamenti e ricerca personale. Un punto d’arrivo e insieme un nuovo inizio, dove convivono canzoni scritte tempo fa e brani più recenti, uniti da una visione comune: raccontare il presente attraverso immagini sospese tra realtà e immaginazione.
“È una fotografia di qualcosa che invece è in continuo movimento. Un punto panoramico dal quale osservare il potenziale dell’immaginazione. Le canzoni del disco sono piccoli voli che provano ad allontanarsi dalla realtà per poi tornarci dentro con uno sguardo diverso”
Dal punto di vista sonoro, “belvedere sullo spazio” alterna momenti intimi e acustici ad aperture più ampie e orchestrali, mantenendo sempre al centro la scrittura e la forza evocativa delle immagini. Un disco complesso, imperfetto e profondamente umano, che fa della verità il suo elemento più importante.
Ad ampliare ulteriormente questo universo narrativo, wowdrugo ha realizzato personalmente anche un sito dedicato al progetto, concepito come un vero e proprio “punto panoramico” digitale sul mondo di “belvedere sullo spazio”. Uno spazio in continua evoluzione dove, prossimamente, sarà possibile ascoltare integralmente il disco ed entrare ancora più a fondo nell’immaginario dell’album attraverso materiali extra, contenuti nascosti e piccoli dettagli pensati per chi avrà voglia di fermarsi a osservare più da vicino.
Passa via – OHLE
Basta un dettaglio, un odore o un ricordo improvviso per ritrovare un luogo in cui sentirsi al sicuro.
Da questa intuizione nasce “Passa via”, il nuovo singolo di OHLE, un brano che fonde pulsazioni elettroniche e aperture pop in un equilibrio tra movimento e introspezione.
Il titolo omaggia Passavia, città dei tre fiumi dove l’artista ha vissuto per un anno, trasformandola nel simbolo di uno spazio interiore in cui lasciare scorrere via paure e pensieri, ritrovando il coraggio di guardare oltre la superficie delle cose.
“Passa via” si muove in un equilibrio continuo tra due dimensioni che si intrecciano e si rincorrono: da un lato la componente elettronica, con i synth che sostengono una spinta naturale al movimento; dall’altro un’anima più pop e strumentale, costruita su chitarre arpeggiate che nel finale si aprono e ampliano lo spazio emotivo del brano. Ne emerge una sintesi viva, in cui energia e introspezione non si escludono ma si amplificano a vicenda.