PH: Ufficio Stampa
Il contrappasso di questi tempi è che io avrei potuto scrivere quest’intervista utilizzando l’intelligenza artificiale, mentre Damiano Mex avrebbe potuto creare arte senza cuore, utilizzando la tecnologia, magari per una ricerca di numeri o facili streaming.
E invece no, per fortuna, tutto è fatto “Con le mani”, analogicamente, azione che ha un sapore più reale, anche se permette molta più fatica. Questo brano nasce da un racconto di Bukowski, critica aperta al futuro e ad una ricerca spasmodica di successo e non verità.
Damiano Mex ci tende a far passare questo messaggio proprio perché: “Viviamo in un tempo di diniego, organizzato! Non il diniego di chi non sa, quel lo di chi sa benissimo, ha i numeri sul tavolo, e sceglie comunque di guardare altrove perché altrove ci sono profitti da difendere. Un pianeta e le persone che lo abitano trattati come un asset da spremere finché rende, non come una casa da custodire.
È una chiamata a usare le Mani per davvero e smettere di essere spettatori del proprio collasso, tornare a es sere soggetti che agiscono, che si oppongono, che si rifiutano di scambiare la propria voce per un po’ di comodità.
Non è rabbia contro chi si trova nel la nostra stessa barca, o in una peggiore. Le persone che scappano, che soffrono, che vengono usate come capro espiatorio mentre i veri responsabili del collasso restano intoccati . È rabbia rivolta verso l ’alto!”
Sì, certo che è viscerale. Nel senso più letterale possibile. Nel racconto di Bukowski la macchina strizza il fegato, il fegato è l’organo che filtra i veleni. Ecco, a un certo punto il mio ha semplicemente smesso di reggere. Diciamo che è andato in sciopero prima di me.
Il mondo che brucia, bambini che vengono trucidati mentre noi stiamo li a scrollare sui social, e questa ricerca continua del nemico sempre tra gli ultimi, tra chi scappa, tra chi sta peggio di noi, invece di alzare lo sguardo verso chi ha davvero le leve in mano. E soprattutto questa specie di apatia generale, come se fosse normale. Fatti che dovrebbero farci ribollire il sangue e che invece passano tra una storia su Instagram e l’aperitivo.
Io non sono uno che si sveglia la mattina per scrivere canzoni di protesta. Ma quella sensazione fisica è arrivata prima di qualsiasi testo: ho il fegato avvelenato. Le parole sono venute dopo, quasi per dare un nome a qualcosa che il corpo aveva già capito da solo.
Il disclaimer l’ho messo perché oggi non è più scontato. Fino a qualche anno fa nessuno avrebbe sentito il bisogno di scrivere “questo l’hanno fatto delle persone”. Adesso sì, e già questo la dice lunga. L’idea, le riprese, la bocca, le mani, sono tutte mie (e di mia moglie). L’AI mi ha aiutato a sistemare luci e colori. Per un direttore della fotografia magari è un insulto, e probabilmente un po’ lo capisco. Il confine me lo sono posto dove per me contava: l’idea, le riprese, l’esecuzione sono roba umana. Se l’AI genera la musica al posto tuo, lì per me il discorso cambia proprio di natura.
Il filo tra reale e finzione è sottile ovunque, non solo nei video. E il problema è che spesso viene tirato apposta. Vedo venduta la finzione come realtà, per esempio: l’immigrato che viene fatto passare come generatore di tutti i mali, le propagande varie o anche solo le vite perfette sui social. E allo stesso tempo ci fanno passare la realtà per finzione: il pianeta che brucia diventa un’esagerazione, un allarmismo, roba da ambientalisti. Un bel gioco di prestigio direi.
Poi c’è l’arte, che in fondo è sempre stata una finzione che per me dice verità. La macchina strizza fegato di Bukowski non esiste, eppure quando leggevo sembrava di leggere la realtà. Per me la differenza non sta nell’usare la finzione, sta in chi la tiene in mano e a come la usa e a quali scopi.
Attualissimo, e la cosa un po’ mi spaventa. Però c’è una differenza, che è peggiorata la situazione. Bukowski immaginava una macchina in un’agenzia in cui i clienti pagavano per far “allineare” familiari, conoscenti, dipendenti, e questi poveracci venivano mandati contro la loro volontà. Oggi nella macchina ci entriamo da soli, volontariamente, e paghiamo pure l’abbonamento. Ottimizzare la produttività, ottimizzare il sonno, ottimizzare la faccia, il profilo e soprattutto ottimizzare l’apatia. Lui descrive un incubo, ora pare che ce lo siamo portati in casa e lo chiamiamo normale.
Detto questo, Bukowski è spesso insopportabile, misogino, autodistruttivo, uno che non vorresti accanto a cena. Ma è proprio quello che lo rende credibile, quando scriveva del marcio non lo faceva dall’alto, ci stava dentro fino al collo.
Cito un fatto recentissimo: quello che è successo a Macklemore sul tour di Ed Sheeran. Macklemore ha detto “Free Palestine” sul palco ed è stato buttato fuori dal tour, con il miliardario proprietario di uno degli stadi, Robert Kraft, che a quanto pare ha fatto pressioni pesanti, forse coinvolgendo anche altri proprietari di stadi. Sheeran è rimasto, ha scaricato la colpa sul promoter, e ha continuato il tour.
Il punto per me non è nemmeno l’opinione sulla Palestina in sé. È che Sheeran è uno degli artisti più influenti al mondo. Avrebbe potuto tener testa a un padrone miliardario senza nemmeno esporsi politicamente, solo dicendo “il mio tour lo faccio come dico io”. Sarebbe passato per un eroe. Invece ha scelto la strada più comoda. E questo mentre artisti con una frazione della sua influenza si giocavano date e cachet pur di non stare zitti. Per me quella è codardia bella e buona: hai le spalle coperte come nessun altro e scegli comunque di piegarti.
E poi c’è un dibattito (quasi tutto italiano) che trovo assurdo, quello secondo cui l’artista dovrebbe fare solo intrattenimento e stare fuori dalla politica. Basta guardare la storia della musica italiana impegnata per capire quanto sia una posizione senza fondamento. L’arte è servita a raccontare il mondo per secoli, non solo a farci ballare in cucina.
Perché funziona. Scrivere quello che la gente vuole sentire, seguire il suono di moda, evitare argomenti che dividono il pubblico: rende di più. Più streaming, playlist, numeri. Scrivi pensando a cosa funziona invece a cosa hai da dire, penso.
È lo stesso discorso di Ed Sheeran, in fondo: più hai da guadagnare a restare tranquillo, più è comodo restarci. Io preferisco scrivere qualcosa che a molti potrà non piacere, piuttosto che qualcosa che va bene a tutti e non dica niente.
Per me è il rumore di una radio che prende male e ogni tanto la frequenza scivola. Un secondo senti un notiziario, bambini sotto le macerie, ghiacciai che si sciolgono, e il secondo dopo passa al brusio di un aperitivo. Tintinnio di bicchieri, risate, musica di sottofondo.
Quel rumore lì per me è il presente. Un chiacchiericcio costante che confonde apposta le cose gravi con le cose futili, finché non riesci più a distinguerle. Ecco perché nel ritornello dico “è un facile rumore, rumore che odore, odore di merda ormai”. Quel rumore lì ha un odore preciso, quello di chi la pestata.
Sì, delegare è quasi sempre la strada più comoda. E il trucco è che raramente te lo chiedono con la forza. Nessuno ti dice “dammi il controllo del tuo futuro”. Ti dicono “rilassati, ci pensiamo noi”, ti parlano di ottimizzazione, di miglioramento, di semplificarti la vita. È un linguaggio gentile, quasi premuroso, ed è proprio per questo che funziona così bene: sembra un favore.
“Con Le Mani” era anche un po ‘una sfida su queste cose qui. Ho scritto il pezzo da solo, l’ho prodotto, mixato, masterizzato, ho girato il video da solo con mia moglie, con un iPhone e fatto l’editing. Avrei potuto affidare pezzi di questo lavoro a qualcun altro, sarebbe stato più comodo e probabilmente più veloce. Ma la canzone parla di rifiutarsi di essere spettatori del proprio collasso, e mi sembrava sbagliato farla nascere delegando anche solo un pezzo di quel processo. Costruire il proprio futuro parte da lì, da piccole cose concrete che decidi di fare tu, con le tue mani.
Il piano, visto che ho la doppia cittadinanza e sono fortunato che io e mia moglie abbiamo lavori flessibili, è fare un po’ e un po’. Dividere il tempo, non scegliere.
Quello che sento ancora davvero umano in Italia è tutto quello che non si riesce a impacchettare. Un pranzo che dura tre ore perché nessuno ha fretta di alzarsi da tavola, una piazza dove la gente si urla contro invece di scrivere messaggi o commenti. Quello che mi manca di più però sono gli affetti pero: famiglia, amici. Quelli mi mancano più di tutto quando sono lontano. E poi le cose più superficiali ma non meno vere, il cibo, parlare in italiano senza doverci pensare.
Col concetto di patria o di italianità come viene intesa di solito, però, ci faccio poco. Mi viene sempre in mente Gaber: “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Mi ci ritrovo parecchio. Quello che mi lega davvero all’Italia non è la bandiera, è l’arte, l’architettura, la storia. Quando torno è un po’ come ricaricare le pile: cammini per strada e sei circondato da secoli di roba bellissima senza nemmeno accorgertene. Quello mi manca sempre, ovunque io sia.
Scrivo sia in italiano che in inglese, e la lingua che uso spesso decide da sola quanto mi sento vicino o lontano da casa in quel momento. Scrivere in italiano da lì è forse il modo più semplice che ho per restare legato, anche quando sono dall’altra parte del mondo.
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