“This year
You should come and stay here
You can follow my lead
I can help you disappear”
(Fontaines D.C. – Marianne)
Ci sono settimane che arrivano dritte, e altre che sembrano emergere da una nebbia. Le canzoni nuove fanno così: compaiono mentre stai facendo altro, aprono una porta laterale nella giornata e, per tre minuti, cambiano la luce a tutto quello che hai intorno. Una voce, un synth, una chitarra lasciata a vibrare nel punto giusto — e all’improvviso la realtà prende quell’aria un po’ cinematografica che normalmente appartiene solo ai sogni o alle scene che ci costruiamo in testa.
È da lì che parte questa settimana di New Indie Italia Music Week: dalle uscite che non chiedono semplicemente di essere ascoltate, ma di essere attraversate. Brani in cui sparire per qualche minuto, storie che sembrano arrivare da un’altra stanza, ritornelli che restano addosso quando tutto il resto è già andato avanti. Abbiamo raccolto le nuove canzoni italiane che ci hanno fatto fermare, tornare indietro e premere play una seconda volta.
Queste sono le nostre preferite. Benvenuti nella nebbia.
È uscito il nuovo singolo di Margherita Vicario. Punto. Potremmo fermarci qua, Margherita Vicario sono due parole che son marchio di qualità e sono la miglior recensione possibile.
Ma “Ho chiesto aiuto” merita qualche parola in più. Anche perché dietro un titolo apparentemente così semplice si nasconde un racconto estremamente personale, nel quale chiedere aiuto non rappresenta soltanto la soluzione a un problema ma la scoperta che ciò che abbiamo sempre considerato normale, forse, normale non era affatto.
Un tema troppo importante per non soffermarcisi. Perché certi tormenti, certe angosce e certi pensieri possono sembrare parte di un malessere comune, qualcosa con cui imparare semplicemente a convivere. Ma non sempre è così. E forse una delle consapevolezze più difficili da raggiungere è proprio capire quando abbiamo bisogno di aiuto e trovare la forza di chiederlo. Questo infatti fa Margherita, realizza che i pensieri che ha sempre pensato fossero normali in realtà non lo erano e chiede aiuto. La canzone inoltre si stacca un po’ dai dogmi dell’artista maledetto e tormentato, non strizzando l’occhio quindi al dolore e alla sofferenza e soprattutto senza romanticizzarli.
Chiedere aiuto però non significa cancellare tutto con un colpo di spugna. Gli abissi rimangono e continuano a essere profondi, cambia il modo in cui li si affronta. “Mi è apparso un mare calmo, ma dai fondali accesi” è probabilmente una delle immagini più belle della canzone. Il mare si è calmato, quello che c’è sotto non è scomparso. Semplicemente adesso si può guardare verso il fondo senza necessariamente finirci dentro.
Ed è forse proprio qui che si completa il percorso di “Ho chiesto aiuto”. Nel ritornello Margherita canta “forse il bello, lui resiste”. Alla fine della canzone quel “forse” non serve più: “Perché il bello, quello esiste”. Ogni canzone di Margherita Vicario ce lo ricorda.
(Christian Gusmeroli)
Siamo tutti un po’ naufraghi e un po’ eroi. Anche perché forse per diventare i secondi bisogna prima essere stati i primi. “Naufraghi ed eroi” è il nuovo singolo di Gloria Tricamo e anticipa “Fuck, Marry, Die”, il suo album d’esordio in uscita il prossimo 23 ottobre.
Il mare è una presenza importante nella vita e nella scrittura della cantautrice ma questa volta non è semplicemente un luogo. Diventa quasi una condizione emotiva.
La vita non è altro che un continuo naufragare, un continuo cercare di restare a galla e a volte farsi trasportare dal mare.
Interessante è l’accostamento tra le due parole del titolo. Siamo abituati a pensare al naufrago come a qualcuno che ha perso e all’eroe come a qualcuno che ha vinto. Ma le due figure forse non sono poi così distanti. Sopravvivere al proprio naufragio può essere già un piccolo atto eroico. Non sempre serve arrivare a riva da vincitori, qualche volta è già tanto continuare a nuotare.
“Naufraghi ed eroi” parla anche del rapporto tra quello che siamo e quello che mostriamo di essere. Viviamo in un’epoca in cui la rappresentazione rischia spesso di diventare più importante della realtà e persino le emozioni sembrano dover essere mostrate e rese presentabili agli altri. E allora persino la malinconia può diventare un salvagente. Se fa male almeno è vera.
Gloria ci porta in un mondo musicale che vagamente ricorda i Baustelle, con una ballad intima che non ha bisogno di strafare e lascia alla voce e alle parole il compito di guidare il brano.
Alla fine forse naufraghi ed eroi non sono nemmeno così diversi. Perché per essere eroi non bisogna necessariamente salvare qualcuno. A volte è già abbastanza riuscire a salvare sé stessi dal proprio naufragio oppure saper raccogliere gli appigli e provare a godersi la beltà del gigante blu. “Il naufragar mi è dolce in questo mare”
(Christian Gusmeroli)
“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, cantava quel gran genio, non del mio amico (purtroppo), di Caparezza. Ma Anna Castiglia non se ne preoccupa, mette “La paura in tasca” e ci ricorda perchè è, oramai senza dubbio alcuno, una delle giovani cantautrici di maggior talento del nostro panorama.
“La paura in tasca” è dunque la seconda opera che l’artista siciliana ci mette a disposizione. Vorrei partire dalle curiosità. All’interno dell’album troviamo due sketch che si intervallano alle canzoni in uno dei quali compare un’altra eccellenza del panorama artistico italiano, Valerio Lundini. Accoppiata che ci evidenzia quanto Anna Castiglia sappia anche muoversi in un mondo che va al di là della profondità dei testi e della qualità musicale e che la sua ironia mai banale (che già abbiamo avuto modo di apprezzare in brani come, per esempio, “Ghali”) è una compagna fedele anche senza l’accompagnamento musicale.
Ma mettiamo da parte per un attimo l’ironia e arriviamo alla paura. Perché già il titolo racconta molto della filosofia di questo disco. Anna Castiglia non prova a sconfiggerla, nasconderla o lasciarsela alle spalle. Se la mette in tasca e parte comunque. Perchè non devi necessariamente sconfiggerla ma dovremmo forse imparare a conviverci e trovarci così a scoprire che alcune paure servono persino a farci capire dove vogliamo andare e cosa vogliamo fare nella nostra vita.
Paure, ho usato il plurale. Non è un caso.
La paura del titolo infatti non è una sola. Cambia volto durante l’album e si nasconde nelle insicurezze, nel giudizio degli altri, nella necessità di crescere e diventare indipendenti, nelle aspettative che abbiamo su noi stessi e che gli altri hanno su di noi. Anna Castiglia prende paure estremamente personali e finisce inevitabilmente per parlare anche delle nostre. Un album che attraversa diversi generi musicali, toccando addirittura sonorità brasiliane con “Ho finito i pezzi latin”, e che, riflessione personale, mi ha rievocato anche il turbinio irrazionale che le paure riescono a creare dentro di noi. Un po’ come la scelta della traccia di apertura “Insisto perchè esisto” e quella di chiusura “La paura in tasca” mi fanno pensare a un percorso di maturazione e realizzazione su come convivere con le paure appunto. Si parte dall’insistere per affermare la propria esistenza e si arriva alla paura che viene accettata e portata con sé.
Concludo con l’aspetto estetico del disco. La copertina mostra delle ombre cinesi. Le ombre cinesi partono da qualcosa di piccolo per proiettare qualcosa di molto più grande. Un po’ quello che succede con le nostre paure: a volte non è ciò che abbiamo davanti a essere enorme, ma l’ombra che gli permettiamo di proiettare dentro di noi.
Forse è proprio questo il punto: le paure non diventano più piccole. Siamo noi che, imparando a guardare cosa le proietta, possiamo finalmente rimetterle nelle giuste proporzioni. E magari, una volta fatto, scoprire che in tasca ci stanno davvero.
(Christian Gusmeroli)
anzoni. Il titolo indica un luogo impossibile da localizzare davvero: potrebbe essere un’isola, una persona, un ricordo oppure quello spazio mentale in cui realtà e immaginazione finiscono per sovrapporsi. Ed è proprio questa ambiguità a diventare il filo conduttore dell’intero album.
La Sicilia è una presenza evidente, ma Adriano evita di trasformarla in uno sfondo da cartolina. La sua è piuttosto la Sicilia dei cantastorie, dei personaggi eccentrici, delle leggende, dell’ironia utilizzata per alleggerire anche ciò che fa male. Luoghi e persone reali vengono deformati appena, quanto basta per farli entrare in una dimensione narrativa nella quale il quotidiano può assumere improvvisamente i contorni del surreale.
Portoluna funziona soprattutto perché non pretende di spiegare tutto. I suoi personaggi compaiono, attraversano una storia e spesso scompaiono senza arrivare a una vera conclusione. Adriano li osserva, ma in alcuni momenti entra direttamente nelle loro vicende, diventando a sua volta uno degli abitanti di questo universo. Ne deriva un disco corale, costruito attraverso piccoli episodi, immagini e cambi di prospettiva.
Boisié mette in discussione l’idea che possiamo davvero conoscere fino in fondo noi stessi, prima ancora degli altri. Il brano si muove tra insicurezze, vuoto e desiderio di trovare qualcuno capace di diventare uno “scudo alla noia”, senza però trasformare la relazione in una risposta definitiva. Anzi, è proprio lo sguardo di chi amiamo a restituirci parti di noi che non avevamo mai visto. Una scrittura intima e fragile, che alterna romanticismo e inquietudine senza cercare per forza una soluzione. Alla fine resta l’idea che forse non dobbiamo diventare qualcosa di preciso: possiamo anche semplicemente imparare ad accettare di non conoscerci ancora.
(Pietro Broccanello)
“Radio Sacramento” sembra proprio uno di quegli album che chiedono di essere ascoltati senza troppa fretta. Sacramento costruisce un piccolo mondo fatto di ricordi, relazioni, incomprensioni e scene quotidiane, mettendo insieme malinconia e ironia senza mai renderle troppo pesanti. Il suono caldo, tra groove rilassati, lo-fi, elettronica e suggestioni da soundtrack italiana, dà al disco un’atmosfera quasi cinematografica, come se ogni pezzo fosse una scena di un film che non abbiamo mai visto. Da “The Misunderstanding” a “The Duck”, passando per “The Fog” e la più intima “Hand in Hand”, le storie cambiano ma resta sempre quella ricerca di qualcosa di semplice dentro un mondo parecchio complicato. Un disco leggero solo in apparenza, che proprio nella sua semplicità riesce a raccontare bene quella strana cosa che è stare al mondo.
(Pietro Broccanello)
Cosa resta della musica quando a decidere cosa vale sono gli ascolti, i numeri e la possibilità di trasformarla in un lavoro? I cinque brani del collettivo InTheStudietto seguono un percorso che parte dal sentirsi fuori posto e passa attraverso fuga, rabbia, ricerca e precarietà, cambiando linguaggio a ogni tappa: rap ed elettronica, strumentale, cantautorato, R&B e indie pop. Ma lo zero del titolo non è soltanto quello degli stream: può essere anche un punto di partenza, quando non hai ancora niente da dimostrare e tutto è ancora possibile. Il risultato è un EP molto legato alla realtà di chi prova a fare musica senza avere necessariamente le condizioni per farlo. E forse è proprio questa la sua forza: non dare una risposta “definitiva” al conflitto tra arte e mercato, ma lasciare aperta la domanda su quanto siamo disposti a sacrificare per continuare a fare ciò che sentiamo nostro.
(Pietro Broccanello)
Da sempre ho un debole per le sonorità anni 60 ed i grandi cantautori dell’epoca. È un immaginario che associo sempre all’estate. Estate appena finita e che grazie alla voce senza tempo di Lumiero ha avuto una colonna sonora perfetta con il suo “Il primo grande disco di Lumiero”. Non contento questa settimana è uscito con il perfetto brano di fine estate. Brano che ha il sapore di un amore estivo andato perduto e di tipiche rese dei conti che ti portano a fare settembre e l’autunno.
Lumiero mette a nudo l’isolamento di tutti i giorni — quello che appesantisce i pensieri e rende meccanico ogni movimento. In un loop alienante fatto di routine e insonnia, l’unica vera consolazione diventa il baratto silenzioso di pochi convenevoli con chi condivide la medesima estenuazione.
“A chi non ha nessuno come me.A chi si sente un pesce rosso in una tazza di caffè. Buongiorno a chi la notte dorme poco.E a chi non dorme mai”
Il cuore del brano gioca tutto su una frattura insanabile: fuori, la frenesia spietata del mondo che corre senza attendere nessuno; dentro, un’immobilità di pietra, paralizzata dal terrore di confidare persino alle persone vicine che un fantasma del passato continua a ingombrare il presente.
Per fortuna che in soccorso arriva la notte, che spegne pensieri e paure.
“E allora sai che c’è? Buonanotte”
(Martina Bianchini)
Emma chiama e la gente risponde. Sì perché non puoi girarti dall’altra parte, non puoi non fermarti ad ascoltare questo grido di partecipazione che viene cantato da una giovane cantautrice che aggiunge musica alla domanda che tutti, oggi, dovremmo porci : “cosa posso fare per cambiare le cose e smettere di avere paura”.
Emma canta. E cantando dice alla sua generazione che nessuno è solo e che insieme è l’unico modo per affrontare questo periodo storico pieno di
“ gente che urla di plastica e vetro”.
Nell’era dell’egoismo, dell’indifferenza, di guerre assurde chi ha voce deve farsi sentire ed Emma, seppur molto giovane, ne sente il peso e usa il mezzo più potente che ha a disposizione, il canto, usato per combattere la passività collettiva che dilaga.
Non so a cosa serve, so semplicemente che è meglio cantare che odiare», racconta Emma Nolde e ancora “Rimettiamoci insieme, perché non sono i cattivi ad essere forti, ma siamo noi ad essere divisi».
“perché tanti uno messi insieme fanno cento”
(Martina Bianchini)
Tre strumenti a corda, chitarra, basso e violino. Due voci che si intrecciano alla perfezione. Una città, Bologna. Questi sono gli ingredienti di “Crisalide” brano scritto da De Stradis, impreziosito dalla sensualità di Lauryyn e cucinato da Filippo Bubbico con il quale i due artisti collaborano e creano bellezza.
Con “Crisalide”, l’estate perde i suoi contorni tradizionali legati al viaggio e al mare per farsi dimensione interiore e urbana. L’estate in questione è infatti quella di una calda Bologna e il racconto si focalizza sulla minuzia dei dettagli e sulla forza delle relazioni interpersonali, trasformando una malinconia di fondo in un elemento di connessione e resilienza emotiva.
Bologna in agosto si svuota e forse è proprio grazie a questo vuoto e a questa lentezza che riconoscersi diventa più facile.
Strumentalmente parte tutto da una chitarra dando così al brano un suono minimale e pulito che accompagna alla perfezione l’estate italiana di chi non può permettersi di andare in ferie ma che probabilmente si innamorerà.
(Martina Bianchini)
Tornano gli scheletri dall’armadio, ma Gaia Morelli decide di non prendersi troppo sul serio. “Niente è poi così cambiato” attraversa vecchie ferite, persone e versioni di sé che sembravano ormai superate, trasformando il disagio in una forma di autoironia. Il brano cambia passo, accelera e rallenta, seguendo il movimento irregolare di chi prova a fare ordine mentre tutto torna a galla. “Goffa”,(per usare le parole della Morelli), ruvida eppure profondamente umana, Gaia Morelli sceglie di guardare le proprie difficoltà da un’altra prospettiva: a volte volersi bene significa anche accettarsi per quello che si è.
(Ilaria Rapa)
Settembre ha quella strana capacità di far sembrare ogni ripartenza una fuga possibile. “Nulla di speciale” di WISM & Perenne parte da qui: una chitarra classica dal sapore bossa, groove sudamericani e chitarre distorte che costruiscono un equilibrio leggero e malinconico, sospeso tra indie pop, hip hop ed elettronica. Al centro c’è una relazione messa alla prova dalla distanza e il desiderio, forse ingenuo ma necessario, di cambiare città, fare tabula rasa e ricominciare altrove. Ma sotto il ritmo caldo resta quel “cuore immerso nel vuoto” che ricorda quanto sia difficile trasformare una fine in un nuovo inizio.
(Ilaria Rapa)
Prendere i ricordi, metterli in una sacca e tirarli fuori quando serve. È più o meno quello che fa Lazzaro con “Feste di paese”: otto tracce electropop che guardano all’infanzia senza trasformarla in una foto sbiadita e nostalgica. Ci sono la provincia pistoiese, i nonni, i primi amori, la sensazione di sentirsi protetti, ma anche tutto ciò che il presente adulto sembra averci fatto dimenticare: giocare, meravigliarsi, incontrarsi senza averlo programmato. Ricordare il passato diventa così una festa, e la festa a sua volta una piccola sagra elettronica fatta di ironia e voglia di ballare. Lazzaro ci fa così conoscere il proprio “bimbo interiore”, che diventa così la risposta alla serietà del mondo adulto.
(Ilaria Rapa)
I baci hanno un sapore che la distanza cerca di annacquare, di rendere meno gustosi, la lontananza prova a cancellare le papille gustative. Ma se l’amore è reale, l’acquolina cresce e i km fanno aumentare l’appetito.
I Morama riescono a trasformare questo brano in qualcosa di concreto, tangibile, con il desiderio che aumenta e diventa sempre più una sensazione reale. Viene esaltata la profondità emotiva che si fonde con il suono elettro-pop del duo.
Forse in futuro la tecnologia riuscirà sempre di più a trovare soluzioni alternative, per chi è troppo lontano per sfiorarsi con le labbra, al momento questa canzone ci riesce benissimo.
(Nicolò Granone)
L’essere umano soffre di egoismo e insicurezze, soffre gli adii perché odia l’idea di essere sostituito da qualcun altro, non sentendosi all’altezza di quel rapporto che ormai è finito. Il non accettare significa chiedere il conto alla felicità, perché capita che non possiamo sopportare l’idea di non essere la miglior persona del mondo?
Lentiggini non è la classica canzone d’amore che nasce da quello che a tutti gli effetti è un lutto, è qualcosa di molto più introspettivo e a tratti anche filosofico dato che nella rassegnazione, persino la speranza diventa risposta impossibile, ma nonostante tutto si rimane lì fermi a metà, incolpevoli nel non voltare pagina.
L’interpretazione di Settembre è struggente, con la sua voce riesce a trasmettere quel senso di sofferenza davanti ad una di quelle situazioni che scombussola e confonde la razionalità, nelle quali, inevitabilmente capita a tutti di finirci.
Il contrappasso di questi tempi è che io avrei potuto scrivere questa recensione utilizzando l’intelligenza artificiale, mentre Damiano Mex avrebbe potuto creare arte senza cuore, utilizzando la tecnologia, magari per una ricerca di numeri o facili streaming.
E invece no, per fortuna, tutto è fatto “Con le mani”, analogicamente, azione che ha un sapore più reale, anche se permette molta più fatica. Questo brano nasce da un racconto di Bukowski, critica aperta al futuro e ad una ricerca spasmodica di successo e non verità.
Damiano Mex ci tende a far passare questo messaggio proprio perché: “Viviamo in un tempo di diniego, organizzato! Non il diniego di chi non sa, quel lo di chi sa benissimo, ha i numeri sul tavolo, e sceglie comunque di guardare altrove perché altrove ci sono profitti da difendere. Un pianeta e le persone che lo abitano trattati come un asset da spremere finché rende, non come una casa da custodire.
È una chiamata a usare le mani per davvero e smettere di essere spettatori del proprio collasso, tornare a es sere soggetti che agiscono, che si oppongono, che si rifiutano di scambiare la propria voce per un po’ di comodità.
Non è rabbia contro chi si trova nel la nostra stessa barca, o in una peggiore. Le persone che scappano, che soffrono, che vengono usate come capro espiatorio mentre i veri responsabili del collasso restano intoccati . È rabbia rivolta verso l ’alto!”
(Granone Nicolò)
I Junipero sono una band romana che suona insieme da anni, ma solo recentemente ha cambiato rotta avviando questo progetto in lingua italiana. Provengono dalla stessa zona della città e usano i testi per raccontare situazioni comuni sia come artisti, sia come persone che osservano il mondo e la sua confusione, con sonorità alt-rock, mescolando diverse influenze jazz, funk e psych rock.
Dormi, il nuovo singolo feat Pocopoco, è la sospensione di un momento e di una generazione, in bilico tra giudizio e responsabilità (spesso anche degli altri), che tenta di nascondere il dolore, tenendolo all’interno. Ci sono situazioni dove il silenzio in realtà vuol dire molto, però si preferisce abituarsi alla realtà, senza provare a parlarne.
Dormi può essere una relazione che piano piano si spegne, oppure l’ennesimo tentativo di reagire al futuro provando a scegliere nuove direzioni. Dormi è un sogno interrotto dalla fretta dei giorni, che passano con la loro indifferenza.
(Nicolò Granone)
Serate Sbagliate è il lavoro d’esordio di Freddo Cavalli: un concept album che documenta la deriva di un intero fine settimana trascorso tra locali, ristoranti e club di una città italiana.
La genesi delle tracce è documentaristica: i testi nascono dalla riscrittura e rielaborazione di recensioni online reali lasciate da clienti reali su ristoranti, bar e luoghi di ritrovo della penisola. Ne emerge un affresco tragicomico e disilluso dell’Italia di oggi, stretta tra l’improvvisazione di gestori senza esperienza, il declino della cultura dell’accoglienza e la precarietà di un settore hospitality ridotto a passatempo o impiego di passaggio.
Tra romanticismo d’altri tempi e amara rassegnazione, il disco mette a nudo la scomparsa di quegli standard di qualità
Freddo Cavalli non è un algoritmo lasciato a se stesso, ne l’ennesimo esperimento generativo senz’anima. È un progetto sonoro e concettuale guidato da una direzione artistica umana con oltre vent’anni di esperienza sul campo all’interno dell’industria discografica tradizionale.
In un panorama musicale saturato dall’ossessione per il flex, l’hype effimero e la musica vissuta come ponte transitorio verso carriere da influencer o testimonial, Freddo Cavalli ribalta il paradigma: sfrutta l’Intelligenza Artificiale con cognizione di causa e consapevolezza artigianale per scattare una polaroid spietata e nostalgica della contemporaneità.
L’AI non è una scorciatoia tecnica, ma una precisa dichiarazione poetica e politica: una tecnologia sintetica per raccontare la perdita di autenticità, mestiere e vocazione nel nostro Paese.
L’uomo confida sempre in una nuova possibilità, e il weekend ne è l’emblema, siamo sicuri che il divertimento ormai non stia diventando un ossessione?
(Nicolò Granone)
Bassi sintetici, chitarre filtrate e ventate di pianoforte costruiscono un paesaggio sonoro scuro e potente, che scorre su una pulsazione elettronica a 100 bpm, debitrice tanto dei Moderat quanto dei Teen Suicide, e su cui si staglia la voce dell’artista, nitida e intensa.
So bene come ti senti si declina intorno a un sentimento ben preciso, l’empatia, ma lo fa in modo non scontato, andando oltre ogni possibile stereotipo o lettura superficiale.
Ho voluto rappresentare l’empatia quale sentimento tutt’altro che buonista e mellifluo, piuttosto come dirompente strumento di emancipazione per scardinare un sistema che concede sempre più potere alla disumanità, racconta infatti Ibisco.
Empatia intesa quindi come sintonia totale, come intimità incorruttibile, capace di tenere al riparo dalle sovrastrutture del mondo e di fare sfumare i bordi tra le persone.
Un porto sicuro in cui sentirsi liberi di essere ciò che si è, senza ansia o necessità di performare. Una casa dentro cui poter appoggiare con fierezza tutto il proprio bagaglio di insicurezze e imperfezioni, dove la fragilità non è debolezza ma parte necessaria e importante della propria essenza.
Un elogio di un sentimento raro e prezioso, che provoca dipendenza nel suo essere assoluto e irresistibile, a tratti passionale ed euforico, come una droga invisibile ma difficile, perché serve sempre un altro che la procura.
Ma una droga più che mai necessaria per poter vivere appieno, sporcandosi le mani con le emozioni.
Con “Monete e Bottoni” centomilacarie torna a raccontare l’amore, spogliandolo da ogni convenzione o romanticismo e descrivendolo come un qualcosa di disordinato, ma profondamente umano. Il titolo sembra quasi suggerire una dichiarazione d’amore fatta con quello che si trova in tasca: poco, forse pochissimo, ma comunque tutto ciò che si ha.
Nel testo il protagonista si presenta come qualcuno che non sa bene come amare, che ha imparato da zero e ammette persino di non saper “contare”. Le monete e i bottoni diventano così il simbolo di un’inadeguatezza, ma anche del tentativo ostinato di conquistare qualcuno senza poter offrire ricchezze o certezze. Eppure, basta un abbraccio per sentirsi grandi: una frase semplice, quasi infantile, che restituisce tutta la vulnerabilità del personaggio.
Il sound è crudo, viscerale e volutamente imperfetto, lontano dalle produzioni pop troppo patinate, gli arrangiamenti seguono le montagne russe emotive del testo, alternando momenti tesi e sospesi a esplosioni sonore liberatorie.
Il brano si muove in uno spazio instabile, dove l’amore può essere sia rifugio che rischio, raccontandoci che anche quando si ha poco da dare all’altra persona, si può comunque decidere di dare tutto.
(Benedetta Rubini)
Nervi racconta l’attrazione impossibile di un allievo per la propria professoressa, giocando sulla distanza tra il “Lei” e un desiderio che non trova il coraggio di diventare realtà. Assistiamo ad un modo curioso e delicato di raccontare un amore infattibile: il desiderio non viene dichiarato apertamente, ma prende forma attraverso l’immaginazione, alimentata da una domanda che ritorna continuamente. Centrali sono i viaggi mentali del protagonista, che pur sapendo quanto sia improbabile quello che desidera, continua ad ipotizzare un se.
La musica accompagna questa storia con un arrangiamento dal gusto vintage, il basso procede con discrezione, il pianoforte cresce gradualmente e anche i cori di Federico Dragona e il fischietto di Dente contribuiscono a rendere il brano vivace. “Ma Si Immagini Se” non cerca grandi dichiarazioni, si sofferma su una fantasia e su un sentimento trattenuto, ma proprio per questo arriva agli ascoltatori. Infatti a quanti di noi sarà sicuramente capitato di desiderare qualcosa di impossibile?
(Benedetta Rubini)
Damefurk è un progetto nato con la collaborazione e la produzione di Argo Dog Sound,…
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