PH: Ufficio Stampa
Serate Sbagliate è il lavoro d’esordio di Freddo Cavalli: un concept album che documenta la deriva di un intero fine settimana trascorso tra locali, ristoranti e club di una città italiana.
La genesi delle tracce è documentaristica: i testi nascono dalla riscrittura e rielaborazione di recensioni online reali lasciate da clienti reali su ristoranti, bar e luoghi di ritrovo della penisola. Ne emerge un affresco tragicomico e disilluso dell’Italia di oggi, stretta tra l’improvvisazione di gestori senza esperienza, il declino della cultura dell’accoglienza e la precarietà di un settore hospitality ridotto a passatempo o impiego di passaggio.
Tra romanticismo d’altri tempi e amara rassegnazione, il disco mette a nudo la scomparsa di quegli standard di qualità
Freddo Cavalli non è un algoritmo lasciato a se stesso, (qui il sito ufficiale) ne l’ennesimo esperimento generativo senz’anima. È un progetto sonoro e concettuale guidato da una direzione artistica umana con oltre vent’anni di esperienza sul campo all’interno dell’industria discografica tradizionale.
In un panorama musicale saturato dall’ossessione per il flex, l’hype effimero e la musica vissuta come ponte transitorio verso carriere da influencer o testimonial, Freddo Cavalli ribalta il paradigma: sfrutta l’Intelligenza Artificiale con cognizione di causa e consapevolezza artigianale per scattare una polaroid
spietata e nostalgica della contemporaneità.
L’AI non è una scorciatoia tecnica, ma una precisa dichiarazione poetica e politica: una tecnologia sintetica per raccontare la perdita di autenticità, mestiere e vocazione nel nostro Paese.
L’uomo confida sempre in una nuova possibilità, e il weekend ne è l’emblema, siamo sicuri che il divertimento ormai non stia diventando un ossessione?
Crediamo sia un’apparizione, il personaggio si è materializzato come a dover suggerire che questi momenti andassero tradotti in musica. Non l’abbiamo costruito a tavolino: è arrivato già con addosso la stanchezza di chi si è vestito con cura per un venerdì che poi non è successo. Freddo Cavalli è uno di noi, normale e con delle aspettative normali; siamo tutti noi che ogni settimana ricominciamo a sperare che il weekend sia quello buono, quello con l’avventura e la positività promesse, e puntualmente qualcosa si mette contro: un amico che disdice all’ultimo, un locale già vuoto alle undici, una serata che finisce prima ancora di iniziare davvero. Non ci arrendiamo, semplicemente continuiamo a presentarci.
Crediamo siano i momenti che non abbiamo costruito con l’aspettativa: parli con uno sconosciuto, trovi 5 euro per terra, ti telefonano per dirti che va tutto bene, vinci al bowling o semplicemente provi quella sensazione nel corpo che per 10 minuti inspiegabilmente ti fa sentire vivo.
Forse la scelta di andare via senza salutare tutti ti apre la possibilità di aver salvato quello che rimaneva di una serata sbagliata: sei da solo, accendi l’autoradio e vai da un’altra parte.
Uno solo non basta, ne elenchiamo alcuni:
“Potevo stare a casa, ma tu mi hai trascinato fuori, ci abbiamo provato piuttosto che stare immobili. È andata male, ma non ci fermeremo.”
“Ho prso le hacvii, cm faccio?“
“Sono un coglione, potevo chiedere il numero alla cameriera, non la rivedrò più“
“Ho conosciuto gente figa stanotte, grazie“
Alcuni di noi vorrebbero essere in aereo con Keith Flint e parlare con lui mangiando insieme il “Chicken or Pasta” e, chiaramente da italiani, provare quella pasta scaldata al microonde bevendo l’ennesimo mignon di Chardonnay chiesto alla hostess. Affrontare la vita, parlare di cose, per 9 ore in direzione New York.
Altri sognano la compagnia di Joe Strummer, dopo aver cucinato insieme un piatto di pasta veramente discutibile accompagnato da un vino in cartone e mille sigarette, chiedendogli cos’ha provato la prima volta che ha partecipato a un rave e cosa ha visto di simile a quello che raccontava nella sua musica. La cosa importante è ricordarselo il giorno dopo, nonostante l’hangover.
No, siamo convinti che allo stato odierno siamo già tutti più che in overdose da AI, tanto che i tremori dell’astinenza non li sentiamo nemmeno più; conseguentemente, anche le AI non ne possono più di task scritte male e di richieste confusionarie e banali. Lo vediamo sempre più spesso nello slop che generano e nella velocità di degradazione delle risposte.
Allo stato delle cose, nel futuro siamo convinti che l’AI in campo artistico perderà sempre più posizioni rispetto al suo utilizzo in campo semplificativo per le azioni quotidiane e di problem solving.
Al momento non esiste più una routine scandita dalle azioni quotidiane (colazione, ufficio, giornale, pranzo, ecc.), ma da alternanze di scroll che cancellano la percezione del tempo in una giornata tipo. Ci si accorge di aver perso un’ora solo quando qualcuno chiama e chiede dove sei e non sai rispondere, perché in realtà non sei stato da nessuna parte. La nostra giornata tipo è un’automazione fatta di FOMO, di paura di perdersi un’informazione importante seminata sotto 100 video inutili, e alla fine resta solo la sensazione di aver vissuto una giornata di cui nessuno, nemmeno noi, saprebbe raccontare niente.
Dipende dalla generazione a cui poniamo la domanda e in quale luogo d’Italia ci si trova. La Gen X ci spera ancora e fa di tutto per rendere speciali luoghi che non hanno più quella magia, nella speranza di rivivere un’emozione e un ricordo che spesso non ha senso provare a rivivere.
La Gen Z esce, ma non si capisce bene per cosa: se per non restare a casa o per il terrore di sparire dal radar sociale se non pubblica qualcosa entro mezzanotte. La selezione del dj passa in secondo piano a nessuno interessa davvero shazammare un brano che non riascolterà mai. Anche i locali sembrano scelti con lo stesso criterio: poca ricerca, poco dettaglio, uno vale l’altro.
E poi ci sono i Millennials, forse l’ultima speranza: sono l’unica generazione che ha davvero attraversato tutte le fasi di una serata per intero, senza saltarne nessuna. Il pre-serata organizzato per messaggio e non per storia Instagram, l’euforia delle prime due ore in cui sembra che stia per succedere qualcosa di importante, il momento in cui ci si accorge che non succederà, il tentativo disperato di salvare la nottata cambiando locale, il crollo psicofisico delle tre di notte, la lucidità imbarazzante delle sei quando si torna a casa e si rivede tutto con occhi diversi. Hanno vissuto abbastanza serate sbagliate da sapere in anticipo come andrà a finire, e proprio per questo sono gli unici che continuano a uscire comunque; non per ingenuità, ma per abitudine a scommettere su una sera diversa dalle altre.
Consumismo e capitalismo, probabilmente dopo le Jordan 1 e Michael Jackson che firma con Pepsi, sono diventati la base della nostra società; non siamo nuovi purtroppo a questo modo di esistere. Era sopportabile fino alla fine degli anni ’90, ma al giorno d’oggi tutto questo mix di stimoli e informazioni forzate ha reso il consumatore così compulsivo da non ricordare se il pacco acquistato su Amazon lo avesse ordinato davvero.
Crediamo che la questione più grave non sia insita in questo, ma nella normalizzazione delle competenze di qualsiasi persona grazie all’utilizzo dell’AI: sì, ok, se hai competenze pregresse puoi fare meglio (vedi Freddo Cavalli), ma penalizzare le vere arti e conoscenze è un pericolo enorme. Ma noi, come tutti i venerdì, saremo lì, in un posto sconosciuto, pregando che tutto vada bene e che rimanga almeno un ricordo nella nostra galleria oppure una recensione negativa, perché è più urgente prendersela con qualcuno che dirà la sua nel prossimo disco.
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