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Millepiani: “Il cuore è un pessimo scienziato” | Intervista

Le possibilità offrono una galassia infinita di scenari per ogni essere umano e se due individui scelgono di creare il loro universo ecco che l’infinito diventa un sentimento condiviso. Dalla piccolezza minuscola del microcosmo umano si arriva al macrocosmo dell’amore, dove anche l’impossibile può trasformarsi in qualcosa di tangibile e reale.

Millepiani espande la sua storia intima, arrivando all’universale, con il romanticismo  che tende verso una bellezza assoluta, totalmente idealistica. “Galassia” è un brano che muta esplorando vie che spingono l’uomo oltre ogni possibile limite della ragione, con la lucida follia che in due è più facile donarsi alla follia, arrivando a scoprire nuovi pianeti.

INTERVISTANDO MILLEPIANI

Che Galassia esplori con la musica?

Con la musica esploro una galassia interiore, fatta di luoghi che non esistono se non nel momento in cui li canto. È uno spazio dove convivono memoria e immaginazione, ricordi mai vissuti e verità che non riesco a dire in nessun altro modo. Ogni canzone è un piccolo varco: un pianeta che appare e scompare, un frammento di universo dove posso permettermi di essere onesto, vulnerabile e libero.

Hai mai condiviso un segreto, scrivendo una canzone?

Sempre. Ogni volta. Ogni canzone è un segreto che ho deciso di non custodire più da solo. Non è mai un segreto “grande”, di quelli clamorosi. È un dettaglio, un tremito, una piccola verità che non so spiegare parlando ma che, dentro un verso, trova finalmente la sua forma.

PH:: Alice Ceccatelli

Nel tuo progetto artistico quanto verità metti di te stesso e delle tue esperienze?

Metto la verità che posso permettermi di sostenere. Non la cronaca, non il diario: la verità emotiva. Le mie canzoni sono piene di ciò che ho vissuto e, allo stesso tempo, di ciò che avrei voluto vivere. Sono sincere nel sentimento, non sempre nei fatti. Ma credo che sia lì che la musica diventa universale: quando la vita reale incontra la vita immaginata.

La bellezza sta nella soggettività delle cose, perché il cuore non ama la ragione?

Perché il cuore è un pessimo scienziato ma un ottimo esploratore. La ragione misura, ordina, prevede. Il cuore, invece, vuole perdersi. La bellezza non è una formula matematica: è una rivelazione. Qualcosa che accade, che ti accende, che ti scombina l’asse del mondo senza alcun motivo logico. Ed è proprio in quella soggettività che diventa vera.

Hai dei simboli ai quali ti senti più legato?

Sono molto legato alle immagini dell’acqua, del cielo e dei luoghi sospesi: fiumi immobili, isole volanti, oceani impossibili, costellazioni che sembrano guardarti. Sono simboli che tornano spesso nei miei testi perché rappresentano ciò che non riesco ad afferrare fino in fondo. Mi piace pensare che ognuno abbia una geografia segreta: la mia è fatta di maree, luoghi cosmici e sogni che non si decidono a svanire.

Oggi, la diversità fa paura?

Sì, perché è uno specchio che non possiamo controllare. La diversità mette in crisi le nostre certezze, ci obbliga a rivedere il perimetro in cui teniamo al sicuro la nostra identità. Ma allo stesso tempo è l’unica cosa che ci salva dall’omologazione. Nelle persone “diverse”, qualunque cosa voglia dire, ho sempre trovato mondi nuovi, idee nuove, e un modo più autentico di abitare la realtà.

Cosa significa, per te, essere straniero?

Essere straniero è sentirsi fuori posto ma non in modo doloroso. È una forma di lucidità: come se vedessi tutto un mezzo millimetro più distante, e proprio per questo più nitido. Io mi sento straniero anche dentro le cose familiari: nei luoghi che amo, nelle abitudini, perfino in certe emozioni. È una condizione creativa: ti obbliga a non dare mai niente per scontato.

È peggio un rimpianto o un rimorso?

Per me è peggio un rimpianto. Il rimorso nasce dal fare; il rimpianto dal non aver nemmeno provato. Preferisco sbagliare piuttosto che restare immobile. La vita è piena di strade chiuse, ma almeno se le imbocchi puoi dire: “Ho vissuto”. Il rimpianto, invece, è una stanza che non smette mai di risuonare.

Nicolò Granone

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