CAMER…INI CON VISTA – L’Arlecchino educato dall’amore
Di Christian Gusmeroli
“Signore e signori, un momento di attenzione”. Mettetevi pure comodi. Sì, sì, anche voi bambini. Quella che vi vado a raccontare è una storia bellissima, ma senza lieto fine. O forse sì, solo che il finale è ancora tutto da scrivere.
Io? No. Io non sono un cantastorie. Ma è proprio di uno di loro che vi voglio parlare. Uno dei più geniali cantautori italiani. Un Arlecchino elettronico, educato dall’amore.
Certo, è di Alberto Camerini che si parla.
Conoscete la storia di Bambulè e la sua Melarancia? Di Pennarello e Melaverde? Di Diamantina, del ristorante di Ricciolina? Di Serenella? No? Impossibile. In ogni caso non sarò io a raccontarvele. Quelle vanno recuperate direttamente dalla sua voce.
Io vi racconto la storia di chi quelle avventure le ha immaginate.
Alberto Camerini nascerà nel 2068 visto che ancora oggi ciò che faceva negli anni 80 è avanti anni luce ma all’anagrafe è stato registrato in quel di San Paolo nel 1951.
Ebbene sì, la nostra storia ha origine in Brasile. È lì che, durante la seconda guerra mondiale, i genitori di Alberto Camerini si erano rifugiati in fuga dall’Italia per via delle leggi razziali. La famiglia Camerini ha infatti origini ebraiche.
Ed è lì che nasce, “nel sole di un paese grande che libero forse non è stato mai”, come lui stesso canta.
“Poi un giorno di marzo, mio padre decide. Mia madre che ride e piange di gioia. Si torna in Italia, che io non conoscevo, che allora non volevo, cosa importava a me”.
È qui che la nostra storia prende la sua svolta. Quella che per il protagonista sembra una sventura — l’abbandono della terra natale per una penisola sconosciuta — diventa in realtà la fortuna culturale di chi lo accoglieva.
Italia e Camerini iniziano così a conoscersi, quasi a studiarsi, fino a imparare, col tempo, a parlarsi e a capirsi.
E in fondo, già questo passaggio sembra l’inizio di una sua canzone.
Il nostro cantastorie, però, per esserlo davvero ha bisogno anche di uno strumento, oltre al genio. E quello strumento è la chitarra.
Camerini diventa così un chitarrista ricercato, capace di muoversi tra i grandi nomi del panorama musicale italiano — tra questi anche Eugenio Finardi.
Ed è proprio in quell’ambiente che prende forma il Camerini cantautore. Dalle collaborazioni alla necessità di raccontare in prima persona, il passo è breve.
Nasce così la sua prima opera: “Cenerentola e il pane quotidiano”.
“Da grande voglio fare tutto quello che voglio, voglio essere come gli eroi della tv”.
Sembra l’inizio di una favola, di quelle che promettono tutto. Ma è proprio lì che Alberto Camerini inserisce la crepa.
“Tv Baby” non è una filastrocca leggera, è un avvertimento. Dietro quel mondo colorato c’è già la consapevolezza che la realtà è diversa, che crescere significa anche imparare a non farsi abbagliare.
“Da grande voglio fare tutto quello che voglio senza farmi imbrogliare dagli eroi della tv”.
È il passaggio chiave: il sogno resta, ma cambia lo sguardo. E con lui cambia anche il protagonista della nostra storia, che smette di inseguire e inizia a capire. Questo è uno dei brani di “Cenerentola e il Pane quotidiano”.
Siamo nel 1976 ma è l’anno dopo che sul mercato compare l’album che ogni appassionato deve possedere, custodire, ascoltare e conoscere.
Parliamo di “Gelato Metropolitano”. L’album si compone di 8 brani che sono tutti e 8 autentici capolavori. Il brano d’esordio è “Alberto”, testo autobiografico che abbiamo già visto nell’introduzione di questo articolo. Segue sonorità molto brasiliana, stesse sonorità che troviamo anche nel secondo brano. “La (s)ballata delle Amazzoni”, canzone che parla di resistenza ribellione e protesta. Che è un po’ il tema ricorrente di questo album e che possiamo trovare anche in “Ali Babà nella Jungla” dove il protagonista viene descritto come un ragazzo libero da padroni. “L’arrivo di Mao Tse Tung in Paradiso” è la degna rappresentazione della genialità di Camerini. Una storia distopica in cui Mao muore si ritrova in paradiso e da questa introduzione si dipana un testo di denuncia al vaticano e alla Democrazia Cristiana. “Con una maschera da democristiano uno entra nel palazzo. Il Papa gli dice: “eccoti le chiavi, Giulio, amore di te io sono pazzo!”.
“Bambulè” è invece una vera e propria favola in musica che sembra semplice, quasi per bambini, ma non lo è affatto.
E in fondo è proprio qui che sta il primo vero segreto di Camerini: raccontare cose complesse con leggerezza, nascondendo sotto una forma giocosa temi tutt’altro che superficiali. Questo è “Un gelato metropolitano digeribile da tutti, dai grandi e dai bambini, diciamo gusto tutti frutti
firmato Alberto Camerini”.
Nel 1978 seguirà un terzo album, “Comici cosmetici” che chiude la trilogia dell’opera cameriniana pre elettronica. Dopo questo album infatti appare sulla scena un nuovo Alberto, un Camerini che scopre la musica elettronica e che nell’esibizioni diventa teatrale. Arrivano così nuovi grandi successi e nuove storie come “Serenella”, la indimenticabile e immortale “Rock’n’roll robot”, “Tanz Bambolina”.
Nasce l’Arlecchino elettronico.
Una figura a metà tra teatro e musica, tra maschera e verità. Un personaggio che gioca, sorride, si muove leggero, ma che sotto quella leggerezza continua a nascondere lo stesso sguardo lucido sul mondo.
Le chitarre lasciano spazio ai sintetizzatori, il suono si apre, diventa più accessibile, più pop. La gente sembra capirlo, il successo arriva. La televisione lo chiama, è diventato a sua volta un eroe della TV. Ma lo capivano veramente o c’era della superficialità nell’ascoltatore? Veniva colta la genialità o erano affascinati solo dall’incantevole che “quel ragazzo in Arlecchino trasformò”? Le trasmissioni in ogni caso se lo contendono. Sullo schermo vedi questo artista vestito da Arlecchino eseguire i suoi pezzi. Quelli citati precedentemente, “Non devi piangere”, “Sintonizzati con me”.
Poi succede qualcosa.
Il successo si affievolisce, le luci si spengono. Forse troppo in fretta, forse senza un vero motivo.
Cosa è stato? L’incantesimo di un pavone misterioso e del suo specchio scivoloso? Forse qualcuno si arrabbiò e disse “Sei troppo audace Arlecchino, un jolly e non un re”? Forse era troppo avanti, così avanti che l’Italia era rimasta indietro? Se vogliamo continuare con la nostra storia sicuramente la prima risposta è quella più affascinante, se vogliamo ammalarci di realtà l’ultima è la più realistica.
Siamo ancora in tempo per capirlo, per rievocarlo. Per ricercarlo. Chiediamo aiuto al gallo Marivaux che gli scrive una commedia “Si chiama Arlecchino educato dall’amor”. Oppure basta semplicemente rispondere all’indovinello che ci pose quasi 40 anni fa. “Cos’è che come il sale da sapere ma è dolce, più dolce del miele?”.
Signore e signori, grazie per l’attenzione.
Potete alzarvi, tornare alle vostre vite, cambiare canale.
Oppure restare ancora un attimo.
Perché certi racconti non finiscono davvero, restano lì, sospesi, pronti a ricominciare ogni volta che qualcuno decide di ascoltare e certi cantastorie aspettano che i tempi siano giusti per essere riascoltati. Forse non è questo, forse si. Ma vale la pena provarci.