jojomago: “L’onestà se ne frega dell’algoritmo” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

jojomago: “L’onestà se ne frega dell’algoritmo” | Intervista

< 1000 è un album dal respiro cinematografico che intreccia indie soul, armonie jazz e pop alternativo, costruito attorno a strumenti suonati dal
vivo e a una scrittura profondamente intima.

La title track, ispirata al contatore degli stream di Spotify, diventa una riflessione sulla possibilità di continuare a creare e trovare gioia nell’arte anche quando sembra che nessuno stia ascoltando.

Tra atmosfere notturne, momenti di vulnerabilità e improvvisi slanci di energia, il disco si muove in equilibrio tra introspezione e liberazione, fino a
culminare in Get Up, un finale intenso, urgente, ribelle e carico di speranza. < 1000 è un inno al coraggio di creare, alla bellezza della musica dal vivo e
alla certezza che, anche nei momenti più silenziosi, la speranza è sempre dietro l’angolo.

jojomago è un’artista americana ormai adottata da Roma, città che ha profondamente influenzato il suo percorso umano e
creativo.
Sul palco, dove è nota anche per la sua intensa vena drammatica, Jo riesce a creare un legame diretto e autentico con il pubblico. Le sue esibizioni diventano spazi di condivisione emotiva, in cui ogni canzone prende forma come un racconto vivo e ogni sfumatura viene amplificata dalla sua presenza scenica.

La sua interpretazione indaga varie parti del se, raccontando il suo punto di vista umano, in un mondo dominato da algoritmi e dati, esaltando così una visione sincera ed emotiva nel quale l”ascoltatore può essere smosso.

INTERVISTANDO jojomago

È impossibile scendere a compromessi con i dati: quanto stiamo diventando una società algoritmica e perché?

Allora, una delle caratteristiche che preferisco della matematica è che esiste una sola risposta corretta. Tuttavia, la statistica invece spesso è in grado di manipolare i dati per per arrivare a qualunque conclusione desiderata.

Internet non è uguale per tutti. Ormai è un’esperienza personalizzata. Può essere un ottima cosa quando si cerca qualcosa di molto specifico e compare una pubblicità, ma è talmente subdolo che spesso non mi rendo nemmeno conto di quanto sia mirato finché non vedo per caso qualcuno che scorre i contenuti sul proprio telefono.

Onestamente, credo che ci stiamo stancando di ricevere sempre e solo ciò che pensiamo di volere. Manca la novità e una prospettiva fresca. Il mondo è complesso, e non tutti la pensano come noi, e va bene cosi.

Per esempio l’intelligenza artificiale a volte può far sembrare che ogni tua idea sia geniale, ma non è sempre vero. Un amico, o persino un nemico, può aiutarti a riadattarci e, si spera, trovare una soluzione migliore. Almeno, questaè la mia speranza.

Il numero di stream ha ucciso l’arte?

Non credo che l’arte sia morta. Credo però che in questo mondo sia sempre più difficile guadagnare con l’arte. Lo streaming è un parametro che indica quante persone ascoltano, ma non ha nulla a che vedere con la qualità dell’opera. Mi ritengo fortunata di poter creare arte senza la pressione di dover per forza avere successo. Mi rendo conto che molti artisti non hanno ne il tempo ne i mezzi per finanziare i propri progetti, e questo può impedire la creazione artistica. Purtroppo, è una storia vecchia in una società capitalista.

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Quando è l’ultima volta che ti sei sentita in gara contro te stessa?

Ogni volta che creo qualcosa, mi sento come se fosse la prima volta. Mi terrorizza e poi mi fa sentire viva. Non la vedo come una competizione, ma penso che sia importante cercare di creare la migliore versione possibile di ciò che sono in questo momento.

Di recente, mentre organizzavo una sessione live della mia musica, ho sentito davvero la pressione di spingermi oltre i miei lavori precedenti. Questo processo mi ha insegnato molto su questo mestiere, soprattutto che non bisogna mai cercare di fare tutto da sola. Ho avuto la fortuna di lavorare sempre con persone di grande talento, e a volte mi sento ancora fortunato solo a essere lì nella stanza con loro.

Ma creare la mia musica mi costringe a confrontarmi con le mie capacità e a cercare di costruire qualcosa che sia continuamente interessante e nuovo, qualcosa che spero possa ispirare gli altri.

Questo disco è molto cinematografico, chi sono i protagonisti delle canzoni?

Amo il dramma e il teatro e sono attratta da temi profondi, spesso tristi. Dato che tutti i miei testi sono scritti in prima persona, la risposta più semplice è che la protagonista sono io. Ma non si tratta di una sola versione fissa di me. Ogni canzone esplora emozioni diverse, a volte spinta oltre la realtà, anche se nasce sempre da qualcosa che ho realmente provato.

La mia musica mi permetto di essere rumorosa, triste, drammatica, troppo, e credo che sia proprio questa onestà che crea un legame con le persone. Chi ascolta può riconoscersi in quelle emozioni, quindi in un certo senso anche l’ascoltatore diventa protagonista.

L’amore è il sentimento più irrazionale che si può avere?

Devo ammettere che faccio fatica a scrivere canzoni sull’amore. Mi sembra quasi di vantarmi di essere così felice. L’amore puro non è irrazionale. È proprio ciò che cerchiamo per non sentirci soli. Può essere difficile da trovare e da conservare. L’amore richiede richiede impegno, ma ne vale la pena.

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Ti senti vittima di un mondo che spinge verso la felicità, senza concedere il tempo di godersela?

Non sono una vittima di questo mondo. Ho vissuto una vita molto privilegiata. Ci sono molte persone che hanno dovuto affrontare circostanze difficili fin dalla nascita e vengono poi incolpate per queste situazioni, eppure molte di loro cercano ancora la gioia nella vita.

Quindi anch’io scelgo di essere sinceramente felice per la maggior parte del tempo.

Ma tristezza, rabbia, frustrazione e disperazione sono tutte emozioni legittime, e la vera felicità richiede che le guardiamo negli occhi e riconosciamo che questo mondo non è giusto e che forse possiamo fare qualcosa al riguardo.

Ho una sorta di superpotere: sono una straniera. Provengo da una cultura e mi sono radicata in un’altra. Vedo che le pressioni sociali nei miei due mondi si contraddicono a vicenda, quindi mi sento libera di scegliere la mia strada.

Qual è la cosa che ti ha stupito di più nel vivere in Italia?

Vivo a Roma da oltre 15 anni (la maggior parte della mia vita adulta l’ho trascorsa in questo paese) e non provengo da una famiglia di immigrati italiani negli Stati Uniti, quindi è una cultura completamente nuova per me.

Per natura sono rumorosa e un poì rozza, e mi piace usare il caos come scusa per giustificare i miei continui ritardi. Mi piace vivere qui a Roma. Mi sento giusto un po’fuori posto, come la maggior parte delle persone in questa città. Non rispetto molte regole. Per anni ho cercato di impararle, e ora che ci sono riuscita, posso infrangerle tutte in perfettostile italiano.

Credo che la cosa che ancora mi fa disperare sia il parcheggio in questa città. La differenza tra legale, non legale ma accettabile, non legale e probabilmente non accettabile, e sicuramente illegale mi confonde ancora, e ho le multe a dimostrarlo.

Ti piacerebbe un giorno abbandonare l’inglese nella tua musica?

La prima canzone che ho scritto, Siren, pubblicata sul mio EP nel 2023, contiene un po’ d’italiano. Spero, prima o poi, di tornare a scrivere in italiano. Il problema è che più tempo passo qui, peggio va il mio italiano, e l’italiano non è già una lingua difficile per scrivere la musica! In inglese mi sento più libera di essere elegante e poetica, mentre il mio italiano è incentrato sulla comprensione. Pero chissà, magari in futuro mi aspetta una canzone trap romana.

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