PH Marco Gennari
LUPO: “Mi interessa raccontare le ferite e i “problemi” che sento vicini” | Indie Talks
C’è una fase della vita che non ha contorni netti: non sei più quello che eri, ma non sei ancora diventato qualcuno di definito. È uno spazio sospeso, spesso scomodo, fatto di tentativi, cadute e piccole strategie per andare avanti comunque. È esattamente lì che si muove “CEROTTI”, il disco d’esordio di LUPO, un lavoro che non cerca soluzioni definitive ma si concentra su ciò che resta quando le risposte non arrivano.
Con una scrittura diretta, LUPO costruisce una narrazione che mette al centro le fragilità della sua generazione: ansia, noia, autosabotaggio, identità in costruzione. Ma invece di trasformarle in qualcosa da risolvere, le osserva per quello che sono, come ferite quotidiane con cui imparare a convivere. I “cerotti” del titolo diventano così immagini semplici ma potentissime: non cure miracolose, ma piccoli gesti di sopravvivenza emotiva.
Ne abbiamo parlato con lui partendo proprio da questo “stare in mezzo”: tra crescita e smarrimento, tra consapevolezza e paura, in un presente che corre veloce e lascia addosso più domande che risposte.
LUPO X INDIETALKS
In “CEROTTI” racconti una fase della vita in cui non si è più quello che si era, ma non si sa ancora cosa si diventerà. Quando hai capito che questo “stare in mezzo” sarebbe stato il centro del disco?
In realtà appena ho cominciato a scrivere i primi testi. Probabilmente sono un po’ di anni che questo è l’argomento centrale, anche perché è un tema più semplice da trattare e magari, potevo provare a scriverne in maniera più concreta, ragionata e personale possibile, senza dover parlare di cose che magari non mi rappresentano o che non capirei. Detto questo, sì: posso dire che mentre stavo cominciando a scrivere le prime canzoni, pian piano mi sono reso effettivamente conto e ho effettivamente realizzato, che questo era l’argomento centrale.

La metafora dei cerotti è potente perché non parla di guarigione, ma di sopravvivenza quotidiana. Ti interessa di più raccontare le ferite o il modo in cui impariamo a conviverci?
Ma a me piace parlare di “ferite” o, comunque, mi piace parlare del tema in generale e su come conviviamo con queste: secondo me è stato un argomento parallelo che ho seguito nella stesura di quest’album. Però forse attualmente mi interessa di più parlare di questo, raccontare le ferite e i “problemi” che sento vicini. Ovviamente ci sono altri argomenti di cui vorrei parlare ma, per il momento, mi soffermo su questi perché sono aspetti con i quali imparare a conviverci e non è sempre così facile come può sembrare… anche perché alcune ferite ci sono, e basta.
Tra noia, ansia e autosabotaggio, sembra che il vero conflitto sia spesso interno. Hai la sensazione che la tua generazione sia più lucida o più bloccata rispetto a queste dinamiche?
Credo che la mia generazione sia un po’ più lucida perché sono stati sdoganati i vari conflitti interni e quelli che interiorizziamo nella nostra mente. Diciamo che sono più accettati, riconosciuti e, di conseguenza, c’è una maggiore attenzione e interesse nel curarli o, comunque, provare ad aiutare chi ne soffre.
Detto questo, siamo più lucidi però allo stesso tempo c’è anche una maggiore difficoltà perché, nel riconoscere i propri problemi, subentra anche la necessità di volerli risolvere e comprendere: questo può essere un qualcosa di positivo ma, per come la vedo io, a volte può portare ulteriori difficoltà o rendere anche più difficile una guarigione.
Il tuo linguaggio è molto diretto, quasi parlato. È una scelta per essere più onesto o per essere più comprensibile?
Credo che in parte sia una scelta per essere più comprensibile perché, sebbene mi piacerebbe riuscire sia ad avere un vocabolario un po’ più interessante e adoperarlo nelle canzoni, sotto certi aspetti preferisco cercare di parlare in maniera semplice ma non banale: è un modo per far arrivare subito le canzoni, che lasci magari la possibilità a chi ascolta di fare dei ragionamenti ulteriori. Penso che questo aspetto della mia scrittura, possa cambiare nel tempo… Ad ogni modo, penso che essere più diretti, può portati ad essere anche più onesti e limpidi!

Nel disco torna spesso il tema dell’identità che rischia di perdersi crescendo. Hai paura di diventare qualcuno che non riconosci?
Nì! Nel senso… credo comunque che ognuno di noi segua un processo di evoluzione che comporta anche dei cambiamenti indotti da situazioni esterne, così come dei cambiamenti che invece si scelgono consapevolmente di fare. Quindi diciamo che cambiare non mi fa paura e penso che sia anche necessario.
Però non credo di diventare qualcuno che non riconosco perché, perlomeno adesso, penso di aver lavorato negli ultimi anni in modo tale da poter avere delle fondamenta dal punto di vista etico abbastanza solide: credo in determinate cose e credo in me, in come mi comporto e in ciò che mi piace, non mi piace, apprezzo, non apprezzo, disprezzo… per adesso so di essere abbastanza settato su una persona che difficilmente potrebbe deludermi in futuro!
C’è anche una critica al rapporto con la tecnologia e alla velocità del presente. Ti senti parte di questo sistema o in qualche modo in resistenza?
Entrambi: mi sento succube e allo stesso tempo un succube consapevole, quindi so di passare spesso parecchio tempo su dispositivi come il telefono: non ho una console ma probabilmente, se l’avessi, ci starei molto anche lì. È una cosa che mi infastidisce e non apprezzo e credo sia assimilabile a una droga: è oggettivamente una dipendenza e quindi cerco anche di “lottare” contro un eccessivo utilizzo di tecnologia nella mia vita. Lascio che alcuni momenti, alcune routine e alcune situazioni non vengano intaccate da quest’ultima perché ci tengo e credo sia importante riuscire a distaccarsene.
Se questo album è una “scatola di cerotti”, c’è una ferita che senti ancora scoperta, che non sei riuscito (o non hai voluto) coprire?
Probabilmente tante. Credo che proprio scrivendo, con il tempo potrò scoprirne altre. Secondo me parte del mio lavoro è anche scoprire parti di me, degli altri e viceversa. Quindi non lo so, al momento mi sento abbastanza equilibrato, probabilmente perché, lavorando a questo progetto, ho riconosciuto alcune cose nell’ultimo anno. Però sono anche consapevole di dover fare ancora un percorso che mi porterà a scoprire ulteriormente me stesso. Probabilmente una delle robe che ancora mi inquieta, è il fatto di non essere abbastanza, di non fare abbastanza, di non supportarmi e lavorare su me stesso abbastanza da poter raggiungere degli obiettivi. Per quanto il timore c’è sempre, ci sto lavorando su e sono convinto che, ogni tanto, qualche pacca sulla spalla continuerò a darmela!
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