Tre album, un anno di esperimenti e l’IA. Un anno vissuto nei panni di un artista che non esiste
Di Christian Gusmeroli
Da qualche anno l’intelligenza artificiale è entrata con forza nel dibattito musicale. C’è chi la considera una minaccia, chi una rivoluzione e chi una semplice moda passeggera. Io, più modestamente, ho deciso di usarla per un esperimento.
Un anno fa ho creato un artista che non esiste.
L’ho chiamato Cirano. Il riferimento a Guccini e all’omonimo brano non è puramente casuale. E’ una canzone che porta nel cuore fin da bambino.
Dietro quel nome c’ero io, ma nessuno lo sapeva. Ho scelto di non raccontare l’esperimento ad amici, parenti o conoscenti. Nessuna richiesta di ascolti per cortesia, nessuna condivisione forzata. Solo un progetto musicale lasciato libero di camminare con le proprie gambe. Come qualsiasi artista emergente senza nessuno alle spalle ho utilizzato canali social per provare a promuovere il progetto (chiaramente non i miei personali ma profili aperti con solo quell’intento).
Nel corso dell’anno Cirano ha pubblicato tre album: Intimità Asettiche, Inferno e Apatie e Immagini Ataviche. Tre titoli accomunati dalle iniziali I.A., un piccolo gioco che richiamava l’intelligenza artificiale senza nominarla apertamente e che volutamente univa qualcosa di umano, evocativo e caldo a un aggettivo che rappresentasse la freddezza della macchina.
L’aspetto più importante, però, riguarda i testi.
Non sono stati scritti per l’esperimento. Molti erano nati anni prima, quando coltivavo il sogno, forse ingenuo ma sincero, di scrivere canzoni per qualcuno. Non ho mai desiderato fare il cantante o il musicista. Mi affascinava la figura dell’autore, di chi riesce a trasformare emozioni e pensieri in parole capaci di essere cantate. Per un amante del cantautorato non poteva essere altrimenti.
Con il tempo quel sogno si era affievolito. I testi però erano rimasti, chiusi in cartelle del computer, riletti e corretti più volte nel corso degli anni.
L’intelligenza artificiale non ha scritto quelle parole. Ha semplicemente permesso loro di diventare musica. Anche questa però non è stata lasciata scegliere a caso alla macchina. C’è stato un input. Perché volevo essere padrone del genere musicale attribuito al mio testo che poi non era altro che il genere che avevo in mente mentre lo scrivevo.
Per una persona come me, che non sa comporre, arrangiare o cantare, questa è stata una novità enorme. Per la prima volta ho potuto ascoltare dei testi ai quali tenevo particolarmente trasformarsi in canzoni complete.
Ed è proprio qui che nasce il senso dell’esperimento.
Non volevo verificare se una macchina fosse in grado di creare un artista dal nulla. Perchè sulla carta lo può fare e lo sappiamo tutti. Spero inoltre che un brano completamente sviluppato da un computer sia inascoltabile in quanto privo del fattore umano e quindi destinato a fallire prima ancora di nascere. Volevo capire se qualcuno dotato di idee, sensibilità e voglia di esprimersi, ma privo di competenze musicali, potesse utilizzare l’IA per colmare quella distanza. L’esperimento si sarebbe potuto fare anche al contrario ovvero con qualcuno abile in campo musicale ma limitato nella creatività lato testi.
Dopo un anno la risposta è duplice.
Da una parte sì. Senza l’intelligenza artificiale quei tre album probabilmente non sarebbero mai esistiti.
Dall’altra ho scoperto che la vera barriera non era quella che immaginavo.
Perché creare musica è diventato più semplice. Farsi ascoltare no.
Quasi nessuno si è accorto dell’esistenza di Cirano.
E forse è proprio questo il dato più interessante, nonostante all’interno dei tre album fossero proposti tutti i generi. Anche quelli più ascoltati del momento. Pure il brano estivo.
Si parla spesso dell’intelligenza artificiale come di uno strumento destinato a rivoluzionare la musica. Può darsi. Ma la mia impressione è che abbia abbattuto soprattutto le barriere legate alla produzione, non quelle legate alla visibilità. Volendo anche quelle legate alla produzioni sono abbattute solo in parte perché i componimenti ottenuti sono abbastanza semplici. Questo però è in linea con la “musica reale” odierna, quella che ottiene successo, che è ridotta ormai alla semplicità.
Un artista affermato dispone già di pubblico, contatti, uffici stampa e strumenti promozionali. Se decidesse di utilizzare l’IA, avrebbe comunque migliaia di persone pronte ad ascoltarlo e ne trarrebbe un vantaggio e forse qualche artista ne sta già approfittando. Qualche dubbio viene, in effetti, se si pensa a molte canzoni che passano in radio che sembrano seguire schemi prestabiliti.
Uno sconosciuto resta invece uno sconosciuto e quindi l’IA non gli permette di accedere a un mondo di cui non fa probabilmente parte e che non gli appartiene.
L’intelligenza artificiale può aiutarti a creare una canzone. Non può creare una comunità attorno a chi la pubblica.
Per questo, alla fine dell’esperimento, mi porto dietro una domanda più che una risposta.
Siamo sicuri che i maggiori beneficiari dell’intelligenza artificiale nella musica saranno gli artisti che oggi faticano a emergere? O forse saranno coloro che possiedono già gli strumenti per farsi ascoltare? Sento dire che oggi chiunque può fare qualsiasi cosa tramite l’AI ma non è proprio così.
Alla fine di questo esperimento non ho una risposta definitiva.
So soltanto che, dopo un anno, Cirano mi ha insegnato una cosa.
L’intelligenza artificiale può trasformare un testo in una canzone. Forse, giustamente, non ti spalanca le porte della musica perchè è un’arte e in quanto tale appartenente agli umani. Però può aiutare a realizzare nel piccolo le passioni di qualcuno come ha fatto con me che mi sono ritrovato a poter canticchiare le mie parole.
Anche questo in fondo è un dato importante per l’esperimento, per il mio esperimento umano.