Tarantino: “Esiste un dolore che ricostruisce” | Intervista

PH. ufficio stampa

Tarantino: “Esiste un dolore che ricostruisce” | Intervista

Come si fa a rimanere qua si chiede TARANTINO, in una calda estate con il cuore a pezzi, s’intende, mentre la nostalgia travolge tutto come onde impetuose che spazzano via ogni briciolo d’amore. Anche chi si aspetta la tempesta, sa, non sempre ammettendolo, che ci sono delle storie dentro le quali capiterà di affogare.

Ci si sente alla deriva quando i sentimenti non hanno lo stesso peso delle azioni, la bufera spazza via il futuro, lasciando il cuore di chiunque marinaio alla deriva, su qualche spiaggia isolata.

L’artista cerca di raccontare ciò che spesso rimane nascosto: le fragilità, i cambiamenti e le domande che accompagnano il nostro percorso di crescita, usando le canzoni come mezzo per trasformare l’esperienze personali in qualcosa di universale. Si può sempre avere una nuova possibilità, o costruire qualcosa di nuovo quando tutto si rompe e va a pezzi, non per forza si devono buttare via l’esperienze che ci hanno fatto male, anzi talvolta riescono a dare la sensazione di guarire, curando così le ferite.

 È una canzone che prende ispirazione dal significato simbolico de “Il vecchio e il mare” di Hemingway e da una riflessione che lo ha accompagnato a lungo: cosa significa davvero amare? E quanto è importante imparare ad amare se stessi prima ancora di amare gli altri?

INTERVISTANDO TARANTINO

Si può aggiustare un cuore a pezzi?

Non so se si aggiusta, onestamente. Credo che il cuore a pezzi non torni mai esattamente com’era prima. Si ricompone in modo diverso, con qualche crepa che rimane visibile. E forse è proprio lì, in quelle crepe, che entra la luce. Non cerco più di aggiustarlo nel senso di riportarlo allo stato originale. Cerco di farci pace con la forma nuova che ha preso.

Hai riaperto delle ferite scrivendo questo brano?

Sì, inevitabilmente. Scrivere in modo onesto significa tornare in posti che avevi lasciato chiusi. Ma ho scoperto che riaprire una ferita per trasformarla in qualcosa non è la stessa cosa che riaprirla e basta. C’è una differenza tra il dolore che consuma e il dolore che costruisce.

Scrivere Cuore a pezzi è stato del secondo tipo, anche se non è stato indolore.

La nostalgia ci fa affogare dentro i ricordi?

La nostalgia è una corrente fortissima, ti trascina senza che te ne accorga. Ma non penso che ci faccia solo affogare. A volte ci tiene a galla, ci dà un senso di continuità, ci ricorda chi eravamo. Il problema è quando smette di essere un punto di riferimento e diventa un posto in cui vivere. Lì sì, si rischia di annegare.

PH: Ufficio Stampa 

Quali artisti sono bravi a navigare dentro le tempeste emotive?

Penso a Sufjan Stevens, che riesce a stare dentro il dolore più profondo senza mai diventare autoindulgente.

In Italia mi vengono in mente Brunori Sas e Calcutta, ognuno a modo suo sa navigare le emozioni senza perdersi. Il segreto, credo, sia non avere paura del silenzio tra le onde.

A quale piccola cosa sei davvero affezionato?

Non un oggetto, non una cosa che si può toccare. Sono affezionato al sorriso che le persone ti donano anche nei momenti più brutti. Ci sono momenti in cui tutto sembra andare storto, e poi qualcuno ti sorride. Non un sorriso di circostanza, uno vero. E per un secondo il peso si alleggerisce.

Sono affezionato a quei momenti, alla capacità che hanno le persone di donare qualcosa di sé anche quando probabilmente stanno attraversando le loro difficoltà. È una forma di generosità silenziosa che mi commuove più di tante cose grandi e rumorose. Ci penso spesso quando scrivo, perché in fondo cerco la stessa cosa con la musica: lasciare qualcosa di caldo in un momento in cui magari ne hai bisogno.

I bambini sono il mattino della vita?

Mi piace l’idea. Il mattino ha quella qualità rara di non sapere ancora cosa lo aspetta, e i bambini hanno la stessa cosa. Guardano il mondo come se tutto fosse ancora possibile, perché per loro lo è davvero.

Crescere, in un certo senso, è imparare a fare i conti con i pomeriggi e le sere. Ma ogni tanto incontri un bambino e ti ricordi com’era il mattino.

PH: UFFICIO STAMPA

Ti è mai capitato di polemizzare con te stesso?

Continuamente. È quasi il mio sport preferito. Mi capita di ascoltare qualcosa che ho scritto e pensare che avrei dovuto andare in un’altra direzione, oppure di difendere una scelta che sul momento mi sembrava sbagliata.

Ho un dialogo interno abbastanza acceso, non sempre arrivo a una conclusione. A volte finisce in pareggio.

Nel 2019 usciva una vita al Var oggi, 2026,  l’Italia non è di nuovo al mondiale? Come mai?

È una domanda che fa male, nel senso migliore. Nel 2019 cantavo di una vita al VAR, di decisioni sbagliate, di occasioni perse. Oggi l’Italia è fuori dal Mondiale e sembra quasi che quella canzone avesse visto qualcosa.

Non ho risposte sul perché calcisticamente siamo qui, ma artisticamente mi chiedo se certe ferite collettive non siano esattamente il terreno in cui nascono le canzoni più necessarie.