Trava: “Rispondo OKE, senza paura delle conseguenze” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Trava: “Rispondo OKE, senza paura delle conseguenze” | Intervista

Per Trava non va sempre tutto ok. Ma la risposta è OKE.

È il titolo del suo nuovo album, ma anche il manifesto di un modo di affrontare la vita: rispondere alla timidezza, alla paura e alle delusioni con il coraggio della musica e con la scelta di mettersi in gioco in prima persona.

In un mondo che troppo spesso giudica, talvolta per invidia, e tende a svalutare i giovani perché considerati inesperti, sognatori o persino maleducati, Trava racconta la propria visione con sincerità, sensibilità e introspezione.

Le sue canzoni nascono dall’esigenza di raccontare ciò che vive e ciò che prova, senza la pretesa di impartire lezioni o trasmettere una morale. Scrive in modo spontaneo, convinto che siano proprio le emozioni più intime a diventare quelle in cui gli altri possono riconoscersi.

Ispirato dai grandi cantautori italiani e dalla nuova scena pop d’autore, costruisce un linguaggio che unisce tradizione e contemporaneità, cercando una voce personale tra fragilità, rabbia e desiderio di cambiamento.

OKE è il suo grido.

Non è un invito a pensare positivo a tutti i costi, ma ad avere il coraggio di attraversare le proprie debolezze, cadere, perdersi e ritrovarsi più consapevoli di prima.

È una parola che racchiude un modo di vivere e che Trava sogna possa diventare anche il grido di chi si riconosce nella sua musica. Perché, se tutto dovesse andare all’aria, sarà andato tutto OKE.

INTERVISTANDO TRAVA

Ai giovani interessano più le domande rispetto alle risposte?

È una domanda che, secondo me, ha una risposta molto soggettiva. Noi giovani, molto spesso, pretendiamo risposte che in realtà abbiamo paura di ricevere, e sono il primo ad appartenere a questa categoria. Credo che le risposte siano quasi sempre più semplici da dare che da accettare, e lo stesso vale per le domande: a volte trovare il coraggio di porle è difficile, ma affrontare davvero ciò che poi ne consegue lo è molto di più.

Perché è una  scelta necessaria far sentire la propria voce, invece di stare li ad accettare passivamente tutto quello che succede?

Perché non farlo significherebbe farsi andare bene qualunque cosa, anche ciò che ha una natura negativa. Purtroppo, per non essere passivi e succubi, a volte bisogna alzare la voce e prendere posizione. Il problema è che questo spesso porta gli altri a vederti come quello con i modi sbagliati o come il maleducato della situazione, quando in realtà stai semplicemente cercando di difendere ciò in cui credi, ma personalmente preferisco essere criticato per aver detto quello che penso piuttosto che rimanere in silenzio. È proprio questo il concetto di giovane stereotipato, è molto più facile dire che sono tutti uguali e maleducati che ascoltare ciò che hanno da dire.

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Ci sono problemi che diventano utili?

Tutti i problemi possono diventare utili, o meglio, hanno il potenziale per diventarlo: dipende da come scegli di affrontarli. Sono inevitabili e piangerci sopra, per quanto sia umano farlo, non cambia le cose. Da un problema puoi imparare tantissimo e, a volte, proprio da quel momento difficile può nascere qualcosa di migliore.

Proprio da un periodo complicato è nato “oke”: dalla voglia di distrarmi, di sfogarmi e di trasformare quello che stavo vivendo in qualcosa di concreto. Per me è l’esempio perfetto di come un problema possa diventare un’opportunità.

Ti piace la definizione di resilienza?

È la parola che dà le basi al progetto oke, e forse la parola chiave per vivere una vita a pieno, avrò una visione forse un po’ pessimista, ma la vita è fatta di eventi traumatici e chiunque sarà tenuto sempre a cercare di superarli e l’unico modo per stare bene è affrontare questi eventi.

Ogni cosa ha dentro questo concetto, l’amore è fatto di resilienza, l’amicizia pure, in egual modo anche la musica, il lavoro, la scuola, la palestra, tutto nel nostro quotidiano ci mette davanti a degli ostacoli da superare e non è nemmeno importante che vengano superati, ma è essenziale che vengano affrontati.

Con OKE cosa hai accettato?

Con “oke”, come concetto, ho accettato, come dicevo, il concetto di resilienza. Ho capito che non bisogna per forza affrontare tutto con il sorriso o fingere che vada bene, ma bisogna comunque affrontarlo. È giusto cadere, farsi male rialzarsi per poi ricadere di nuovo. È una sorta di continuo effetto domino.

Con l’EP, però, mi sono ritrovato a dover mettere in pratica tutto questo. È facile scrivere certe frasi quando tutto va bene, ma quando il problema arriva davvero devi dimostrare a te stesso se sei in grado di rispettare quello che dici. Questo progetto mi ha dato quella conferma. È stato come trovare le braccia che fanno leva per rialzarsi dopo una caduta, e credo che questo sia il significato più profondo di “oke”.

Cos’è il romanticismo da cantautorato?

Con romanticismo da cantautorato parlo di un tipo di romanticismo che esce fuori dagli schemi, che ti porta a fare pazzie, non è la classica rosa regalata ad una donna, ma gesti estremi come fare l’amore nel bagno di un treno o cambiare la propria vita per una persona. Questo romanticismo però, proprio perché così estremo, è quello che più di tutti può portarti a fare grandi sbagli e la linea è sottilissima. È il classico che può portarti ad auto farti del male, “ad ubriacarti per dolore”, a non rispettarti e quindi l’unico modo per evitarlo è sapere convincerci perché esso non si trasformi in tossicità.

Che effetto fanno le parole paragonate all’eclissi?

Le parole paragonate all’eclissi fanno male perché rappresentano una situazione in cui parlare diventa inutile. Sono una metafora per descrivere quei momenti in cui sai già che non verrai ascoltato, che verrai oscurato proprio come succede durante un’eclissi.

Ed è questo che fa davvero male: esporre i propri pensieri davanti a qualcuno che ha già deciso di non ascoltarti. Ti fa sentire impotente, perché non ti concede nemmeno la possibilità di spiegarti. Le tue ragioni, le tue idee e i tuoi motivi diventano improvvisamente neutri.

Si possono dire anche centomila parole, ma se nessuno è disposto ad ascoltarle è come essere rimasti in silenzio. E questa, secondo me, è una delle sensazioni più deludenti e frustranti che una persona possa provare

Il Trava bambino immaginava di scrivere canzoni?

Trava bambino non vedeva l’ora di fare questo. La mattina attaccava il microfono all’impianto stereo, passava ore a cantare e, di nascosto, scriveva le sue prime canzoni.

L’unica cosa che mi ha fatto dubitare è stata la paura del giudizio degli altri. Da piccolo ero molto timido e finché la mia voce e le mie parole rimanevano nella mia camera era tutto semplice. Ma quando devi farle uscire dal tuo piccolo mondo è come andare in guerra portando dei fiori allo schieramento nemico: puoi essere quasi sicuro che qualcuno ti sparerà.

E infatti, metaforicamente, in tanti mi hanno sparato. Per fortuna, però, sono riuscito ad arrivare anche da chi quei fiori ha saputo accettarli e capirli. 

Ho avuto anche la fortuna di avere una famiglia che mi ha sempre incoraggiato a seguire questa passione. Credo sia fondamentale farlo fin da bambini, perché un bambino vive la musica in modo puro: la vede come poesia, ci balla, ci canta, la sperimenta senza pensare ai giudizi.

Il Trava bambino l’ha vissuta a pieno. La musica dava un senso alle sue giornate e, forse, è stato proprio allora che ha capito che un giorno avrebbe scritto canzoni.

PH: Ufficio Stampa