New Indie Italia Music Week #275
“Where do we go from here
now that all of the children are growin’ up?
And how do we spend our lives if there’s no one to lend us a hand?
I don’t want to live here no more I don’t want to stay”
(The Alan Parsons Project – Games People Play)
Ci sono canzoni che arrivano proprio nel momento in cui ci chiediamo da che parte andare, quando certe promesse iniziano a perdere peso e la voglia di restare fermi si consuma piano. La musica indipendente continua a muoversi dentro queste crepe: tra chi cerca una via d’uscita, chi racconta la fatica di crescere e chi prova a trasformare una notte storta in qualcosa da cantare.
Le nuove uscite indie italiane di questa settimana attraversano umori diversi, ma sembrano condividere lo stesso bisogno: non sparire in silenzio, non lasciarsi trascinare dai soliti giochi, trovare una voce anche quando nessuno sembra davvero pronto ad ascoltare. E allora partiamo da qui, da una manciata di brani che provano a mettere ordine nel disordine, o almeno a renderlo più umano.
26 (Album) – Ele A
Con “26” Ele A firma un EP che suona come una fotografia sincera del suo presente. Dopo “Pixel” e un lungo periodo vissuto tra palco, treni e città diverse, la rapper milanese raccoglie sette tracce essenziali, istintive e prive di qualsiasi sovrastruttura.
Brani come “Star”, “Oki” e “Nn è divertente” confermano una scrittura sempre più personale, capace di alternare ironia, fragilità e immagini quotidiane senza perdere incisività. Le produzioni restano pulite e lasciano respirare le parole, vero centro del progetto. 26 non rincorre il singolo perfetto: preferisce raccontare un momento preciso. Ed è proprio questa naturalezza a renderlo uno dei lavori più convincenti di Ele A fino a oggi.
(Pietro Broccanello)
Siamo Qui Siamo Questi (Album) – Punkcake
Con “Siamo Qui Siamo Questi”, i Punkcake firmano un debutto ruvido, urgente e senza compromessi. Il disco nasce dalla sala prove e conserva addosso tutta l’energia sporca del live, tra punk, rabbia e fragilità. Dieci brani attraversano patriarcato, alienazione, identità e disagio contemporaneo senza cercare formule comode. La band trasforma il rumore in una dichiarazione collettiva, dando voce a chi non si sente accolto dal sistema. Più che un semplice esordio, è un manifesto diretto: siamo qui, siamo questi, e non abbiamo intenzione di sparire.
Smetto quando voglio – Sethu
Come sempre Sethu collabora con il gemello Jiz per la sua produzione artistica, un sodalizio inossidabile che contraddistingue ogni sua evoluzione musicale: «“Smetto quando voglio” è un brano nato da un ritmo di batteria, scritto a quattro mani da me e mio fratello Jiz.
Il pezzo gioca molto sul contrasto tra un ritmo dance e un testo riflessivo: volevo esprimere il bisogno di sentirmi libero di mandare tutto all’aria e, appunto, di poter smettere quando voglio.
Questa traccia esplora sonorità per me del tutto inedite, che rispecchiano la mia attuale evoluzione musicale. Mi piace sempre mettermi in gioco e sperimentare nuovi stili. Il brano è il primo singolo del mio nuovo album, nonché il terzo capitolo della saga “Effetti collaterali».
Sethu ha deciso di presentare il suo nuovo percorso artistico attraverso un progetto non convenzionale: una saga intitolata “Effetti collaterali”. L’iniziativa prevede l’uscita di alcuni brani inediti esclusivamente su Instagram, un’esigenza nata dalla volontà dell’artista di raccontarsi in modo autentico, privo di vincoli e logiche strategiche.
POP PUNK GLAMOUR (Album) – École & Kasp
Completa con coerenza il percorso iniziato con gli estratti Dinero Re, Coucou ma vie e Borghese e Tossica. POP PUNK GLAMOUR, un diretto elettronico allo stomaco a suon di trap e hyperpop, ritrae una perdizione coi suoi ritmi sincopati e (fintamente) confusi, nelle connessioni obbligate, come quelle veloci per essere in contatto con tutti restando soli. Talmente veloci che anche i pagamenti telematici diventano cool (Dinero Re), e la nostra corsa a diventare poveri che però non lo sembrano diventa una droga. La vita corre a prescindere da come ci svegliamo, e tutti sembrano sapere cosa dicono e cosa vogliono. E noi impazziamo, cerchiamo soccorso in chi vogliamo davvero con noi, dopo troppo tempo passato a osservare la tossicità di una borghesia che si compra un posto nella società, assicurato fino alla morte. A osservare e sentirsi osservati. Perché il circolino si autosostenta tenendo fuori qualcun altro e parlandone male (Borghese e Tossica). L’aiuto poi arriva, nell’unica vera presa d’aria, Coucou ma vie, in cui l’andatura resta nervosa sì, ma con sprazzi di quella che con un pudore più gradito di quanto vogliamo ammettere fatichiamo a chiamare felicità. E se un film e due cocktail nel mondo esterno sono pause insulse, nel nostro mondo, con la nostra persona, diventano rifugi e unica via di serenità. L’idillio del rapporto comunque è così potente da lasciarci nel silenzio a interrogarci su cosa ci sia dietro certi veli dell’altro/a. Forse perché ormai siamo infetti dalle leggi dei tempi, forse perché è giusto non finire mai di scoprirci. Chiude il liberatorio Disco Fanculo, vera meta-narrazione discografica, il dietro le quinte che sfonda la quarta parete. Come nasce il disco di un duo che si conosce da tutta la vita, conoscono le rispettive paure, le forze e i punti deboli. E così, contro il mercato, il Dinero e tutto il resto, il modo di indebolire il mostro borghese è sbatterlo in prima pagina, metterlo alla berlina davanti a tutti. “Mandiamo tutti a fanculo” e così, dalle ceneri di un’industria (musicale e non) corrotta, nasce POP PUNK GLAMOUR.
(Stefano Giannetti)
Pensiero romantico – Marta Guidoboni
Ancora poetica, ma più disillusa. Delicata ma meno onirica di come era in Undici. Marta analizza i dettagli, le tracce e le sensazioni che lasciano sui polpastrelli e sulla pelle in generale, i ricordi di una relazione. Nel corpo come nell’anima, così Marta cerca di mettere davanti a sé l’immensità racchiudendola in una stanza diventata fredda, perché il dolce grigio interno di una casa che viene in mente, e tutto il resto fuori ricomincia a colorarsi, man mano che lei al dolore dà una forma, ma non è ancora pronta ad accoglierlo. Ne traccia i confini, lo limita in un pensiero romantico, anche se il pensiero poi si perde di nuovo. Vacuità e immensità dei ricordi. Siamo ancora affidati alla sua voce, accostata da accompagnamenti essenziali ma ricercati. Voce che sembra sorvolare la sofferenza narrandola, per renderla digeribile a chi ascolta, anche se ci si sta immergendo.
(Stefano Giannetti)
CASAMAI – SELAM
E se la radice smettesse di essere salda al terreno? Almeno, in apparenza. CASAMAI ha un’atmosfera da corsa su uno sfondo esotico, col sole che trapassando le piante rende alla luce la nostra disillusione. Se non proprio delusione. Di ritrovare casa ben diversa da come la conservavamo nel cuore, quando nell’affanno di riuscire prima che il nostro tempo scadesse, la dimora dei ricordi era un porto sicuro a cui tornare. Una fonte di forza resa invariata negli anni dalla nostra paura di perderci. Paura del nostro stesso correre. Eppure corriamo. È questo nervosismo vibrante che il refrain e le strofe riescono perfettamente a riprodurre. Ma tutto è diventato musica per SELAM, e se questa metamorfosi era l’obiettivo, bisogna solo accettare che il nord della bussola è sempre avanti, e non al punto di partenza.
(Stefano Giannetti)
Le Formiche/Todo Modo (Ep)- Jungle Julia
In questa giungla musicale Jungle Julia riesce a distinguersi non solo per la qualità delle canzoni, ma per la sensazione di trovarsi davanti a un progetto pensato in ogni suo dettaglio. Quello uscito venerdì 26 giugno rappresenta il terzo capitolo di un percorso composto da tre EP e sei brani, legati tra loro da un’unica narrazione.
Vespro → l’abbandono.
Lode → il risveglio.
Ora Nona → il cammino.
Tre momenti diversi di uno stesso percorso. Se “Vespro” era il momento in cui ci si arrendeva a ciò che si è e “Lode” quello in cui si tornava ad aprire gli occhi, “Ora Nona” è il tempo delle domande. Quello in cui non si arriva da nessuna parte, ma si continua a camminare.
I due brani di questo ultimo capitolo sono “Todo Modo” e “Le Formiche”. Ed è proprio quest’ultimo a rappresentare forse il cuore dell’intero progetto. Jungle Julia parte da sé, ma finisce per parlare di tutti. Si interroga su cosa continui a tenerci uniti come esseri umani in un’epoca che ci mette continuamente a disposizione informazioni, connessioni e strumenti, senza però renderci necessariamente più vicini e soprattutto, per qualcuno, senza mai avere una vera e pripria “conoscenza”, “conosciamo tutto ma niente davvero”. Una massa disinformata si governa più facilmente ed è anche il motivo per cui improbabili figuri stanno sempre si più soggiogando le folle e ottenendo consensi con il nulla. L’immagine conclusiva di un’umanità “gobba perché ripiegata come calzini su sé stessa e sui telefonini” è ironica, amara e tremendamente contemporanea.
“Todo Modo” parla del viaggio. “Ho il presentimento vago, sono viva solo in viaggio.”
Non si parla del viaggio solo in senso fisico.
Si parla di una persona che si sente viva solo quando non è ancora arrivata. Come cantava quel tizio di Ronciglione per mano di Fortunato Zampaglione “…Il viaggio cambia un uomo… la meta non è un posto ma è quello che proviamo”. E forse è proprio questo il senso di “Ora Nona”: non raccontare un arrivo, ma il coraggio di attraversare il cammino.
(Christian Gusmeroli)
Difendere – Filippo Ferrari
“Non vendiamo sogni ma solide certezze”, recitava un celebre spot di Carlino di tanti anni fa. La chiave di “Difendere”, il nuovo singolo di Filippo Ferrari, è proprio l’ossessione per le certezze.
“È un contratto che non firmiamo, lo puoi solo difendere.” È la frase che forse racchiude meglio il senso dell’intero brano. Smonta l’idea che i rapporti, qualsiasi essi siano, possano essere garantiti da una promessa. Non esiste una firma che assicuri il lieto fine, esiste solo la scelta quotidiana di proteggere ciò che conta. Viviamo nell’epoca delle assicurazioni: vogliamo contratti, conferme, definizioni. Filippo Ferrari ci ricorda invece che le cose più importanti funzionano all’opposto. Non si certificano, si difendono.
Il testo della canzone è scritto con grande cura e offre numerosi spunti di riflessione. Sono molte le frasi che restano addosso e arrivano dritte a chi decide di ascoltare davvero.
“L’abitudine ad essere felici non è un’attitudine” va ancora una volta a demolire un’altra certezza. La felicità non è una predisposizione naturale, ma qualcosa che si impara e che, proprio perché fragile, va custodita.
“L’arcobaleno è nel traffico, la nostra stanza sicura.” È forse una delle immagini più belle del brano. La felicità non arriva quando tutto è perfetto, ma può nascondersi anche nella quotidianità, tra il traffico, le bollette e le preoccupazioni di ogni giorno.
Ed è proprio qui che Ferrari completa il suo ragionamento. “Quante volte rinunciamo in anticipo a qualcosa per paura di perderla?” Nel tentativo di proteggerci dalla sofferenza, finiamo spesso per rinunciare anche alla felicità. Forse “Difendere” ci ricorda proprio questo: le cose più importanti della vita non chiedono garanzie, chiedono il coraggio di essere vissute.
(Christian Gusmeroli)
Volevo un bambino – Schianta
“Volevo un bambino”. Un titolo che sembra non lasciare spazio a interpretazioni. E invece Schianta sceglie di usarlo per raccontare qualcosa di molto più ampio di un semplice desiderio di maternità o paternità.
Qualche settimana fa, proprio su queste pagine, avevamo parlato de “La guerra e le bombe”, brano realizzato insieme a Dacota, sottolineando la profondità della scrittura e la capacità di Schianta di affrontare temi complessi senza cadere nella retorica.
Anche questa volta il cantautore conferma quella sensibilità, costruendo un brano che, dietro un titolo apparentemente esplicito, apre una riflessione molto più profonda attraverso immagini estremamente intime.
Tra le più efficaci c’è quella iniziale, in cui la relazione viene paragonata a un bambino che a scuola cerca di copiare. Un’immagine che racconta un rapporto in cui uno dei due sembra cercare nell’altro una guida, quasi un libretto d’istruzioni per affrontare la vita. Un gesto dolce solo in apparenza, che lascia intravedere una fragilità destinata, forse, a incrinare l’equilibrio della coppia.
È proprio qui che emerge il cuore del brano. Molte storie non finiscono per mancanza d’amore, ma perché i progetti di vita smettono di procedere alla stessa velocità o nella stessa direzione. La frase “Potevi dirmi che volevi anche un figlio come volevo io” assume così il peso di un rimpianto enorme, nato da parole mai dette e silenzi che, col tempo, diventano distanze.
Nel finale arriva infine la presa di coscienza. Il protagonista comprende solo troppo tardi che quel rapporto stava già scivolando verso un punto di non ritorno. Le ultime scuse non cambiano il passato, ma rappresentano il tentativo sincero di assumersi una responsabilità. È il momento in cui si riesce finalmente a capire, quando però non c’è più nulla da salvare.
Schianta ci ricorda che spesso non sono i sentimenti a mancare. Mancano le parole, il coraggio di pronunciarle e il tempo per farlo. Giusto che a farlo sia lui che con le parole ci dimostra di saperci decisamente fare.
(Christian Gusmeroli)
Palo Santo – Caterina Cropelli
La felicità è una scelta quotidiana anche quando le cose non vanno come vorremmo. Questo almeno è quello che Caterina Cropelli vuole dirci con “Palo Santo”.
Bruciare un palo santo, portare un portafortuna, cercare piccoli rituali che ci facciano sentire più al sicuro. Caterina Cropelli parte proprio da qui, ma ribalta subito la prospettiva. Perché cosa succede quando il palo santo si spegne? Quando anche ciò a cui affidiamo le nostre speranze smette di funzionare?
“Piove, senti come piove…” cantava Jovanotti. Caterina Cropelli sceglierebbe probabilmente di aggiungere: “Sì, ma l’ombrello puoi anche dimenticarlo”. Perché “Palo Santo” non è una canzone sulla sfortuna, ma sulla capacità di trovare comunque un motivo per sorridere quando le cose prendono una piega diversa da quella che avevamo immaginato.
Non sono gli eventi a renderci infelici bensì il modo in cui noi scegliamo di viverli e interpretarli.
(Christian Gusmeroli)
Onda Blu – Jacopo Sol
“Onda Blu” non descrive semplicemente il mare, la luna o una notte d’agosto, ma prova a trattenere quella sensazione sospesa che tutti abbiamo vissuto almeno una volta, quando il tempo sembra rallentare e la realtà diventa improvvisamente meno importante delle emozioni.
Si muove tra pop contemporaneo e cantautorato, con una produzione essenziale, non cerca l’impatto immediato, ma conquista progressivamente l’ascoltatore.
Il vero protagonista della canzone è il mare, non come semplice paesaggio estivo, ma come metafora del tempo e delle emozioni. Le onde rappresentano tutto ciò che cambia continuamente.
“Ah se potessi stregarti con dei semplici accordi”, Jacopo Sol riflette sul potere della musica, gli accordi non sono soltanto note, ma diventano il tentativo di costruire un ponte dove le parole da sole non bastano più.
Quindi il mare, la luna e le onde diventano simboli universali di una ricerca che appartiene a tutti: quella di fermare anche solo per un istante ciò che inevitabilmente il tempo porterà via.
(Benedetta Rubini)
Veleno e Sangue (Ep) – Luca Rizzo
“Veleno e Sangue” è l’EP d’esordio di Luca Rizzo non cerca di spiegare il dolore né di offrirgli una soluzione, ma sceglie di abitarlo, lasciando che sia la musica a dare forma a ciò che spesso resta impronunciabile. Quattro brani costruiscono un percorso che parte dalla frattura e arriva, senza facili consolazioni, a una nuova consapevolezza: quella di poter convivere con le proprie ferite senza esserne definiti.
Dal punto di vista sonoro ascoltiamo un elettro-pop contemporaneo che rifugge la staticità, le produzioni alternano momenti di rarefazione a improvvise aperture dinamiche, tra sintetizzatori, tessiture elettroniche e ritmiche essenziali.
Probabilmente il cuore emotivo del progetto è però Io dimentico tutto. Dietro un titolo che potrebbe suggerire una fuga dalla memoria, il brano racconta in realtà la difficoltà di convivere con emozioni troppo intense. “Balliamo sempre male musica sbagliata sopra il nostro dancefloor.” La danza rappresenta il rapporto con l’altro, mentre la musica fuori tempo racconta l’incapacità di trovare un ritmo comune.
In un panorama pop spesso orientato verso la ricerca dell’immediatezza, Luca Rizzo sceglie una strada diversa: quella dell’ascolto lento. Le sue canzoni non chiedono di essere comprese subito, ma vissute.
(Benedetta Rubini)
OKE (Album) – Trava
Per Trava non va sempre tutto ok. Ma la risposta è OKE.
È il titolo del suo nuovo album, ma anche il manifesto di un modo di affrontare la vita: rispondere alla timidezza, alla paura e alle delusioni con il coraggio della musica e con la scelta di mettersi in gioco in prima persona.
In un mondo che troppo spesso giudica, talvolta per invidia, e tende a svalutare i giovani perché considerati inesperti, sognatori o persino maleducati, Trava racconta la propria visione con sincerità, sensibilità e introspezione.
Le sue canzoni nascono dall’esigenza di raccontare ciò che vive e ciò che prova, senza la pretesa di impartire lezioni o trasmettere una morale. Scrive in modo spontaneo, convinto che siano proprio le emozioni più intime a diventare quelle in cui gli altri possono riconoscersi.
Ispirato dai grandi cantautori italiani e dalla nuova scena pop d’autore, costruisce un linguaggio che unisce tradizione e contemporaneità, cercando una voce personale tra fragilità, rabbia e desiderio di cambiamento.
OKE è il suo grido.
Non è un invito a pensare positivo a tutti i costi, ma ad avere il coraggio di attraversare le proprie debolezze, cadere, perdersi e ritrovarsi più consapevoli di prima.
È una parola che racchiude un modo di vivere e che Trava sogna possa diventare anche il grido di chi si riconosce nella sua musica. Perché, se tutto dovesse andare all’aria, sarà andato tutto OKE.
(Nicolò Granone)
Tra le spine e i serpai – Nervi
Nel mio mondo ideale la penna e il talento di Nervi incontrano l’arte e l’estro di Dente dando vita ad un album incredibile.
Forse quel mondo possibile lo vivremo presto. Non sappiamo se sarà un album incredibile ancora ma le premesse ci sono tutte. Il nuovo singolo “ tra le spine e i serpai” di Elia fa sicuramente parte di queste premesse che fanno sperare ad un lavoro magistrale che nutrirà la canzone d’autore di nuova linfa.
Siamo all’ascolto di una ballata struggente sull’estasi e il tormento, che scava nel cuore del desiderio in questo caso verso una figura femminile notturna, mostruosa e per questo pericolosa ma bellissima.
“Tu sei così bella, sembri un’animale Tu vieni di notte, riconosco l’odore”
È il racconto di un colpo di fulmine che già si preannuncia fatale ma l’attrazione è così forte che il nostro cantautore è disposto ad attraversare tenebre e impervi “serpai”.
“E Quanto sangue mio vorrai Chissà se un giorno mi amerai”
Nella scrittura del brano, Nervi intreccia riferimenti letterari d’elezione: dalle visioni oniriche e fantastiche di Tommaso Landolfi alle tinte oscure e decadenti di Baudelaire e Barbey d’Aurevilly. La veste sonora del pezzo, curata con uno spirito prettamente analogico e cinematografico, fonde l’eleganza del cantautorato indie con l’audacia del glam rock. Ne emerge un brano di rara potenza emotiva, capace di dare voce a un amore assoluto che non teme di mostrarsi, anche quando si rivela nella sua veste più brutale e sanguigna.
(Martina Bianchini)
Weekend postmoderno – Fallimento
Abbiamo ancora la capacità di innamorarci in questa società consumistica che ti risucchia l’anima e nella quale viviamo in uno stato di perenne paralisi? Secondo i fallimento si può.
“Weekend postmoderno” è un racconto che si muove lungo una linea di confine sottile tra l’euforia collettiva e lo schianto esistenziale nel quale i fallimento agiscono come cronisti di una generazione smarrita che “ stupra l’entusiasmo e crea danni” Un’’indagine spietata sulla fauna ribelle che popola la provincia italiana, terra di nessuno dove il rifiuto verso l’edonismo consumistico e le logiche di potere dominanti non è solo una posa, ma una necessità di sopravvivenza.
“Non vi asseconderemo mai più”
L’utilizzo sapiente dei sintetizzatori Juno – con quel timbro iconico, intriso di nostalgia anni ’80 – si scontra frontalmente con il graffio delle chitarre distorte e una sezione ritmica serrata. . È un sound apparentemente “spensierato” che, in realtà, nasconde una carica eversiva: un invito al ballo che si trasforma rapidamente in un’esortazione alla rivolta.
Con un linguaggio sfrontato, ironico e privo di filtri, la band non si limita a fotografare le crepe di un modello societario in cui è sempre più complesso riconoscersi, ma ci costruisce sopra una danza liberatoria, dedicata a chi, pur sentendosi fuori posto, non ha smesso di cercare il ritmo per reagire.
(Martina Bianchini)
The Deads (Album) – Krizia
Con “The Deads” Krizia dà continuità al percorso iniziato con “Cry”, trasformando una separazione in un racconto intimo che evita qualsiasi retorica. L’EP vive di silenzi, ricordi e immagini sospese, muovendosi su quel confine sottile tra ciò che è stato e ciò che continua a vivere dentro di noi.
Il brano centrale, “Sinkin’”, racchiude bene il cuore del progetto: la memoria non come rifugio, ma come luogo in cui fare i conti con quello che resta. La scrittura è essenziale, quasi sussurrata, e lascia che siano la voce e le atmosfere a parlare. Il riferimento a “The Dead” di James Joyce non è un semplice omaggio, ma una chiave di lettura che attraversa tutto il disco. Ne esce un EP delicato e coerente, che conferma Krizia come un’artista capace di trasformare la vulnerabilità in un linguaggio autentico.
(Pietro Broccanello)