New Indie Italia Music Week #278
“You say you want a revolution, well, you know
We all wanna change the world
You tell me that it’s evolution, well, you know
We all wanna change the world”
(Revolution – The Beatles)
Vogliamo tutti cambiare qualcosa, anche quando non sappiamo ancora darle un nome.
Forse è questo il punto da cui comincia ogni rivoluzione: non dal fragore, ma da un pensiero che smette di stare al proprio posto. Da una certezza che si alleggerisce. Da una possibilità che fino a ieri sembrava troppo lontana e che, all’improvviso, entra nella stanza.
La musica conosce bene questo movimento. Non ha bisogno di distruggere per cambiare le cose. Le basta spostare una parola, sporcare un suono, liberare una voce dalla forma che le avevano assegnato. A volte evolve, altre devia. A volte non offre nessuna soluzione, ma ci ricorda che immaginare un mondo diverso è già un modo per non accettare completamente quello che abbiamo davanti.
È lì che vogliamo stare: nel momento esatto in cui qualcosa sta cambiando ma non sappiamo ancora cosa diventerà.
Ogni settimana attraversiamo la nuova scena alternative italiana seguendo le sue mutazioni, i suoi tentativi, le sue piccole insubordinazioni sonore. Canzoni nate mentre fuori tutto corre, si trasforma, promette futuro e spesso non sa bene dove andare.
Forse non cambieranno il mondo.
Ma possono ancora cambiarci la testa.
E, qualche volta, è da lì che comincia tutto.
Ciao Bella Italia – Eugenio in via di gioia con Piccolo Coro dell’Antoniano
Il ministero della cultura e delle belle arti ha sede in Via di Gioia. Siamo il paese più bello del mondo. Ce lo diciamo talmente spesso che ormai quasi ci crediamo. Poi però basta guardarci intorno per accorgerci che siamo anche bravissimi a complicarci la vita. “Ciao bella Italia” degli Eugenio in Via Di Gioia nasce esattamente in questo spazio: quello che separa l’orgoglio nazionale dalla capacità, tutta italiana, di prenderci in giro.
La presenza del Coro dell’Antoniano celebra una nostra eccellenza mentre la canzone, farcita della solita sagace ironia della band, snocciola immagini positive alternandole ai nostri autoctoni autosabotaggi per cui siamo celebri. La bellezza e l’abusivismo, gli acquedotti e le alluvioni, il paradiso e la Terra dei Fuochi, poeti e analfabeti. Persino quando crolla tutto, la soluzione diventa quasi caricaturalmente italiana: si butta la pasta. Una canzone che mescola amore e, non certo odio, ma critica costruttiva, come si tende a fare con le persone che amiamo e vediamo sbagliare.
Forse “Ciao bella Italia” funziona proprio perché non sceglie tra amore e disillusione. Perché in fondo l’Italia è entrambe le cose. Un posto capace di essere paradiso e inferno nella stessa strofa, di far saltare governi, programmi e corrente elettrica e poi, mentre casca il mondo, mettere comunque l’acqua sul fuoco, anche se qualcuno ci getterebbe benzina se solo non costasse più di 2€ al litro.
(Christian Gusmeroli)
Quel che non ho più – Perturbazione
Quanto si può cambiare una canzone prima che smetta di appartenere a chi l’ha scritta e cominci ad appartenere a chi la interpreta?
Prendiamo una canzone del 1982, Only you degli Yazoo, e diamola in mano a una band torinese, i Perturbazione. Ecco che otteniamo “Quel che non ho più”, un brano nuovo, praticamente all’apparenza un inedito, che si specchia nell’originale a cui si ispira. Il significato di Quel che non ho più rimane quello di un amore finito ma ancora desiderato. L’immagine centrale è quella della finestra: due ex separati dal vetro, ancora visibili l’uno all’altro ma ormai incapaci di comunicare.
Tradurre significa sempre un po’ tradire. Vale ancora di più quando si parla di musica. Si può essere fedeli alle parole di una canzone e tradirne completamente l’emozione oppure allontanarsi dal testo originale riuscendo paradossalmente a conservarne l’anima. I Perturbazione scelgono questa seconda strada. “Quel che non ho più” non prova a essere “Only You” in italiano. I Perturbazione prendono quella canzone, la portano a più di quarant’anni di distanza e la fanno passare attraverso un’altra lingua e soprattutto attraverso la propria sensibilità.
Forse il vero tradimento sarebbe stato non tradirla affatto. Limitarsi a sostituire una parola inglese con una italiana avrebbe conservato il testo, ma probabilmente ucciso la canzone.
Quel che non ho più appartiene ancora agli Yazoo? Ai Perturbazione? Forse a entrambi.
(Christian Gusmeroli)
Luoghi comuni (ALBUM) – Lil Jolie
Se c’è una cosa che non riesco a tollerare sono i “luoghi comuni”. Sono posti bruttissimi in cui smarrire e far naufragare il nostro pensiero. Va anche detto però che un luogo comune, e un luogo in comune, è un porto sicuro in cui rifugiarsi e cercare appiglio nei momenti di difficoltà. Sembra una contraddizione, ma è proprio su questo gioco di significati che Lil Jolie costruisce il suo nuovo album.
Per costruire questo luogo Lil Jolie non utilizza soltanto la propria storia. Si definisce una “spugna”, capace di assorbire le emozioni delle persone che le stanno accanto, facendole proprie. Così in Luoghi Comuni l’io lascia progressivamente spazio al noi.
Quello che ne esce è un album piacevole, ben costruito e credibile. La cantautrice casertana dimostra di aver intrapreso un percorso di crescita che la porta oggi a presentare un lavoro maturo che parte sempre dal pop ma viene sporcato dalle chitarre, dal rock, dall’indie e da qualche sfumatura grunge. Dario Mangiaracina accompagna questa trasformazione senza costruirle addosso un’identità artificiale.
Una maturità che la porta anche a confrontarsi con i Baustelle attraverso una cover di “Gomma”, eseguita in maniera eccelsa. E interpretare i Baustelle, riuscendo a restituire il peso della loro scrittura senza trasformarsi in una loro imitazione, è tutt’altro che facile.
Alla fine continuo a non sopportare i luoghi comuni. Ma in quello costruito da Lil Jolie, almeno per la durata di dieci canzoni, vale la pena fermarsi.
(Christian Gusmeroli)
Tiritera – CAFFA
“Tiritera” parte da quella zona grigia in cui una storia è finita solo sulla carta. Ci si allontana, si discute, ma alla fine basta una piccola abitudine condivisa per rimettere tutto in discussione. CAFFA racconta questa indecisione con un’ironia molto quotidiana, fatta di battute, nervosismi e di quella familiarità che sopravvive anche quando stare insieme sembra diventato impossibile.
Musicalmente il brano si muove tra indie-pop, folk-pop e cantautorato contemporaneo, mantenendo un’impronta leggera che lascia spazio soprattutto alla scrittura. Il ritmo accompagna il continuo avanti e indietro della relazione senza appesantirlo, mentre la voce mantiene un tono diretto e quasi confidenziale.
Il punto interessante è proprio il modo in cui CAFFA tratta il conflitto: le discussioni non diventano necessariamente il sintomo di qualcosa da salvare o da abbandonare, ma finiscono per essere parte della storia stessa. “Tiritera” è il nome dato a quel meccanismo che ormai si conosce a memoria, fatto di battute, di difetti, e che finisce per portare al momento esatto in cui si tornerà a cercarsi.
(Serena Gerli)
L’ultimo coccodrillo – Westcross ft. TÄRA
“L’ultimo coccodrillo” prende la forma di una conversazione che attraversa il tempo, mettendo insieme ricordi d’infanzia, luoghi lontani e una famiglia disseminata tra paesi diversi. Westcross torna con la memoria a una Palestina vissuta da bambino e all’Iran delle radici paterne, lasciando che siano immagini, racconti e dettagli familiari a ricostruire un’identità che non appartiene mai a un solo posto.
Il brano prende vita con uno storytelling hip hop che guarda alla tradizione senza esserne vincolato. La produzione costruisce una base capace di sostenere il racconto con intensità ed equilibrio, mentre l’ingresso di TÄRA nel ritornello aggiunge una dimensione più melodica e raccolta. Il risultato mantiene il carattere narrativo del pezzo, lasciando emergere anche la componente emotiva.
Il cuore del brano rimane il rapporto con ciò che viene da lontano e continua, in qualche modo, a vivere nel presente. “L’ultimo coccodrillo” parla di radici senza trasformarle in una dichiarazione d’appartenenza. Una dedica personale che finisce per assumere un significato più ampio, quello di una memoria capace di tenere insieme luoghi e generazioni.
(Serena Gerli)
licia – PETRA
Cosa diresti a qualcuno che ti ha rubato il cuore gli occhi e la bocca? Ti voglio da sempre, irrimediabilmente. PETRA a ritmo sincopato ti rinfaccia che forse forse potresti provare lo stesso amore che provano per te? No? Sono quelle piccole caratteristiche che lasciamo l’uno dentro l’altro a portare dietro l’essenza di una relazione, un pensiero un ricordo verso qualcosa o qualcuno. Allora come è possibile che alla fine chi ama ne rimane sempre fregato? L’abitudine verso i momenti, i colori e i profumi che continua a scorrere intensamente ma alla fine non combacia mai con quello che piace agli altri. Lo scontro tra due teste porta a vivere le emozioni e le relazioni anche a volte a trovare dei compromessi, in cui la gelosia diventa il motivo per unirsi e non per eliminarsi.
(Giuseppe Fraggetta)
Niente da fare – JUMA
Ci sono giorni in cui vorremmo prendere un treno senza nemmeno sapere dove scendere. Lasciare indietro rumori, persone, pensieri, anche solo per qualche ora. Poi magari il corpo resta fermo, ma la testa parte lo stesso.
Dice questo JUMA sul suo nuovo brano Niente da fare. Questo brano nato in viaggio tra Torino e Genova, parla di come ci sentiamo a volte soffocare e sembra quasi lasciarsi andare l’unica soluzione possibile.
Quando tutto sembra soffocante, immaginare un altro posto non significa per forza scappare dalla realtà. A volte significa soltanto concedersi il tempo di respirare.
E allora va bene anche partire senza muoversi. Chiudere gli occhi, mettere una canzone nelle cuffie e lasciare che, almeno per qualche minuto, sia la mente a scegliere dove andare. Il pezzo unisce le tipiche sonorità pop e cantautorali dell’indie italiano moderno a una produzione curata e fresca.
(Giuseppe Fraggetta)
tutto torna – Amari
Ci sono cose che tornano, ma non tornano mai davvero uguali. Cambiano forma, perdono pezzi, ne acquistano altri, proprio come facciamo noi mentre proviamo a capire dove stiamo andando.
Gli Amari ripartono da qui, da una filastrocca bisbigliata tra i vicoli di Bologna che trova poi casa sopra un beat elettronico, trasformando piccoli autosabotaggi quotidiani in una specie di preveggenza personale.
Synth, ritmo e quella leggerezza indie-pop che appartiene alla loro storia tengono insieme nostalgia e movimento, senza far pesare troppo nessuna delle due.
Tornare significa anche leggere le cose in maniera diversa da come siamo diventati noi.
(Giuseppe Fraggetta)
Senza Colori – Giorgio Poi
Gli amori impossibili esistono sin dal tempo in cui la Terra non aveva ancora un’atmosfera come quella attuale. Ce lo narra Calvino nel racconto all’interno delle Cosmicomiche e ce lo canta Giorgio Poi in “Senza colori” brano dal titolo omonimo del racconto che doveva esistere solo per il teatro in quanto scritto per “La Cosmicomica vita di Q, lo spettacolo diretto e interpretato da Luca Marinelli.
E invece, per fortuna, ora è anche nostra.
Già dal primo ascolto senti di perdere il contatto con il suolo sotto ai piedi, l’anima si alleggerisce e se chiudi gli occhi ti sembra di fluttuare nell’etere.
Ed è lì che li vedi, due esseri che non riescono fino in fondo ad appartenere al mondo dell’altro, che si cercano, si trovano, si stupiscono e nonostante sentono di non riuscire a fare a meno l’uno dell’altro non trovano la chiave per viversi. Una ama il grigio e il buio, l’altro i colori e la luce. E in questo lungo cercarsi e lasciarsi ecco la sentenza.
“Il mondo che conosco è senza colori / il tuo non è il mio posto, non ci so stare”
Probabilmente non è il loro destino stare insieme, forse il loro amore richiede troppi sacrifici, forse in un’altro tempo e in un’altro luogo sarebbero esistiti. Io credo che sia sempre una questione di mancanza di coraggio.
“Perché non mi capisci? Perché non ci provi?”
(Martina Bianchini)
Non chiederci di abbassare – Amore Audio
Gli Amore Audio ovvero Alessandro Scola e Luigi Lonetto sono riusciti a sedare l’antica guerra tra chi tiene alto il volume e chi chiede di abbassarlo.
Dopo averci fatto sognare con i remix di alcuni degli artisti emergenti che più amiamo come Irossa, Nico Arezzo e Lauryyn, arriva “Non chiedermi di abbassare” che grazie al sound elettronico melodico tipico del duo che ipnotizza e anestetizza l’ascoltatore , prova a far presa sul vicino di casa al quale viene chiesta una tregua.
“Caro vicino che bussi alla porta almeno stasera lasciaci stare”.
Nel bellissimo video che è stato realizzato per la canzone la musica ha la meglio e tutto si conclude in un’atto d’amore e abbracci. A giudicare dal live degli Amore Audio che ho avuto piacere di sentire e vedere non so se vorrei essere la loro vicina di casa ma di sicuro vi consiglio l’esperienza coinvolgente di un loro concerto!
(Martina Bianchini)
Una canzone allegra – Gioia Lucia
Può una canzone che parla di un amore clandestino far ballare al ritmo di funky?
Gioia Lucia ci riesce anche questa volta. L’avevamo lasciata ballando l’anno scorso sulle note di “morta d’amore” e la ritroviamo sempre a farci ballare sulle stesse tematiche con “ Una canzone Allegra”, che già sentiamo la necessità di cantare a squarciagola.
Un amore vissuto nell’ombra. Da una parte lei presa, illusa che vorrebbe vivere appieno questa relazione.
“Ma non ti accorgi che tra me e te quanta musica c’è”.
Dall’altra lui che viene e che va e un’altra lei ignara di tutto ma che presto saprà. Ed ecco l’epilogo.
“Io ti aspеtto a casa questa sera. Tornare all’altra faccia della luna nera. Una canzone piange nella macchina. Tu tra le sue braccia, io dimenticata”
Un clichè visto e rivisto, il racconto di un dramma se vogliamo ma reso ironico e divertente dal groove e dalla narrativa travolgente e genuina di Lucia.
Lei stessa dichiara essere una storia inventata ma forse molte di noi potrebbero sottoscrivere ogni strofa. E allora come reagire a una tal delusione? Ballando e cantanto sul ritornello di questa canzone allegra che questa volta però non ci farà piangere.
(Martina Bianchini)
Rugo – dio mortale
Rugo mette a fuoco quella sottile distorsione che trasforma una persona in qualcosa di più grande di ciò che è, fino a farne una presenza ingombrante e necessaria. Chitarra acustica, voce sdoppiata si muovono in un paesaggio ruvido attraversato da riverberi che ne amplificano la dimensione più intima e ancestrale. Il brano non cerca risposte né colpevoli, ma resta dentro il vuoto lasciato dall’idealizzazione quando finalmente si rompe. È lì che il “dio” torna umano e il buio, invece di essere combattuto, può essere finalmente vissuto.
(Ilaria Rapa)
Acqua Distillata canta Ribaltavapori – Volume Uno + Due (versione completa)
La versione del Volume Uno e Due di Acquadistillata e Ribaltavapori è un deciso richiamo al gusto rétro che si muove tra canzone d’autore, arrangiamenti orchestrali e atmosfere sospese, riportando nel presente una sensibilità musicale che guarda agli anni ’60. Pianoforte e chitarre costruiscono un suono caldo e volutamente lontano dall’eccesso di produzione, mentre la voce di Acqua Distillata ne accentua il carattere intimo e malinconico. Un album che procede con passo delicato, tra melodie d’altri tempi e una scrittura capace di far convivere sì la dolcezza, ma anche l’inquietudine contemporanea.
(Ilaria Rapa)
Ahi, che giornata! – Angelica
“Io da oggi non cresco più”.
L’ironia non è più uno scudo, ma una spada. Angelica non si nasconde dietro la leggerezza. La “ballata del malumore” passa trasparente attraverso questo pop arguto e morbido. Il quotidiano diventa il malessere della vita adulta. Il diavolo si palesa nelle piccole lotte a cui ci arrendiamo perché diventano scogli insormontabili. I capelli che si ribellano e il letto da rifare stanno chiedendo troppo alle buone intenzioni della sera prima (“le mie mani non si muovono più”).
Ahi, che giornata! È seducente e schietta. Una rivolta nella resa. L’istantanea di un’era troppo lunga in una vita troppo breve. Un modo di raccontare che è una dote che conosciamo bene di Angelica.
(Stefano Giannetti)
Schifo – Melancholia
Morbida, in stile anni 80, ma ruvida negli argomenti. L’amore come unica salvezza dall’autoannullamento. La vita adulta è troppo difficile per trascorrerla da soli (“ho paura di trovarmi sola contro di me”), nemmeno la partenza è più una salvezza perché la vera lotta non è mai stata all’esterno. Perciò si diventa bambini in cerca d’attenzioni, la richiesta d’aiuto non può più essere rimandata.
Schifo è un grido di rabbia, tra rock e punk, limpido e sincero. La voce cristallina e acuta di Benedetta Alessi calza perfettamente il ruolo della fragilità, dell’urlo più piccolo e remoto che può essere sentito (purtroppo) solo da chi ne condivide il dolore. O è disposto a provare empatia.
(Stefano Giannetti)
El sueño – Vinnie Marakas
Un cantastorie più inquieto e spigoloso rispetto al passato ma sempre audace e mai banale.
Trame elettroniche ipnotiche proiettano in un altrove possibile in cui le logiche della competizione e dell’ordine sociale vengono sospese: un mondo dove non si deve chiedere per essere, dove l’azzardo è la regola e chi azzarda viene premiato.
Una dimensione dove la libertà richiede adesione totale.
Si alza il sipario, lo spettacolo può cominciare. Non ti serve una reputazione, non ti serve una identità, ma per restare in questo sonno devi ripetere insieme a me: questa è la porta per entrare dentro un viaggio lisergico alla scoperta dei vizi e delle tentazioni, dove solo attraverso la fiducia verso gli altri si può sopravvivere, correndo molti rischi.
Un allucinazione metafisica vittima della razionalità umana e delle conseguenze di ogni scelta, che però rimane sospesa prima degli effetti collaterali.
(Nicolò Granone)
Entroterra – Iberico (Album)
Chi lascia la propria casa lo fa per necessità o curiosità, andando via però si porta sempre qualcosa del luogo che si sta per lasciare. Iberico ha lasciato la Calabria per andare a Milano, passando da una terra più aspra ad una città iperconessa al centro di tutto, dove però spesso l’individuo rimane solo, abbandonato a se stesso.
Le sue canzoni nascono spesso da persone, luoghi, oggetti e piccole scene quotidiane, con la voglia e il coraggio di raccontare ciò che il tempo cambia o porta via e le tracce che lascia: nell’infanzia, nelle relazioni, nei luoghi da cui proveniamo, nelle persone che perdiamo o dalle quali ci allontaniamo.
Entroterra è un percorso all’interno di sentimenti e sensazioni che bisogna andare ad esplorare, addentrandosi dove i pensieri costruiscono foreste fatte di memoria e desiderio.
(Nicolò Granone)
Mordi – Brodo
Un difetto della memoria è quello di riscoprire le tracce che furono, quelle che si era tentato di nascondere sotto la polvere dei ricordi.
Mordi ha il sapore della nostalgia, oltre ad essere un tentativo di andare avanti, cercando però di non accelerare il passo, ma chiudendo gli occhi con la speranza che il tempo passi in fretta e che al risveglio ci sia qualcosa in più. Forse anche il ciclo delle stagioni rappresenta un po’ questa dicotomia tra l’azione e il pensiero: l’estate è la voglia di creare mentre l’inverno un tentativo di resistere.
Brodo cerca di dar voce al passato per provare a capire il presente, soffermandosi su ciò che pensavamo di aver superato e che, invece, continua a farsi sentire.
Non esiste niente per salvarci dalle cure.
(Nicolò Granone)
La mia generazione – Zeep
C’è della sociologia dentro la nuova canzone di Zeep, infatti “La mia generazione” è uno spaccato sui trentenni d’oggi ognuno pronto a convivere con le proprie contraddizioni. Il romanticismo potrebbe essere un punto di rottura, quella scintilla che trasforma lo sguardo sul mondo anche se i sogni non si sono realizzati e da bambini c’era molta più speranza.
Forse crescendo finisce il tempo per le rivoluzioni e bisogna imparare ad accettare la realtà, anche se questo procedimento non è per nulla facile o scontato.
Più gli anni passano più passa la voglia per condividere battaglie o urlare i propri ideali, sopravvive chi riesce ad accontentarsi anche delle piccole cose, lasciando da parte i voli pindarici della gioventù.
(Nicolò Granone)
alma – oltre al club cosa (ci) resta
Con il suo nuovo album alma prosegue il percorso iniziato con l’ep “CODICE BINARIO_(01)”, allargando lo sguardo su ciò che rimane quando la notte finisce. L’elettronica e la dimensione collettiva del club diventano il punto di partenza per parlare di malinconia, cambiamento e di tutto quello che ci portiamo dietro. Se prima il contrasto era tra il corpo che balla e la mente che riflette, qui il centro è ciò che succede dopo, quando le emozioni tornano a galla. Un progetto che non cerca di cancellare il malessere, ma di attraversarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo. Con alma, anche il dancefloor può diventare un luogo in cui fare i conti con se stessi.
(Pietro Broccanello)
C’mon Tigre – The beautiful glitch
Come pochi altri i C’mon Tigre sanno trasformare l’imperfezione umana in un groove imprevedibile, tra electro-funk, synth, talk box e ritmiche afrobeat che virano verso reggaeton e cumbia. Il brano gioca sul contrasto tra identità e sparizione, raccontando quel momento in cui perdere i propri contorni può diventare una forma di sollievo. Ma la velocità, inevitabilmente, cambia anche il nostro modo di pensare e percepire. Un incastro sonoro tra corpo e tecnologia che trova nel videoclip distopico un’estensione visiva del suo immaginario. Il singolo anticipa l’album “Lumina”, in uscita il 2 ottobre, e conferma la vocazione del progetto a far dialogare musica, ricerca sonora e arti visive.
(Pietro Broccanello)