Francesco Aubry e il nuovo singolo “Tramonti su Marte” | Intervista

Francesco Aubry è un cantautore cresciuto nel cuneese, ma nato a Napoli, che proprio in Piemonte ha cominciato a muovere i primi passi all’interno della scena musicale, dapprima come tastierista influenzato dal rock e dalla psichedelia di stampo britannico, poi affermandosi come cantautore e polistrumentista con il suo omonimo progetto.

Dopo l’uscita dell’album “Lontano da qui” e del primo singolo “1985“, il poliedrico artista cuneese ha pubblicato il suo nuovo singolo “I tramonti su Marte“, riproponendo il concetto di fuga dalla visione terrena delle cose. Francesco Aubry ha totalmente curato l’arrangiamento e la composizione del brano, mettendosi alla prova non solo come musicista, ma anche come autore a tutto tondo.

Intervistando Francesco Aubry

“Sulla Terra non ritorno più […] preferisco i tramonti su Marte” è un modo per guardare ciò che succede nel mondo da un’altra prospettiva o completamente dimenticare tutto?

La canzone parla dei cambiamenti che spesso abbiamo necessità di fare durante la nostra vita, sia le grandi scelte personali che quelli apparentemente piu’ piccoli e banali. Non si riferisce ad un singolo specifico momento ma attraverso l’immaginario del viaggio su Marte ho cercato di descrivere la ricerca di distacco e alienazione dalla vita di sempre. E’ comunque un testo che richiama a mie personali svolte sia passate che attuali.

Gli inglesi utilizzano il colore blu per indicare qualcosa di triste: questo allontanamento forzato dalla realtà per guardare i tramonti blu è qualcosa di infelice, una perdita, o al contrario, l’emblema di un nuovo inizio? 

Il riferimento al blu è scaturito dall’aver appreso che su Marte durante i tramonti il cielo si colora di sfumature assolutamente inusuali e affascinanti per noi e questo mi ha fornito lo spunto per raccontare la necessità di osservare la realtà da prospettive nuove rimettendo in discussione tutto ciò che per natura siamo portati a dare per scontato. In questo modo ci si mette in gioco e uscire dalla propria zona di comfort non può che rendere più forti e consapevoli e proiettati verso nuovi inizi.

I tuoi riferimenti sono tanto la musica italiana, quanto il cantautorato britannico degli anni ‘60/’70: quanto ha influenzato l’idea bowiana di viaggio nello spazio e della vita su Marte, anche nella musicalità del brano – con i suoni cari al Bowie berlinese?

In realtà non avevo Bowie in mente quando ho concepito l’idea musicale, ma è sicuramente un artista immenso che amo e fa parte di quegli ascolti che a livello anche inconscio possono influenzarmi. Le sonorità del pezzo ricalcano il mio attuale tentativo di coniugare l’elettronica dal sapore vintage a sonorità piu’ classiche, senza tralasciare la struttura e la melodia della canzone nella sua concezione piu’ pop.

Anche il countdown all’interno del brano richiama, almeno nel mio immaginario, “Space Oddity” in cui l’allontanamento dalla realtà mirava a raggiungere l’infinito, senza più tornare. Se tu tornassi alla “realtà terrena”, cosa cambieresti per renderla vivibile?

Domanda da un milione di dollari…Sono portato a ragionare in modo più individualista, preferisco lavorare sulla “mia” realtà e non lascio che altri mi impongano gusti, tendenze o preconcetti. Ecco se proprio avessi una bacchetta magica regalerei un po’ di senso critico e autonomia di pensiero in giro, anche se ho paura possa essere troppo tardi e potrei fare danni!

La tua carriera da musicista si è quasi sempre sviluppata dietro tastiere, pianoforti e sintetizzatori: per la creazione di questo brano hai realizzato l’arrangiamento in toto oppure ti sei avvalso di altri musicisti ed arrangiatori? 

Tutto in totale autonomia. Dopo anni di band e compromessi avevo fortemente bisogno di esprimere e riversare tutte le idee che avevo immagazzinato ma erano rimaste inespresse. Facendo da solo non ho bisogno di far capire e assimilare le mie idee ad altri strumentisti, il tempo di avere un’intuizione e già la sto registrando: questo è fondamentale per me perchè vedo la composizione con l’idea romantica di momento di ispirazione e di sogno, piuttosto che un qualcosa di costruito a tavolino o per tentativi.

Questo però mi ha imposto delle limitazioni che sono ricadute inevitabilmente sulle mie scelte stilistiche che al 50% sono frutto del gusto musicale e al 50% dal fatto che non sono un chitarrista vero o un cantante virtuoso ma cerco di mettermi al servizio della canzone e del testo nel limite delle mie possibilità e valorizzando piuttosto ciò che mi rende piùa mio agio per natura ed esperienze musicali.

Dopo “1985” e “I tramonti su Marte”, come immagini i tuoi prossimi brani? Vuoi darci qualche anticipazione?

Hai citato Bowie e sto lavorando su un brano che nasce da un melodia di archi Mellotron, qualche sequenza di synth, pianoforte e chitarre, adoro i Beatles dal Sgt.Pepper in poi o band contemporanee come i Tame Impala e qualcosa di quel sound tendente alla psichedelia mi piacerebbe svilupparlo su canzoni dall’impronta Italiana e cantautorale. La direzione segnata è quella ma essendo per natura irrequieto e portato a rimettermi in discussione ho anche pronto qualche pezzo di piano-basso-batteria da British Pop anni ‘60/’70… Se tutto va bene in Primavera avrò nuovo materiale pronto.

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