INDIE TALES

America | Indie Tales

Sono fuggito nella terra delle opportunità appena ho potuto.

Ho sempre fatto bene ciò che dovevo fare, mi è sempre piaciuto studiare. Anzi, me lo sono fatto piacere perché  in testa avevo un solo obiettivo: l’America.

Quando i tuoi sono i portieri di un bellissimo palazzo in centro, un grande sogno è il minimo che ti puoi concedere. Sono grandi lavoratori e non mi hanno fatto mai mancare niente, a partire dall’ambizione. Da piccolo guardavo i film Western sulle ginocchia di mio papà e sognavo terre lontane a suon di spari.

Poi il momento arrivò davvero. Finii il liceo e un mese dopo ero su un volo per Boston, pronto a vivermi la vita da college americano. Il periodo più bello della mia vita.

I primi anni non sentivo quasi la mancanza di casa. Mi sembrava di vivere un sogno talmente grande, di essere così fortunato da non fare caso a tutte quelle cose piccole ma fondamentali per rendere la vita meravigliosamente imperfetta.

Facevo facilmente amicizia, i voti erano alti e le ragazze non mancavano, ma sentivo come un buco nel petto quando tornavo la sera nella mia stanza.

Anche quando, una volta laureato, andai a lavorare in un importante studio di avvocati sentivo di portarmi dietro ogni giorno una malinconia senza nome. Un’ombra discreta che mi perseguitava qualsiasi cosa facessi.

Vivevo in uno strano mondo incantato, in cui tutto sembra funzionare a meraviglia. La mia era, obiettivamente, la vita perfetta. Ero ricco in un paese che non conosce la parola “impossibile”.

A qualsiasi ora del giorno e della notte puoi ordinare a casa ciò che vuoi, le palestre sono aperte h24 e in ogni strada hai la possibilità di mangiare il cibo di qualsiasi paese, dalla Francia alla Nuova Guinea.

Tutto ciò nasconde, tuttavia, un ché di losco e sinistro. Tutto troppo facile, accessibile. E intanto la gente viene condannata a morte. Questo e altri pensieri sul paese che mi aveva accolto (solo perché ero una mente brillante) mi torturavano sempre di più, sempre di più sempre di più.

Finché, una mattina, mi svegliai con una sensazione che non provavo da… che forse non avevo mai provato prima: la nostalgia di casa. Potendomelo permettere, feci due chiamate, preparai le valigie e quattordici ore dopo ero nella mia città natale.

Tornavo ogni Natale, ma era come se mancassi da anni. In taxi verso casa la percepivo, vedevo l’imperfezione in ogni angolo. Mi era mancato il fascino del particolare, della gente spontanea, dei bar con la stessa insegna dal 1970.

Hollywood sei grande, ma Fellini era un visionario.

Scrivo queste parola dal mio ufficio qui, in Italia, nella mia città. Sarò sempre grato all’America per ciò che mi ha dato e per ciò che mi ha consentito di ottenere da solo, contando sulle mie forze.

Ma casa mia è qui, e lo sarà per sempre.

Racconto liberamente ispirato al brano “America” di Novecento

 

Blog

Recent Posts

Arianna Paci: “Non sempre il troppo stroppia” | Intervista

Non sempre il troppo stroppia. La nuova canzone di Arianna Paci, "Troppo", è uno di…

2 giorni ago

fatima_prodd: “Siamo memoria della nostra storia” | Intervista

fatima_prodd è un progetto electronic pop che unisce cantautorato italiano, elettronica contemporanea e visioni astrali,…

2 giorni ago

Jungle Julia: “La certezza è avere domande” | Indie Talks

Nel racconto di Jungle Julia, ORA NONA diventa il tempo del cammino: non un punto…

2 giorni ago

Popa: “Invecchieremo come le moda che costruiremo” | Indie Talks

L'altra sera prima di uscire ho sfruttato la tecnologia e mi sono divertito a chiedere…

4 giorni ago

New Indie Italia Music Week #275

"Where do we go from here now that all of the children are growin' up?…

6 giorni ago

Trava: “Rispondo OKE, senza paura delle conseguenze” | Intervista

Per Trava non va sempre tutto ok. Ma la risposta è OKE. È il titolo…

7 giorni ago