Moca: “per essere originali, bisogna fare qualcosa di proprio” | Indie Talks

Come si fa a trovare la propria voce in un panorama artistico (musicale) che vuole solo il proliferarsi di cloni? La parola d’ordine è “originalità” ed è anche la tematica che apre questa nuova puntata di Indie Talks. Essere sé stessi e perseguire un ideale che ci rende unici non è certamente facile, eppure riuscire a dare ascolto a quella voce che sentiamo venirci da dentro sembra essere l’unica vera soluzione di riuscita.

Noi ne abbiamo parlato con i Moca, band spezzina, che ha da poco pubblicato il suo nuovo disco “Olpà vol.2”, ampliamento del primo e omonimo album uscito nel 2020, sempre per La Clinica Dischi. Alla base di tutto c’è di certo l’amore e forse è proprio questo che riesce a dare forma alla loro originalità!

Moca x Indie Talks

Ciao ragazzi, benvenuti! L’indie talks di oggi si occuperà di una tematica a voi molto cara: quella dell’originalità. Come si fa a trovare la propria strada in un mondo di cloni tutti uguali a sé stessi?

Ciao a tutti ragazzi!
Quello che noi pensiamo è per fare qualcosa di originale, bisogna fare qualcosa di proprio.
Crearsi un immaginario da condividere con il tuo pubblico, che ti renda quello che sei per come sei fatto e non per come dovresti essere e fare musica per necessità, non per interesse.
Dopo tutti questi discorsi idealisti è anche giusto tornare con i piedi per terra e pensare che un mercato esiste e che poi alla fine è composto dai gusti della gente che ci ascolta, quindi chiaramente è giusto “adeguarsi” alla richiesta.
Bisogna solamente mantenere il giusto equilibrio tra la propria arte e la richiesta del mercato.

Avete da poco pubblicato il vostro nuovo disco “Oplà vol.2” che è la naturale continuazione dell’omonimo “Oplà” del 2020: c’è stata una sperimentazione più peculiare rispetto al primo album?

C’è tanta voglia di ballare, voglia di uscire, far tardi la sera e ovviamente sperimentare sonorità nuove.
Nei primi tre brani abbiamo inserito il sassofono, una variabile nuova per noi, che però ci ha permesso e sicuramente ci permetterà di approdare in lidi a noi prima sconosciuti.
Nel nuovo volume però ci sono anche brani composti almeno 2 anni fa, quindi si capisce subito come Oplà di fatto sia un percorso di 2 anni, 16 pezzi e tanta sperimentazione.

Si sa che inconsciamente siamo fatti di pensieri rimodulati su quelli altrui, mi spiego: inconsapevolmente o meno la vostra musica e i vostri testi sono contaminati di generi appartenenti ad artisti venuti prima di voi. Come vivete questa situazione sempre in relazione al tema dell’originalità?

La conoscenza umana si basa sui passi fatti da chi era venuto prima, come disse Bernardo di Chartres “siamo dei nani sulle spalle dei giganti” e forse ogni tanto è giusto ricordarselo.
Sicuramente il punto fondamentale è sempre quello di mantenere un giusto equilibrio tra creazione e contaminazione.
A volte può capitare di adorare tantissimo un brano e lasciarsi ispirare da esso per scrivere un pezzo, però per quella che è stata finora la nostra esperienza il risultato finale è sempre qualcosa di nuovo, di rinnovato, una rielaborazione a volte felice a volte infelice di idee, che molto probabilmente erano a loro volta frutto di questo processo.

Spesso avete affermato di non appartenere a nessun genere in particolare, ma di racchiuderli un po’ tutti nella vostra musica: credete che siamo arrivati ad un punto in cui anche nella musica si supereranno i confini di genere?

Negli ultimi anni sono stati fatti dalla scena musicale italiana dei passi da gigante, le divisioni di generi che esistevano negli ascoltatori anni fa ormai quasi del tutto abolite, chi ascolta rock si ascolta anche il rap o l’indie o la techno etc..
Chiaramente le divisioni in generi probabilmente sono necessarie, però esistono degli artisti che diventano difficilmente incasellabili e che quindi creano un genere a sé stante e noi puntiamo a quello, a fare appassionare la gente del nostro universo e della nostra musica.

Dunque, quanto giova alla peculiarità di un progetto sapere di appartenere ad un genere musicale specifico?

Sicuramente a seconda del tipo di genere che si sceglie le cose possono andare più o meno meglio.
Secondo noi è sempre meglio non prendere una parte così forte, tanto per cominciare per non limitarsi troppo da un punto di vista artistico; in seconda battuta anche per non creare dissapori nel pubblico, se si sceglie un genere ben specifico dopo un po’ diventa difficile rinnovarsi, quindi spesso nell’attuare un cambio di sound radicale si rischia di andare a deludere quelli che erano i sostenitori della prima ora.

Che poi, che vuol dire, almeno secondo voi, essere originali e fuori dagli schemi?

Vuol dire prendere qualcosa che tutti danno per scontato o che magari di cui la gente non si ricorda più, filtrarla attraverso la propria visione artistica e creare così qualcosa di unico ed irripetibile.