Dile: “Il filo conduttore dei miei brani è che rovino rapporti e scrivo canzoni” | Indie Talks

Il 9 Giugno è uscito “Migliore di me”, il secondo album del cantautore abruzzese Dile. 

Un viaggio, intimo e universale, un saliscendi di emozioni tra brani editi e inediti, che ci traghetta direttamente nell’anima stessa di Dile. Dodici brani, di cui ognuno ci svela un pezzetto di più del trascorso del cantautore, ma allo stesso tempo ci racconta storie in cui ognuno si può immedesimare.

Temi profondi, come amore, rimpianti, ricordi, una penna delicata e dolce su sonorità che variano da pezzo a pezzo, fresche e ritmate, ma allo stesso tempo emozionanti. Un album in grado di essere allo stesso tempo un pugno nello stomaco e una carezza sulla guancia, una mano a cui aggrapparsi nel momento del bisogno, o da ascoltare la notte, prima di dormire.

Abbiamo fatto due chiacchiere proprio con Dile, o meglio con Francesco, che quasi come in una chiacchierata tra amici al bar ci ha raccontato alcuni dei retroscena e degli stati d’animo che stanno dietro al suo ultimo album.

INTERVISTANDO DILE

Ciao dile! Ad una settimana dall’uscita dell’album come stai? Come sta andando?

In realtà questa è una bella domanda, perché è difficilissimo rispondere.
Sto provando tantissime sensazioni, cioè dalla paura al terrore, alla gioia, all’ansia, all’insonnia, all’euforia. Le ho vissute tutte. Sono passati solo quattro giorni, cioè tra 10 giorni come ci arrivo?
Però no, in realtà bene perché sono tornato in Abruzzo e sto leggendo i messaggi. Sembra una cazzata, ma mi ci devo impegnare perché ovviamente comporta del tempo. Non tutti però, una buona parte del feedback, ed è bellissimo. Sono molto contento del feedback e delle reazioni delle persone.

Tanta gente si è riconosciuta nei pezzi, in tanti pezzi, anche quelli un po’ più nascosti, e molti hanno osservato delle cose che non mi aspettavo. Che bella fanbase.

“Migliore di me” esce tre anni dopo l’album “Rewind”, come ti senti cambiato personalmente e soprattutto musicalmente?

Guarda, io penso che ci siano una marea di differenze tra i due album, ma anche in me in primis, perché di mezzo c’è una pandemia che, sembra una cazzata, ma ci ha segnato a vita e io penso che in un modo o nell’altro ne rimarremo almeno per 10 anni vittime di quello che la pandemia stessa ci ha creato, la paura dell’essere umano.

La distanza comunque ha influito tantissimo sui rapporti, quindi io, parlando sempre di questo, ho sentito tanta pandemia nei testi nuovi.
Questi due anni, che sono diversi da due anni normali, sono due anni pesanti. Li ho sentiti sia sulla persona che sulla scrittura che sui rapporti stessi, quindi assolutamente trovo questo tipo di cambiamento, poi spero di di essere cresciuto, di essermi evoluto, di essere maturato.

Anche dal punto di vista del sound mi sono affiancato ad altre persone, ho iniziato a lavorare con Iacopo Sinigaglia che oggi è uno dei miei più cari amici, e abbiamo creato un bellissimo rapporto. Ho confermato Michael Tenisci che era già presente nel primo album in uno o due pezzi e ora ne ha prodotti quattro o cinque. Le tematiche che sono rimaste pressoché le stesse perché la mia vita è abbastanza ciclica.

Hai detto che la tua vita è ciclica e tendi a scrivere delle stesse tematiche. Riusciresti a trovare un filo conduttore per i tuoi brani?

Ovviamente parlo di quello che mi sta vicino, di quello che mi genera un qualcosa un fuoco che poi mi fa scrivere una canzone. C’è una frase che mi è uscita a caso e penso mi rappresenti moltissimo. Di notte mi ritrovo in un contesto in cui magari mi faccio qualche birretta di troppo, me ne vado nel mio mondo, ascolto musica, faccio cose, prendo il telefono in mano e da ubriaco rovino rapporti e scrivo canzoni. 

Quindi il filo conduttore lo definiresti proprio “Rovino rapporti e scrivo canzoni”?

Assolutamente sì. C’è molta mea culpa nelle canzoni, molto senso di colpa, rimorso, rimpianto, tutte cose che potevano andare in un altro modo. Anche ad esempio in “Sceneggiatura”, che dico “Potevamo essere felici, invece no”, è una cosa banalissima e scontata però, è forse la più sincera, perché vera. Potevamo fare tante cose invece sono un coglione. Un po’ quello è il messaggio.

Parlando di “Migliore di me”, il titolo viene dall’ultimo brano dell’album, nonché l’ultimo che hai scritto. L’hai definito il “Trova l’errore del brano”, ti va di parlarcene?

È il trova l’errore perché è il pezzo sbagliato dell’album, quello che se mi segui non ti aspetti da me, che io stesso non mi aspetto da me. Proprio perché è il pezzo sbagliato volevo confezionarlo alla perfezione anche mettendolo all’ultimo posto della tracklist, che per me è solo per chi davvero vuole toglierti la maschera e scoprire di più. Soprattutto perché in undici tracce in cui parlo di rapporti e di stragi emotive, in questo finalmente parlo di me e del rapporto che avevo con mio padre che non c’è più. Non avevo mai scritto di lui perché non ce l’avevo mai fatta, poi un mese e mezzo fa mi sono ritrovato con le cuffiette a scrivere. Due giorni dopo con Michael (scelto anche perché mi conosce e conosce la mia storia) in studio l’ho registrato one take e l’abbiamo perfezionato e ultimato insieme. É l’ultima traccia e volevo dargli un’importanza in più, infatti ci ho chiamato un album. 

Un verso del brano che mi ha colpito molto è “Ho paura che il cuore e la testa siano dispari”, ce lo puoi spiegare? E tu? Sei più da testa o più da cuore?

Io penso che l’altalena testa cuore nella mia vita sia un cerchio che in una giornata sola compie circa un milione di giri. Non sono per niente adatto a capire se c’è testa o cuore. Devo dire molto più spesso cuore che testa.

Il verso nello specifico mi è uscito e mi è piaciuto quello che rappresentava, anche perché di base è una contraddizione essendo che cuore e testa sono due. Per me testa e cuore in realtà sono tre, non so come spiegartelo, anche perché non ci hanno mai capito un cazzo quindi servirebbe almeno un terzo, un giudice, che sposti l’ago da una parte o dall’altra della bilancia.

L’unico feat dell’album è “Che mettevi sempre” con Federica Carta, come è nato?

In realtà è nato molto naturalmente, eravamo in studio, io le ho fatto sentire “Che mettevi sempre”, che avevo già scritto in precedenza. A lei è piaciuto tantissimo e ha voluto provare il ritornello, io quando ho sentito la sua voce incredibile, mi sono emozionato e le ho chiesto di farlo insieme. La bellezza di questa storia così povera è che è stato tutto così naturale e semplice, poi siamo diventati amici. 

Parlando di scrittura dei testi, ti fidi più della “prima versione” scritta di getto o sei un perfezionista che snocciola il brano parola per parola?

Faccio entrambe le cose. Prevale molto l’istinto e la cosa che scrivo di getto, che diventa il pilastro della canzone. La parte mia malata, quella del perfezionismo, entra nel curare quello che ho scritto di istinto.

Prendi ad esempio “Mondocane”, non è una parola di uso comune ma è uscita e quando esce in questo modo, ha un significato, anche se non lo riconosco subito, e in questo caso la tengo. In generale ci ragiono molto poco, anche se a volte per l’ansia anche del mercato che cambia sempre, purtroppo deve prevalere la parte razionale.

A chi si approccia alla tua musica, che “consigli per l’ascolto” daresti? Quali sono i mood in cui si può apprezzare di più?

Avendo scritto un album in tutti i mood umani possibili, ci sono tantissimi stati d’animo. Ad esempio se sei preso male o sei triste è un album che ti abbraccia, anche perché quando stai male, devi stare male per stare meglio. É però un album con cui divertirsi con pezzi come “Ti capita mai” o “Non sorridi mai” che sembra super triste ma parla di una ragazza che non sorrideva in un bar e in cui cito il mio stesso funerale e spero che ci venga qualcuno. In qualsiasi stato d’animo c’è qualcosa da poter ascoltare nell’album e questa cosa la riconosco ora, non mentre scrivevo l’album.

Un’ultima domanda, c’è stato un momento o una situazione in cui hai pensato “ce l’ho fatta, sto facendo qualcosa di buono”? O al contrario, un momento in cui hai pensato “basta mollo tutto”?

“Basta mollo tutto” credo di pensarlo ogni cinque secondi, ma perché sono un critico e mi giudico costantemente. Infatti il mettersi in discussione è un po’ il mio pane, anche quando dovrei vivermi le cose in modo più sereno, senza farmi mille domande. “Ce l’ho fatta” lo penso spesso quando leggo i messaggi che riescono ad arrivarmi, soprattutto quelli di chi veramente sta provando quello che ti dice, e te la fa arrivare anche solo con quattro parole. Certo se ci facciamo un discorso discografico economico quel messaggio non cambierà nulla, mentre a livello di soddisfazione personale, in quel momento ho raggiunto il nirvana.