PH: Bianca Peruzzi
L’essere umano ha la tendenza, anzi il vizio, di dare un etichetta a tutto. Definizioni per trovare il giusto concetto a qualcosa che non si riesce a capire. Giusto o sbaglio, io o tu, noi o loro e maschio o femmina.
Rareș, con il suo ultimo album, vuole rimettere in discussione se stesso, cercando di capire il confine tra il lato artistico e il lato umano. Una convinvenza armonica, ma a tratti complicati. Due latti della medaglia, che in realtà sono indispensabili per l’essitenza di Rareș come entità.
Quando prendiamo una scelta, dovremmo considerare la possibilità di beneficiare degli aspetti negativi e di essere traditi da quelli positivi, magari solo all’apparenza. È innegabile considerare che non possiamo essere niente senza fare parte di tutto.
Rareș sono io. Con me stesso ho praticamente un rapporto di coppia. Parliamo, ci confrontiamo, a volte litighiamo. Spesso ci vogliamo bene, anche se non proprio sempre.
Tantissimi, soprattutto sul piano sociale e politico della nostra contemporaneità.
La via di mezzo presuppone comprensione e metabolizzazione delle idee altrui. Si può essere categorici soltanto con sé stessi, con gli altri è pericoloso. La mia esperienza personale mi ha insegnato ad essere malleabile e fluido.
Il dolore è una delle esperienze di vita più frequenti e necessarie. La vita è costellata di piccoli o grandi rituali di gestione del dolore.
Sarebbe troppo semplice dire di sì, però sono contento sia stato letto anche con questa sfumatura. Per me è stato principalmente una serie di appunti spontanei, utili a elaborare cose che stavo vivendo in quel momento.
A volte si. A volte no.
Diciamo che se posso andare a letto entro la mezzanotte, è meglio; poi inizio ad accusare la stanchezza, indipendentemente da quando mi sono svegliato.
No, anzi, sono pro alla varietà argomentativa dei testi nella forma canzone. Al panorama mainstream non farebbe male.
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