Annapurna: “Scalando il dubbio, si scopre la Vitanova” | Intervista

PH: Ufficio Stampa

Annapurna: “Scalando il dubbio, si scopre la Vitanova” | Intervista

Annapurna è un progetto che nasce nell’esplorazione, si muove attraverso nuovi orizzonti che parlano l’italiano e l’inglese, respirando un suono internazionale e intimo allo stesso tempo.

Vitanova è il primo passo, un album frutto di un anno di lavoro. Abbraccia diversi generi musicali, spaziando dal pop elettronico ad atmosfere dark, e affronta temi profondi, introspettivi e malinconici, tradotti in una forma accessibile e riletta in chiave contemporanea.

Il titolo dell’album riprende la Vita Nova di Dante, una raccolta di scritti giovanili e, allo stesso tempo, un simbolo: quello di una vita giovane, dell’inizio di un percorso, del nostro cammino come Annapurna.

Dai testi emergono i moti dell’animo che ci attraversano e appartengono a tutti noi: emozioni, dubbi, slanci e fragilità in cui l’ascoltatore può riconoscersi e immedesimarsi. Un sound tagliente, pulsante e ipnotico, attuale ma attraversato da echi del passato.

 

INTERVISTANDO ANNAPURNA

Chi sono gli Annapurna?

Annapurna è un gruppo umano prima ancora che musicale: quattro persone legate da tempo e da esperienze condivise che si muovono come un corpo solo, dando forma sonora a un passaggio. 

Vogliamo costruire un spazio tra noi e chi ci ascolta dove le fragilità del nostro tempo possano diventare canzoni.

Il nome Annapurna richiama a qualcosa che si scala, qualcosa più grande di te che ti obbliga a tentare, cadere e a riprovare e così per noi è fare musica: arrampicarsi per la montagna interiore, senza sapere davvero cosa troverai dall’altra parte, ma godendosi ogni tappa del percorso.

Se dovessimo dire chi siamo, diremmo che siamo un gruppo che cerca una forma di trasformazione usando un linguaggio semplice, diretto, emotivo. Canzoni prima di tutto, ma con dentro l’idea di un viaggio.

Quale cambiamento c’è dentro Vitanova?

Il cambiamento in Vitanova è dato da uno nuovo sguardo. 

Abbiamo voluto citare il titolo dell’opera dantesca interessandoci al simbolo che porta con sé: ‘’Vita Nova’’ è vita nuova, giovane, ai suoi primi passi, vulnerabile ma piena di possibilità. 

E così per noi Vitanova è celebrare l’inizio di questo cammino, dove finalmente Annapurna prende forma. 

Ciò di nuovo che vogliamo portare è la rielaborazione delle nostre radici, dei miti di gioventù diventando così punto di contatto tra le idee e il sentimento che ci hanno ispirato e la manifestazione tangibile nell’esistente odierno. 

Abbiamo sempre posto come priorità arrivare dentro a chi ci ascolta per mezzo di un linguaggio accessibile e contemporaneo perché per noi ‘’portare alla luce il lato oscuro del pop’’  non è una formula commerciale vuota, ma significa raccontare le ombre della nostra generazione attingendo a quello che è il nostro immaginario e, senza fare operazione di rivisitazione nostalgica fine a sé stessa, fare della nostra musica un agente attivo nella scena culturale, oggi. 

Questa è la nostra proposta, restituire memorie del passato in una nuova forma di presente.

PH: Ufficio Stampa

Il dubbio è assolutamente un momento di curiosità?

Per noi dubbio non è solo curiosità o incertezza, ma il preciso momento in cui apprendi che forse ciò che vedi non coincide del tutto con ciò che è o con ciò che ti è stato detto essere; è l’inizio di un crepa nel come vedi le cose attorno.

Il dubbio è chiedersi con sincerità se le ombre che hai davanti siano la realtà o soltanto proiezioni, immagini date dalla paura reverenziale, dalle abitudini e da come siamo stati educati a guardare il mondo.

Purtroppo o per fortuna, una volta squarciato il velo ti rendi conto di non poter vedere più le cose come prima e tornare indietro e in questo senso il dubbio può anche fare paura, ma è necessario che sia così. Senza dubbio si resta dentro un involucro già dato e illuminato da una luce non tua, dubitare è uscire, cercare la fonte di luce originaria e capire cosa c’è dietro l’immagine.

‘’Siate domanda, non risposta’’ e come Vitanova, per noi il dubbio non è una risposta definitiva ma l’inizio del passaggio.

Si fa sempre più fatica a pensare, è anche colpa della tecnologia?

Non crediamo sia giusto dare colpa alla tecnologia in quanto tale.

La tecnologia è uno strumento e può ampliare di molto la percezione collettiva delle cose e migliorare la vita di tutti noi, il punto è: che rapporto abbiamo costruito con essa? Quanto ancora siamo noi ad usare gli strumenti e non ad esserne usati ?

Possiamo dirlo, fermarsi a ”pensare” oggi non è facile, siamo immersi in un flusso continuo di immagini, stimoli, opinioni, notifiche e questo porta a reagire, non a ponderare.

Ma pensare  per noi non è aggiungere nozioni o informazioni come si riempie un vaso, spesso è proprio il contrario: sottrarre.

Togliere le distrazioni poichè pensare richiede tempo, silenzio, vuoto.

Oggi invece siamo pervasi da un omnicomprensivo horror vacui, che ci porta a sentirci in dovere di riempire ogni spazio pur di non rimanere soli con la domanda: ‘’Chi sono io una volta tolto il rumore?”

Non ci interessano però visioni apocalittiche o facili derive nichiliste, siamo profondamente convinti che tecnologia e spirito vadano integrati e che possano essere parti fondamentali dello stesso processo di trasformazione espressivo-culturale dei nostri tempi.

PH: Ufficio Stampa

Vi sentite protagonisti di questo tempo o avreste preferito vivere in un’altra epoca?

Questa domanda ci tocca particolarmente.

Qualche anno fa molto probabilmente avremmo risposto all’unisono: ”Certo che avremmo preferito vivere in un’altra epoca!”

Dalla prospettiva di oggi, ci sentiamo più figli di questo tempo che protagonisti.

Siamo nati e cresciuti dentro le sue contraddizioni, la sua velocità, le sue ansie, le sue crisi ma non possiamo fingere di appartenere ad un’epoca diversa e nemmeno lo vogliamo davvero.

Contemporaneamente, sentiamo una certa distanza dagli stilemi e dai canoni valoriali di oggi come se una parte di noi cercasse qualcosa di più profondo, anche meno ”luccicante” nell’apparenza ma vero nella sostanza.

Ogni periodo ha il proprio buio e le proprie prigioni, spesso il passato viene idealizzato diventando il non-luogo dove si proiettano soluzioni impossibili alle ferite di oggi ma sappiamo che anche nel più lungo dei viaggi e verso la più lontana delle destinazioni alla fine portiamo sempre noi stessi.

Senza fuggire dal nostro tempo vogliamo attraversarlo, non farci assorbire.

Secondo voi qual è la paranoia più comune dei giovani?

Per rispondere a questa domanda vorremmo partire citando il brano ”Paranoia” direttamente dall’album, le parole scritte dalla nostra cantante Arianna danno vita al grido disperato sotto la richiesta intima e agrodolce di ”… che te ne pare? …che te ne pare?” e per noi questo rappresenta tra le altre cose, l’ossessione generazionale di ”non essere mai abbastanza”.

E purtroppo può starci dentro tutto, non sentirsi mai abbastanza pronti o produttivi o interessanti.

Proprio qui sta proprio il paradosso: se da un lato siamo sempre esposti, sempre raccontabili da un lato c’è una voce dentro che chiede di essere riconosciuta, non solo di apparire.

La paranoia più comune dei giovani secondo noi sta nel confronto continuo e divisivo con gli altri senza rendersi di far parte tutti dello stesso campo di battaglia interiore.

Con la nostra musica non promettiamo di sanare quest’inquietudine ma di vederla, farle spazio e immergercisi dentro insieme a chi decide di venire con noi.

Le canzoni sono divise tra italiano è inglese. Dietro questa scelta c’è anche una metafora?

Sì, in parte per noi è una metafora.

La lingua italiana nei testi di Annapurna rappresenta il nostro radicamento.

Pur muovendoci su due paesi diversi Italia e Svizzera, siamo molto legati alla nostra realtà locale e alla nostra città, Genova, che per noi sa essere ”mamma buona e cattiva” e da cui forse abbiamo appreso il suo modo un po’ laterale di stare nel mondo e sicuramente non vogliamo perdere questo legame con il luogo da cui partiamo.

L’inglese è per noi lingua di apertura, non fuga.

È il tentativo di dare al nostro lavoro un respiro ampio e internazionale mediante l’uso del codice emotivo che, fortuna nostra, trascende le differenze linguistiche.

Ci piace sentirci legati alla nostra terra ma da cittadini del mondo, radicati in un luogo ma con lo sguardo fuori e sempre pronti a partire.