PH: Beatrice Menabue
Letizia Sovieni: “Non ci appartiene tutto ciò che siamo” | Intervista
Tu puoi essere migliore, sanguinare non ti farà diventare quello che non sei, quello non lo puoi cambiare.
L’essere umano è fatto di sangue e di carne, e soprattutto vive grazie all’emozioni e ai sentimenti, modi di percepire la realtà anche sulla propria pelle. Letizia Sovieni descrive questa sensazione di tatto nel nuovo brano Epidermide, mappa dentro la quale si muove l’amore, anche nella sua assenza e desiderio. Molte volte, per vari motivi, si cerca di nascondere all’esterno tutto quello che succede dentro di noi, anche se in alcune occasioni diventa impossibile trincerarsi dentro un silenzio o una finta apatia. Il mondo di oggi è orientato più all’obbiettivo, rispetto alla strada da percorrere, però la dolcezza di questo brano ci riporta ad un livello più umano, nel quale anche il fallimento durante la ricerca fa parte di essa e quindi, a maggior ragione, può essere accettata.
Letizia Sovieni si mette a nudo, esaltando la bellezza della fragilità in maniera coraggiosa, diretta e sincera, rendendola qualcosa non solo di doloroso, ma la innalza ad una qualità della quale non bisogna avere mai timore.
È inutile fingere certi comportamenti per moda o convenienza, ci saranno sempre alcune caratteristiche del nostro comportamento che ci rispecchiano davanti agli altri, anche se non sono condivise nel nostro io più profondo. Scegliere è una strada verso la felicità, liberà da ogni pregiudizio e convenienza.
INTERVISTANDO LETIZIA SOVIENI
Hai mai avuto la sensazione di stare cambiando pelle?
Sono una persona in continuo cambiamento. È probabile che mi senta così perché sono anni, questi, di forte transizione, anche solo anagrafica; credo tuttavia di essere particolarmente incline alla continua metamorfosi. Mi sento una persona diversa di mese in mese, soprattutto in questi ultimi periodi dove ho chiuso certi percorsi, accademici e personali, iniziati molti anni fa, in un’altra vita. Oltre a questo un fattore determinante di questo giro di vite, si potrebbe dire, al mio cambiare, sono stati i legami di questi ultimi anni, cioè da un lato le persone nuove e dall’altro quelle che rimangono luminose nel consolidarsi. Si potrebbe dire che in tutto questo la pelle è stata un oggetto artistico, nella misura in cui ha assorbito, proprio come certe specie fanno la muta, il mio cambiamento, diventando così una sorta di mappa di ciò che di anno in anno, di mese in mese sono stata.
Sanguinare non ti farà mai diventare quello che non sei, certe cicatrici quindi servono a ricordare?
Se rimaniamo nell’immagine della pelle come mappa del vissuto, è vero che in certi momenti le cicatrici, intese figurativamente come sofferenze passate, possono servire a ricordare; ma è anche vero che parte di ciò che siamo è ciò che abbiamo per mille motivi cercato di essere, anche se non ci appartiene. Più che attribuirvi una “utilità”, quindi, che non è un concetto con cui sono troppo a mio agio, mi sento di dire che le cicatrici semplicemente sono, esistono, e hanno la loro ragion d’essere in quanto parte di noi, proprio come le cicatrici reali, uscendo quindi dalla similitudine, caratterizzano l’epidermide, il tessuto cutaneo di una persona.
Etere e il nuovo brano Epidermide sono due pezzi che partono da un senso di scoperta del mondo. Quali misteri vorresti conoscere?
Credo che il senso di scoperta che accomuna la scrittura di questi due brani sia una propulsione che mi appartiene da sempre: l’attrazione per ciò che è energia, ignoto, fuori dagli schemi, in altri termini libertà. Per tanti motivi questo impulso naturale ha sempre contrastato con imposizioni esterne e interiorizzate che mi portano a essere una persona piuttosto ansiosa e paurosa- Etere ed Epidermide sono due espressioni diverse di questo contrasto. Il primo è un brano arrabbiato quando l’ho scritto avevo intorno ai diciassette anni, che sfoga all’esterno la sensazione di sentirsi in gabbia. Il secondo, invece, analizza i postumi di un’implosione, rivolgendo questa necessità di scoperta all’interiorità. In entrambi i casi, come spesso accade, la curiosità è sicuramente nata dalla crisi.
Bisognerebbe aver meno paura dei propri difetti?
Credo che la paura sia ciò che ci fa avvicinare a qualcosa con cautela e rispetto. Qualcosa cioè che ci dà la misura dell’importanza e della grandezza di ciò che stiamo affrontando. Non sento di dire quindi che bisognerebbe avere meno paura delle proprie ombre, quanto più di mostrarle: ci rendono quello che siamo e, anzi, sono proprio ciò che ci conferisce tridimensionalità, complessità. Cancellare i propri difetti, sia quelli figurati che quelli della propria pelle nel concreto, può portare a non essere autentici con sé stessi, a perdersi nel cercare di togliersi dei pezzi ed essere dunque diversi da sé. Forse, più che cancellarli, bisognerebbe abbracciarli: raccontano tanto della nostra storia e vi si può lavorare senza asportarli, senza menomarsi.
Le tue canzoni sono a difesa della fragilità, ne sei consapevole?
Ne sono molto consapevole e, da qualche tempo, riesco a esserne felice. Ho iniziato a scrivere da appena adolescente per un’esigenza espressiva che non riuscivo a decifrare. Solo col tempo ho capito che erano le mie fragilità che trovavano una voce. Per tanti anni mi sono imposta schemi rigidi e repressivi da un punto di vista emotivo e comportamentale. Uno dei tourning points della mia vita è stato proprio determinato dal riconoscere la mia fragilità, accettarla come parte integrante della mia persona, del mio stare nel mondo e con le altre persone.
Mostrarmi e soprattutto relazionarmi per quella che sono non solo mi ha fatto essere me stessa, ma mi ha finalmente fatto incontrare anime affini alla mia, in grado di accendere la mia carica energetica e implementarla con tutte le sue interferenze. La mia musica, come il mio modo di essere, è propriamente un’apologia della fragilità, e mi piacerebbe che con “fragilità” si intendesse questo termine con la portata più ampia e trasversale possibile.

Come si protegge l’amore?
È una domanda molto impegnativa. Riflettendo a posteriori su situazioni dove non ne sono stata in grado, credo che l’amore si protegga con l’autenticità e il coraggio, sia quello verso sé stessi che quello verso l’esterno. Essere autentici è un diritto ma soprattutto un dovere verso chi si ama, nella misura in cui ognuno di noi è, oltre alle proprie cicatrici, le persone con cui si relaziona, come fossimo assemblaggi di tanti piccoli frammenti di persone, luoghi, gesti e ricordi emotivi. In questo senso l’identità più vera di una persona si costruisce sulla base dell’autenticità di chi ha attorno a sé, motivo per cui l’amore va preservato proprio con la trasparenza e la purezza, soprattutto nelle fragilità. Per fare questo, inevitabilmente, ci vuole tanto coraggio. Scavare dentro sé stessi è infatti un lavoro durissimo che, però, permette all’Altro e all’Amore di essere custoditi e protetti.
Recentemente c’è stato un episodio che ti ha fatto sentire l’emozione addosso?
Devo premettere che sono sempre stata una persona molto emotiva e spesso non riesco bene a decifrare quello che sento. In particolare le mie emozioni sono spesso somatiche, cioè nel corpo molto prima che nella mente. Il momento che ricordo come il più travolgente nell’ultimo periodo è stato sicuramente qualche settimana fa, al mio concerto di laurea in conservatori, ho studiato violino classico. La piega conflittuale che ha preso il rapporto con lo strumento e soprattutto con l’ambiente classico nel corso della vita mi ha fatto vivere molto male il suonare il repertorio violinistico pubblicamente; riuscire a trasmettere qualcosa di importante alle persone a cui voglio più bene ha ricucito quel giorno una ferita, e questo ha generato in me un’onda emotiva davvero travolgente. È un percorso che si inizia da bambine, e concluderlo è stato per me come prendere per mano su quel palco la persona che quello strumento ha iniziato a suonarlo a tredici, quattordici anni, e abbracciarla come non avevo mai fatto.
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