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Siete tutti invitati all’Opera Rock dei K’IN 232! | Intervista

Ci vuole un coraggio e un pizzico di follia a interpretare l’arte a 360 gradi creando legami ed opportunità.

Oppure basta essere la band K’IN 232 che è pronta a volare “Sulle ali del Quetzal”, portando in scena l’Opera rock il 31 Maggio, al teatro di Sarzana, con Ingresso gratuito (prenotazione obbligatoria alla email: info@fondazionedevlata.eu)

Questo è uno spettacolo che unisce arti diverse in una visione condivisa, dove suono, corpo e parola si incontrano su basi libertarie, collaborative e inclusive, dando vita a un progetto intenso e contemporaneo.

Durante la performance che durerà circa un’oretta abbondante ci sarà la possibilità di ascoltare i brani eseguiti dal vivo, arricchiti dalla narrazione in prosa dell’attrice Enrica Ventarelli e dalle performance delle ballerine Gaia e Viola Cipriani, Aida Madrignani, Matilde Regoli e Iris Repetto. Le coreografie, curate da Lucia Boschi ed Elisa Ianniello della Scuola di Danza Sarzanese “4° Movimento”, daranno vita a un percorso espressivo originale, in linea con lo spirito e i valori dell’opera rock.

PH: Ufficio Stampa

INTERVISTANDO I K’IN 232

Il 31 Maggio presenterete il vostro spettacolo teatrale, come nasce l’idea?

L’idea nasce dal simbolo che accompagna la nostra band fin dall’inizio: il Quetzal, l’uccello sacro del Centro America, emblema di libertà e visione. È una figura che ha ispirato tutta la nostra produzione e che, a un certo punto, ci ha spinto naturalmente verso una forma espressiva più ampia della semplice dimensione live.

Alcuni temi che affrontiamo nei nostri brani, libertà, memoria, trasformazione, denuncia, si prestavano a un coinvolgimento teatrale, a un linguaggio che unisse musica, parola e movimento. Da qui l’idea di creare un’opera rock multidisciplinare, dove un narratore esterno guida il pubblico e i danzatori amplificano visioni ed emozioni.

Abbiamo scelto il teatro perché oggi le persone fanno sempre più fatica a ritagliarsi momenti di ascolto e riflessione. Uno spettacolo come Sulle Ali del Quetzal, con il pubblico seduto, concentrato e immerso, ci è sembrato il modo migliore per far arrivare davvero la nostra musica e ciò che racconta.

Nel celebrare l’unione con la fondazione Devlata in Sarzana avete scritto Parole Invisibili: quanto è importante per gli artisti riuscire a creare rapporti e collaborazioni?

L’incontro con la Fondazione Devlata è stato così profondo da ispirare uno dei brani per noi più significativi dell’opera: Parole Invisibili. È una canzone nata da un’amicizia, da un gesto artistico che diventa abbraccio, e dal dialogo con Bolli e con gli artisti che lo accompagnano nello spettacolo BLU – Io sono io.

In loro abbiamo trovato una verità rara: la capacità di trasformare fragilità e differenze in forza creativa. Bolli, con il suo “10% blu di capacità fuori dal comune”, e i danzatori Kevin Cachucho e Daniel Escolar Fuente ci hanno mostrato cosa significa fare arte in modo libero, umano, inclusivo.

Le “parole invisibili” sono quelle emozioni pure che sfuggono agli standard frenetici degli “umani normali”, ma che custodiscono la chiave per costruire relazioni autentiche e comunità più empatiche. È questo che abbiamo respirato con Devlata: un’arte che non divide, ma unisce.

Per noi collaborare è fondamentale perché l’arte vive di incontri. Senza relazioni vere, senza contaminazioni, senza il coraggio di lasciarsi toccare dagli altri, la musica rischia di diventare solo intrattenimento. Con Devlata, invece, abbiamo trovato un terreno comune dove esistere significa “disimparare la fretta, esserci e guardare tutto quel che c’è, così com’è”.

Sulle Ali del Quetzal  suscita domande nello spettatore?

Assolutamente sì. Sulle Ali del Quetzal è pensato proprio per aprire domande, non per chiuderle. Il nostro Quetzal, che nello spettacolo diventa narratore e spirito guida, accompagna il pubblico dentro un viaggio che non offre risposte preconfezionate, ma invita a guardare più a fondo: la libertà, la fragilità, la trasformazione, il coraggio di essere sé stessi.

La dimensione multidisciplinare, musica, parola, danza, amplifica questo processo. Quando i danzatori entrano in scena, quando la narrazione si intreccia ai brani, quando le immagini emotive si fanno corpo, lo spettatore si trova inevitabilmente a interrogarsi, su ciò che vede, su ciò che sente, ma soprattutto su ciò che prova.

Viviamo in un tempo in cui si corre molto e si riflette poco. Portare la nostra opera in teatro significa creare uno spazio protetto, un tempo sospeso, dove il pubblico può finalmente ascoltare davvero, la musica, le storie, e anche sé stesso.

Se c’è una cosa che ci interessa più delle altre è proprio questa: che ognuno esca con una domanda nuova, personale, magari piccola ma autentica. Perché è da lì che nasce ogni cambiamento.

C’è un messaggio politico dietro questa vostra opera rock?

Sulle Ali del Quetzal non è un’opera politica in senso partitico, ma è inevitabilmente politica nel suo sguardo sul mondo. Il nostro Quetzal è un simbolo millenario: nel suo volo ha attraversato epoche in cui l’organizzazione sociale si è trasformata, spesso allontanandosi dai popoli e avvicinandosi a logiche di conquista, sfruttamento e sopraffazione.

Dalla scoperta dell’America alle guerre dei conquistadores, fino ai modelli economici contemporanei, il Quetzal ha “visto” un filo rosso: sistemi che promettono libertà ma che, nella realtà, finiscono per ingabbiare le persone dentro miti artificiali di ricchezza, consumo e competizione. Molti osservatori criticano questi modelli perché non sono a misura d’uomo, perché lasciano indietro chi non si adegua alla corsa.

La nostra opera non vuole dare risposte, né indicare un nemico. Ma vuole ricordare che esiste un’altra possibilità: quella di tornare a guardare l’essere umano, le sue fragilità, la sua capacità di relazione, la sua libertà interiore.

Il Quetzal, come narratore e spirito guida, invita proprio a questo: sollevare lo sguardo, riconoscere ciò che ci limita, e immaginare un modo diverso di stare al mondo.

Se c’è un messaggio politico, è questo: la libertà non è un privilegio, è un esercizio quotidiano di consapevolezza. E l’arte può ancora essere uno spazio dove questa consapevolezza si accende.

PH: Ufficio Stampa

L’Italia ha una certa pigrizia nei confronti della cultura?

Più che pigrizia, in Italia c’è una grande distrazione verso la cultura. Viviamo in un Paese ricchissimo di storia, ma spesso poco attento a ciò che nasce oggi: alle nuove forme, alle scene indipendenti, ai linguaggi che chiedono ascolto.

Il nostro Quetzal, nel suo volo millenario, ha visto società trasformarsi in sistemi sempre più predatori, dai conquistadores fino ai modelli contemporanei che promettono libertà, ma creano nuove gabbie fatte di consumo e competizione. In questo contesto, la cultura rischia di diventare un lusso.

Per questo portiamo un’opera rock in teatro: per creare uno spazio dove fermarsi, ascoltare, riflettere. Non è pigrizia degli italiani, è un sistema che ci vuole passivi. L’arte serve a risvegliarci.

Augurandovi un grande in bocca al lupo, come state vivendo i giorni dell’attesa?

Li stiamo vivendo con un misto di concentrazione e gratitudine. Ogni giorno che ci avvicina allo spettacolo è un giorno in cui il nostro Quetzal sembra battere le ali un po’ più forte. C’è l’emozione di portare finalmente in scena un’opera che nasce da anni di visioni, incontri e trasformazioni, e c’è anche la responsabilità di restituire al pubblico qualcosa di vero.

Nicolò Granone

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