PH: Agnese Carbone
Separarsi significa prendere due strade diverse, forse dirette verso direzioni opposte. Durante un viaggio, però, può capitare di fermarsi a un Autogrill: una sosta breve, sospesa, prima di ripartire.
Gabriele Spira trasforma l’idea di una relazione in un viaggio in macchina, dove la velocità diventa misura delle emozioni. Il movimento, la distanza e la pausa costruiscono una sensazione di sospensione: quel momento in cui non si è ancora arrivati da nessuna parte e non si è più nel punto da cui si è partiti.
Di fronte a questo momento c’è chi sceglie di rimanere fermo e chi, invece, prepara la valigia e decide di andare all’estero, come se i chilometri potessero mettere distanza tra sé e ciò che è stato. Ma partire non significa necessariamente dire addio, e restare non vuol dire accettare. A volte significa soltanto mettersi in viaggio, senza sapere ancora dove si arriverà, senza mettere fretta al momento in cui sarà necessario ripartire.
Decisamente, ed è per questo che l’ho preso a metafora di un momento di riflessione.
L’autogrill è un non luogo nel senso che non può essere separato dall’idea del viaggio: se ti ci trovi, anche se sei fermo, certamente non sei ancora arrivato. E quindi stare in un autogrill implica anche la certezza di dover ripartire.
A volte viviamo dei momenti che ci sembrano la fine, ma tutto sommato forse non lo sono. In uno di quei momenti scrivevo questa canzone (Autogrill, ndr), e nel farlo ho voluto come dire a me stesso che non era il caso di farne un dramma, che sarebbe passata anche questa cosa, e che forse poteva essere addirittura positivo fermarsi un attimo: non sarebbe stato un fine corsa, ma solo un autogrill. E allora non ero finito in un brutto luogo, solo in un non luogo. E sarei arrivato in luoghi migliori.
Credo proprio di no. Direi che non esiste alcuna scadenza. E quindi nessun motivo per andare veloci, anche se oggi una serie di contesti che viviamo ogni giorno sembrano dirci il contrario. Secondo me uno va al ritmo che si sente, a volte più piano, a volte più veloce.
Per cui non vedo alcuna debolezza nel rallentare: semplicemente in dei casi è necessario. Se vai sempre a mille prima o poi cadi estenuato. E poi in un certo senso ti godi anche meno le cose: quando vai più piano puoi mettere più attenzione in ciò che fai, carpirne maggiore significato, e direi che questa è addirittura una forza che correndo non puoi avere.
Se intendiamo l’addio come definitivo, allora forse sì.
Tutte le fughe sono una forma di saluto, certo, ma non è scritto da nessuna parte che non si possa tornare da dove una volta si era fuggiti.
Io, devo dire, ne ho fatte parecchie di fughe, in termini di città, di relazioni, di passioni coltivate, ma non credo che nessuna di queste fosse definitiva. Ci sono posti da cui sono andato via dove non vedo l’ora di tornare. Casa, per dirne una. Relazioni che hanno solo cambiato forma, passioni che tornerò a coltivare.
A volte è solo che senti di dover metterti in viaggio.
Decisamente sì.
Quando scrivo, sono obbligato a estrapolare dalla mia testa pensieri e sensazioni che finché sono solo lì dentro non sono meglio definiti. Nel momento in cui fuoriescono devono necessariamente prendere una forma, delinearsi. E questo processo è estremamente terapeutico.
Soprattutto poi se si trasforma uno stato d’animo non proprio felice in qualcosa di bello (come una canzone): la scrittura ci rende in grado di invertire lo stato delle cose. È un atto potentissimo. Personalmente direi che non c’è niente di meglio.
Domandona.
Il perché non lo so proprio, ma non posso fare a meno di notarlo.
Probabilmente è solo la nostra natura: abbiamo un tempo limitato su questa terra.
Per cui non possiamo avere tutto, sapere tutto, nemmeno immaginare tutto. Solo qualcosa, e ci tocca sceglierlo. E ogni scelta è una sottrazione: un sì a qualcosa è sempre anche un no a qualcos’altro.
Caratterialmente, vorrei fare più di quanto le 24 ore mi consentano, e ho sofferto molto questo tema. Ma alla fine è stato un bene accorgermene, perché mi ha dato modo di capire quanto conti la scelta che ho a disposizione. E quanto sia importante che questa mi permetta di esprimermi.
Così di recente ho un po’ smesso di volere male al compromesso, e ho iniziato ad accettarlo e a concentrarmi più su ciò che ho a disposizione che su ciò che mi manca. E forse mi sento un po’ meno condannato.
A tratti, ma tendo più per il sì che per il no. Credo che delle cose ci chiamino più di altre, ma poi vai a capire se era destino o meno.
Forse mi sentirei un po’ asciutto all’idea che non ho potere su ciò che mi accade nella vita. Con tutte le scelte che ci sono da fare, poi. Sarebbe un peccato se venisse fuori che alla fine non dipendeva da me.
Ma ogni tanto lancio davvero una moneta per decidere.
Secondo me sì.
Anzi, mi piace pensare che sia proprio così, la poesia: che la si debba saper riconoscere nel marasma, che forse la si debba estrapolare da una realtà sformata, scompigliata. E che addirittura ognuno possa trovare una poesia diversa nello stesso fiore.
Che insomma può stare nel disordine, se uno ce la legge dentro.
Che poi a pensarci è molto più probabile vedere poesia nel disordine che nell’ordine, dove tutto è già deciso, e non c’è posto per le sorprese. La poesia è dei disordinati.
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