PH: Ufficio Stampa
Un meccanismo spesso saturo come quello della musica e un tempo sempre più frenetico si cerca di capire la bravura di un progetto partendo non dal contenuto, ma da come viene visto e dai numeri che fa.
Ecco “Zero Streams” di InTheStudietto ha la forza per combattere questa distorsione e lo fa non solo dal nome scelto per l’Ep, lo fa anche da una concezione artistica dove l’unione si fa forza, diventando microcosmo aperto per sperimentare e svilupparsi. Il titolo è già di per se una provocazione, che diventa verità quando si pensa che c’è sempre un primo ascolto davanti ad una canzone e anzi la curiosità dell’ascoltatore dovrebbe sempre essere premiata o almeno stimolata, difendendo chi sceglie di esprimere il proprio punto di vista, evitando di imitare qualcosa che c’è e funziona.
La domanda non scritta è cosa succede alla musica quando deve convivere con tutto ciò che le sta intorno?
L’EP si muove proprio dentro questa tensione, raccontando il rapporto tra aspirazione artistica, lavoro, aspettative esterne, territorio e necessità economiche. Non c’è una risposta unica, ma un percorso fatto di sogni, dubbi, rabbia, ricerca e domande.
Il viaggio comincia con “FUORILUOGO”, brano che mette in dialogo rap ed elettronica e affronta la sensazione di non trovare il proprio spazio, di essere fuori posto rispetto al contesto in cui ci si muove. È il primo passo di un percorso che parte dall’esigenza di affermare la propria identità.
Con “MILKY WAY” il racconto si sposta su un terreno interamente strumentale. L’elettronica diventa spazio e sospensione, una parentesi che allontana per un momento il rumore esterno e lascia emergere il dubbio, la possibilità di perdersi e guardare le cose da una distanza diversa.
“SCIOPERO” porta invece in primo piano la frizione. Tra cantautorato e indie, il brano affronta il rapporto conflittuale con il lavoro e con un sistema nel quale il tempo dedicato alle proprie passioni sembra dover essere continuamente rimandato. Lo “sciopero” diventa così una presa di posizione, ma anche il momento in cui la tensione diventa impossibile da ignorare.
In “MARGINI”, attraverso un linguaggio R&B, il discorso si fa più intimo. I margini sono quelli in cui finiscono i desideri quando vengono messi da parte per necessità, ma anche gli spazi da cui può nascere una prospettiva differente. È il momento della ricerca, della riflessione su ciò che resta quando si prova a conciliare ciò che si vorrebbe fare con ciò che si deve fare.
A chiudere il viaggio è “PRESTAZIONE OCCASIONALE”, che riprende nel titolo una formula legata alla precarietà del lavoro e alla condizione di chi deve far convivere la musica con un’altra occupazione. La musica non perde importanza: è il contesto a renderne difficile la continuità. Il brano lascia aperta la domanda che attraversa l’intero EP: quanto spazio può avere un sogno quando la necessità di lavorare occupa quasi tutto il resto?
InTheStudietto è uno studio di produzione musicale nato a Galatina dall’idea di Giacomo Masciullo. Uno spazio dedicato alla produzione, alla registrazione e allo sviluppo di nuovi progetti musicali, all’interno del quale nel tempo si sono incontrati artisti, autori con percorsi differenti e figure coinvolte nei diversi processi di produzione. Questa coesione si vede anche nelle risposte, dove ognuno ha potuto esprimere il proprio parere.
InTheStudietto è innanzitutto un gruppo di amici che condivide la voglia di fare musica e arte, ognuno con il proprio percorso e il proprio modo di esprimersi. Nel tempo, questa voglia comune ha dato vita a qualcosa che va oltre il semplice stare insieme: uno spazio in cui ci si confronta, si collabora e ci si aiuta a realizzare idee che da soli sarebbero magari più difficili da portare avanti. Ci piace pensarlo come un laboratorio aperto, in cui esperienze e competenze diverse si incontrano per creare qualcosa di concreto. Non è un gruppo chiuso né un’etichetta, ma un modo di lavorare e crescere insieme.
(Fonti: Giaraquello — «un gruppo di amici che hanno voglia di fare musica e arte ognuno a modo suo»; Giorgio Lauria — «la vera forza del collettivo è il fatto di essere in primis una grande famiglia»; DiMaggio — «un vero e proprio laboratorio» che «accoglie gli artisti».)
Non crediamo che esista una ricetta precisa. Si può partire da una voce, uno strumento, un computer o anche soltanto da un’idea. Quello che fa la differenza è avere qualcosa da dire e trovare il modo più adatto per esprimerlo. Naturalmente servono impegno, dedizione e voglia di mettersi in gioco, ma anche le persone con cui condividere il percorso: confrontarsi con qualcuno, ricevere stimoli e mettere insieme competenze diverse può cambiare molto il risultato. Per fare musica non serve necessariamente avere tutto a disposizione fin dall’inizio; a volte basta partire da quello che si ha e capire strada facendo dove si vuole arrivare.
(Fonti: ilfuturoinFausto — «La differenza la fa avere qualcosa da dire e cercare il modo migliore per noi di dirla»; Disto — «basta un’idea o una voce o uno strumento»; Giaraquello — «serve sicuramente impegno e dedizione».)
Per noi è importante perché permette di uscire dalle proprie abitudini e scoprire possibilità che magari non avremmo preso in considerazione lavorando sempre all’interno dello stesso genere. Confrontarsi con linguaggi musicali diversi significa arricchire il proprio bagaglio, sperimentare e imparare anche dagli altri. In ZERO STREAMS questa varietà è una parte importante del progetto: ogni artista porta il proprio suono e la propria identità, senza dover necessariamente trovare un linguaggio unico che uniformi tutto. Anzi, proprio le differenze permettono ai brani di dialogare tra loro e di raggiungere persone con gusti e sensibilità diverse.
(Fonti: Slay — «sperimentare e mischiare generi musicali può svoltare il progetto di un artista»; Giaraquello — il confronto permette di «apprendere nozioni, linguaggi ed espressioni»; ilfuturoinFausto — generi diversi possono «arrivare a più persone».)
Probabilmente non del tutto. Oggi siamo abituati a valutare il successo di un progetto attraverso numeri facilmente visibili, come gli ascolti, le visualizzazioni e i follower. Il problema è che questi dati non raccontano necessariamente quanto un artista riesca a costruire un rapporto reale con il proprio pubblico. Il live è un’esperienza diversa, fatta di presenza e partecipazione, e per un artista emergente può essere difficile trovare spazi e occasioni per esibirsi. Più che fermarsi a chiedersi quanti numeri faccia un progetto, sarebbe importante domandarsi quali possibilità possiamo offrirgli per crescere, incontrare il pubblico e rendere sostenibile il proprio lavoro.
(Fonti: Disto — «l’unico riferimento sono i numeri, che siano streaming o views o like» e il riferimento agli artisti che non riescono a riempire i tour; Giaraquello — «quante possibilità riusciamo a dare a tutte queste realtà?»; Tuma — «nel concerto ci sono persone vere, in carne ed ossa».)
Più che avere qualcosa contro una canzone solo perché diventa virale, ci interessa il meccanismo che spesso si nasconde dietro la sua viralità. A volte sembra che il valore di un brano venga misurato soprattutto dalla sua capacità di circolare sui social, essere ripetuto e raggiungere numeri sempre più alti. È un modo di fruire la musica che rischia di mettere in secondo piano tutto il resto: la ricerca, l’identità di chi la crea e quello che un brano riesce davvero a trasmettere. Naturalmente ognuno ascolta ciò che vuole, ma ci piacerebbe che la visibilità non fosse l’unico criterio con cui si giudica la musica.
(Fonti: ilfuturoinFausto— «tormento e virale non sono affatto parole positive». Questa risposta è una sintesi interpretativa: gli originali contengono soprattutto battute, non una riflessione articolata.)
Crediamo che dipenda anche dall’idea, ancora molto diffusa, che se fai qualcosa che ti piace allora non possa essere considerato un vero lavoro. La passione viene spesso vista come qualcosa che dovrebbe bastare da sola, mentre si tende a riconoscere più facilmente la fatica quando produce un risultato concreto e immediatamente visibile. Ma dietro una canzone, un’opera o un progetto culturale ci sono studio, ricerca, competenze, tempo e un lavoro mentale che non sempre viene riconosciuto. A questo si aggiunge un problema strutturale: soprattutto per chi lavora in realtà emergenti, mancano spesso gli strumenti e le opportunità per trasformare la propria attività in una professione sostenibile. La cultura ha un valore che va oltre il risultato economico immediato, ma questo non significa che chi la produce non debba essere pagato per il proprio lavoro.
((Fonti:ilfuturoinFausto — «non le si riconosce il valore giusto» e «più fatichi, più ti sacrifichi, più sei nobilitato come individuo»; Giaraquello — la mancanza di «mezzi necessari allo sviluppo della cultura»; DiMaggio — «un problema strutturale che fa sì che l’arte non venga vista come una produzione di soldi e tale da essere considerata lavoro».)
«Senza soldi alla cultura, anche la banda resta muta».
È una provocazione, ma anche un modo per riportare il discorso a qualcosa che conosciamo bene. La banda che accompagna la processione è una tradizione profondamente radicata nel nostro territorio, ma dietro quel momento ci sono musicisti, lavoro e competenze. Se non riconosciamo il valore della cultura e non investiamo in chi la porta avanti, rischiamo di dare per scontate persino le tradizioni a cui siamo più legati. La creatività non si sostiene soltanto con gli applausi: servono possibilità concrete e una giusta retribuzione.
Sì, anche se essere ottimisti non significa ignorare le difficoltà. Pensiamo che molto dipenda dalla capacità di smettere di aspettare che le opportunità arrivino da sole e iniziare a costruirle insieme. InTheStudietto è nato proprio da un’esigenza concreta: creare uno spazio in cui poter lavorare, incontrarsi e dare forma a progetti che altrimenti avrebbero avuto meno possibilità di svilupparsi. Non abbiamo la pretesa di risolvere problemi che riguardano un intero territorio e un sistema più ampio, ma crediamo che creare connessioni, condividere risorse e sostenersi a vicenda sia già un modo per cambiare qualcosa. Noi abbiamo iniziato facendo quello che sentivamo necessario, e speriamo che altre persone possano trovare lo stimolo per fare lo stesso.
(Fonti: Giaraquello — «siamo giovani e possiamo ribaltare la situazione, basta volerlo e organizzarsi»; DiMaggio — «essere persone attive all’interno di una polarizzazione della cultura»; ilfuturoinFausto — «Noi abbiamo fatto questo progetto solo perché volevamo farlo. Puoi farlo anche tu».)
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