Calcutta | Indie Tales

“Se cerchi il tuo nemico più grande, non devi far altro che guardarti allo specchio.”

“Ti ricordi quando dicevo di voler fare l’astronauta?”

“Avevi cinque anni”

“Sì ma ci credevo davvero mentre lo dicevo! Già mi immaginavo in una navicella sospeso a mezz’aria, a guardare fuori dall’oblò”

“Sei sempre il solito. Mangia che si fredda”

Ok, forse quello era davvero un sogno da bambini. A quell’età la tua immaginazione è senza limiti, pensi che tutto sia possibile, che il mondo aspetti solo te e i tuoi sogni.

Ti puoi permettere anche di cambiarli, quei sogni. Almeno fino ai vent’anni. Poi devi cominciare a muovere i primi veri passi verso quell’obiettivo, e allora capisci che forse non ti va di studiare anni e anni per qualcosa che, appunto, era solo un sogno di bambino.

Non è che non abbia le capacità per ottenere ciò che voglio. È che ha sempre vinto la noia. Il poter fare niente ha sempre prevalso sull’ambizione, sulla competizione con altri che avevano il mio stesso sogno.

Invece di “perché non io?” ho sempre pensato “perché proprio io?”. Perché proprio io dovrei arrivare lì quando c’è gente non più brava di me, ma più motivata di me.

Ecco, la motivazione. Mai avuta. Già è tanto se riesco a finire un piatto di tortellini.

Una sera ero a casa di Elisa, la mia ex. Lei cercava sempre di motivarmi, di far uscire il potenziale che secondo lei tenevo nascosto solo per non muovere il culo.

“Sai suonare, sai cantare. Sei divertente e hai visto più film di chiunque conosca”

“Sì, ma ne avrò visti sì e no 10 dall’inizio alla fine”

“Ecco, vedi? Questo mi manda in bestia. Se usassi solo un terzo del tuo cervello potresti avere una vita piena e soddisfacente, avere dei sogni, essere contento di te stesso. Invece usi quel che ti basta per andare e tornare dal bagno e mettere qualcosa nello stomaco quando ti ricordi”

Come darle torto? Non nego che quelle parole accesero qualcosa in me. Ricordo che il giorno dopo presi la mia prima ed ultima lezione di chitarra, e devo dire che neanche mi annoiai più di tanto. Solo che l’idea di tornare lì due volte a settimana per chissà quanti mesi mi dava la nausea. Quindi niente, neanche Elisa riuscì a cambiarmi.

Ma poi, perché dovrei cambiare? Io proprio non lo capisco. Passata la fase in cui ero un peso per i miei genitori, una vergogna per le mie fidanzate e in cui evitavo gli specchi, adesso sto una bomba. Beh, magari proprio una bomba no. Però sono single, ho un cane e vivo da solo. E svuotare magazzini mi rende indipendente qb.

Ho smesso di vedermi come una biglia in mezzo ad altre biglie. Ad aggiustare la mia traiettoria in base a quelle degli altri. Io sono io, il mio mondo è mio, la mia vita è mia.

Certo, se potessi scegliere di essere qualcun altro, sicuramente opterei per qualcuno con un scopo nella vita, uno qualsiasi. Ma ho imparato ad accettarmi per come sono, a capire che non siamo tutti uguali.non siamo stati cresciuti tutti allo stesso modo, non siamo stati tutti spronati ad essere i migliori, o quantomeno a lottare per ciò che vogliamo. Nella mia famiglia vigeva sempre la rassegnazione, la disillusione e la scarsa attenzione per noi quattro pargoli. Solo che a svuotare magazzini ci sono finito solo io, e i miei ancora non se lo spiegano.

Oggi però, a 30 anni, posso dire che la mia vita mi somiglia, porta il mio nome ed è bello non dover più nascondere chi sono.

Quindi grazie mamma, grazie pa’, grazie Elisa. Scusate se non scrivo come Calcutta e non tiro come Cambiasso. Vvb.

Racconto liberamente ispirato al brano CALCUTTA di TANANAI

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