Davide

Davide | Indie Tales

Davide era uscito dall’ufficio sbattendo la porta con violenza. In quel gesto c’era tutta la rabbia di un giovane rimasto deluso per l’ennesima volta. Dopo tanti anni passati a studiare, gli veniva offerto un altro contratto a meno di 500 euro al mese, 8 ore al giorno con una breve pausa pranzo più la reperibilità qualche weekend.

Aveva bisogno di un lavoro, ma non voleva accettare stupidi compromessi e diventare sia vittima che complice di una società che non sopportava.

La sveglia presto, il traffico in tangenziale, i colleghi spocchiosi e viziati. No quella vita non faceva per lui. Voleva solamente una via di fuga, un luogo dove poter essere se stesso, senza rinunciare alla felicità.

Per fortuna, lo zio di Davide viveva in montagna dove aveva un piccolo allevamento di mucche. Da bambino si divertiva a farsi rincorrere dai cani che cercavano di proteggere il bestiame da quel bambino tanto tenero quanto vivace.

Lassù sotto le alpi poteva respirare a pieni polmoni quell’aria fresca, camminare a piedi nudi sull’erba e lasciarsi svegliare dai deboli raggi di luce della mattina.
La mungitura, portare le mucche al pascolo, sistemare la stalla erano lavori faticosi, che specialmente i primi giorni lasciavano dei segni sul suo viso. Davide però lì poteva costruire le sue regole dialogando con la natura, lontano dalla confusione.

Era libero da quelle preoccupazioni lasciate al chiuso della sua stanza di Milano, ora doveva solo godersi quell’estate nel suo nuovo rifugio.

Questa volta però era diverso. Si era completamente stufato del caos e dell’incertezza della sua vita. Stava meditando un cambiamento radicale nella sua vita. Aveva bisogno di un cambiamento radicale, staccarsi da tutto per ricominciare una nuova vita.

Davide stava iniziando a pensare che forse l’idea di traferirsi su e fare una vita isolato sui monti, immerso nella natura non era una stupida fissa da Hippie come diceva spesso sua madre, ma anzi poteva essere la soluzione che tanto cercava per i suoi problemi.

Forse non aveva il phisique du role per essere smagliante con la gente tra un aperitivo e l’altro, dimostrando un finto interesse mentre i chiacchierava di qualche stupido programma tv o del nuovo fidanzato di Belen Rodríguez.

Queste cose non gli erano mai interessate, ma per non risultare antipatico ogni tanto addirittura, prima di cena si imponeva di guardare qualche servizio di Studio Aperto per poi tirare fuori, molto a sorpresa, qualche nuovo gossip.

Davide era da sempre un solitario, anche se doveva sforzarsi di abbandonare quell’idea di lupo solitario per non venire sbattuto fuori dalla sua combricola di amici così tanto diversa da lui.

Ogni tanto s’interrogava su quali cose lo legavano insieme agli altri, e cinicamente rispondeva che forse era troppo pigro per trovarsene dei nuovi.

Adesso i suoi pensieri gli consegnava a un piccolo diario che ogni giorno compilava prima di andare a dormire.

“Sono felice, questo è il mio posto nel mondo. Non ho bisogno di niente”

Davide, non sapeva che quelle sarebbero state le sue ultime parole. Al mattino non si è più svegliato, andando via, all’improvviso, senza far rumore.

Il suo sogno di libertà era stato soffocato da una piccola stufetta difettosa che teneva accesa per proteggersi dal freddo. Alla fine l’ultima cosa che lo legava alla società moderna, inconsapevolmente, l’aveva ucciso.

Racconto tratto liberamente dal brano Davide dei The Fottutissimi

 

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