PH: Ufficio Stampa
Ci sono luoghi che cambiano significato a seconda del momento in cui vengono esplorati, esistono città che all’inizio incuriosiscono e poi diventano una prigione dalla quale si cerca di scappare. Ci sono rapporti che nascono in piazza e pian piano diventano vicoli talmente stretti dove non si riesce più a passare in due.
“Tutte le nostre città” è una mappa sentimentale dove Alessandro Ragazzo vuole inizialmente mettere dei confini, rendendosi poi conto che con la musica si può andare ovunque, dato che il suono e le parole creano così una nuova dimensione.
Il reale si confonde così con la fantasia e il ricordo diventa una cartolina utile a ripensare al passato, e allo stesso tempo si anima sempre più di dettagli che solo il tempo può far emergere.
Direi che le città fisiche di questo disco sono sicuramente Venezia, il luogo da cui sono partito e dove infine sono tornato, e Roma, dove questo disco è nato e cresciuto.
Le città emotive, invece, sono la malinconia, la speranza, l’amore e la nostalgia.
Vivono esperienze, sentono emozioni. Quindi sono vivi, e questa è l’unica cosa che conta.
Mah, io credo che per andare avanti bisogna portare tutto con sé, il bene e il male, dentro la nostra valigia. Perché spesso è sulle macerie che costruiamo. E senza le nostre sofferenze, non potremmo mai davvero raggiungere la serenità.
Assolutamente sì. Ne abbiamo continuamente la prova.
Vorrei andare a pescare con John Frusciante.
Sicuramente la nostalgia e il passato hanno un grande fascino per me. Mi chiedo spesso perché tutto ciò che è già accaduto assuma sempre una forma poetica nella mia mente.
Spessissimo. Ovunque.
Non saprei rispondere con certezza, perché, come racconto anche nel disco, dipenderebbe molto da come mi sento in quel momento. In entrambi i casi, però, è possibile che dopo un po’ mi sentirei in prigione, con il bisogno di cambiare o di scappare.
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