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Gattotoro: “L’io bambino odia l’adulto,ma ci deve convivere” | Indie Talks

Nell’eterna rincorsa alla felicità si aumenta il ritmo quando non si sa bene dove andare, spinti avanti da una voglia matta di cambiare le cose e quando ci si avvicina alle cose, può capitare di rallentare il passo, facendo attenzione a dosare la fatica, per non cadere pochi metri prima del traguardo e finire a gambe all’aria, per l’ennesima volta.

Crescere è un po’ una gara ad ostacoli dove prima non si conoscono le regole e poi si perde tempo a interpretare mille cavilli, dando troppa importanza a inutili virgole, mettendo con autorità punti che avrebbero potuto benissimo essere parentesi.

“Quanti amori che ho, nessuno che capisca un accidenti” è la favola malinconia e disillusa di Gattotoro, conosciuto anche come il cantante della Band Le Endrigo, che sceglie di mettersi in proprio per  raccontare la sua storia tra un passato volato via e un futuro che sopravvive grazie ai ricordi.

“Ma tanto queste piccole guerre finivano così” Invecchiare è inevitabile, forse sarebbe meglio farlo senza perdere chi si è stato quando non si sapeva cosa si sarebbe diventati.

GATTOTORO X INDIE TALKS

Ti manca la spensieratezza dell’essere bambini?

In realtà no. Sono stato il bambino meno spensierato del mondo, nel senso che avevo paura di qualsiasi cosa possa venirti in mente: buio, altezze, nuotare, strozzarmi con le caramelle, cadere dalla bici, cadere dall’altalena, lo scivolo, l’ascensore, l’aereo, animali vari…

Crescendo cambia il concetto di casa?

Al momento pago una cifra inaccettabile per un monolocale a Milano che difficilmente avrei considerato abitabile una decina di anni fa, ma allo stesso tempo due estati fa dormivo su un divano. Direi proprio di sì.

Che sapore hanno i Baci dopo scuola?

Quelli di cui parlo nella canzone sono riferiti alle elementari e sinceramente li ho solo immaginati, visto che ho dato il primo a sedici o diciassette anni. Suppongo di sigarette fumate giusto per due secondi e delle gomme da masticare rosa a spirale.

PH: Ufficio Stampa

Certe cose stupide diventano anche belle perché hanno della poesia da raccontare?

Una volta passate le inevitabili conseguenze direi di sì, è un po’ il senso della canzone presente nel disco.

Ti senti legato alla fantasia?

Zero. Non c’è una sola frase nel disco che non riguardi qualcosa realmente accaduta a me o a persone vicine a me.

Scrivendo questo disco da solista ti sei scontrato contro tuoi pregiudizi?

Non credo di avere particolari pregiudizi quando si parla di scrivere, magari qualche abitudine in cui ricado dopo una quindicina d’anni che lo faccio. Ho sempre svolto questo ruolo anche con la band: non che ci siano mai stati scontri clamorosi in questo ambito, ma dovendo rispondere solo della mia testa anziché di quattro al massimo direi che mi sono sentito ancora più libero.

Scrivere questo disco è stato un gioco serissimo, un po’ lasciato al caso e un po’ curato nei minimi dettagli. Lo rifarei, anzi lo rifarò, dai.

PH: Matteo Bosonetto

Quali verità scriveresti in una Canzone contro gli adulti?

In realtà potrei dire che tutto il disco è una canzone contro gli adulti. Anzi, contro uno in particolare: me stesso.

La definizione da cruciverba del concetto “Quanti amori che ho, nessuno che capisca un accidente”?

Se ce n’è una sicuramente non la so e credo non la saprò mai.

PH: Ufficio Stampa

Nicolò Granone

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