“The path is clear, though no eyes can see
The course laid down long before
And so with gods and men
The sheep remain inside their pen
Though many times they’ve seen the way to leave”
(Genesis – Firth Of Fifth)
Ogni settimana la musica ci ricorda che siamo tutti dentro un movimento continuo, spesso più grande di noi. Ci sono percorsi che sembrano già tracciati, strade che seguiamo quasi senza accorgercene, cambiamenti che arrivano lentamente e poi diventano impossibili da ignorare. Le canzoni migliori nascono proprio lì: nel punto in cui il tempo scorre, qualcosa finisce, qualcos’altro prende forma e l’ascoltatore si ritrova a fare i conti con ciò che sta lasciando andare.
Anche nelle nuove uscite indie e italiane di questa settimana ritroviamo questa sensazione di passaggio: brani che parlano di crescita, smarrimento, desiderio di libertà e trasformazione personale. Non sempre la musica offre risposte definitive, ma spesso riesce a illuminare per qualche minuto il cammino, mostrando che anche l’incertezza può avere una sua direzione, un suo ritmo, una sua bellezza fragile e necessaria.
Avete presente quel film con un Elio Germano piccolissimo “Ci hai rotto papà” dove un gruppo di bambini si faceva chiamare gli Intoccabili e cantavano in sella alle loro bici “Noi siamo gli intoccabili e voi ci avete rotto, voi vi chiamate grandi ma vi pisciate sotto”?
Ecco io terminato l’ascolto di “t’amango” ho pensato che i Tamango sono esattamente gli intoccabili della musica indie, che si ribellano a modo loro all’attuale status quo della musica in Italia. Questo geniale collettivo incarna il vero spirito indie in tutte le sfaccettature del progetto. Loro si producono da soli, creano da soli le scenografie dei loro spettacoli, vendono sui loro canali i biglietti dei concerti. I tamango sono una luce di speranza, un progetto che non ha fretta ma che vuole essere autentico e per questo diventa qualcosa di prezioso e unico.
“T’amango” è la sceneggiatura in più atti, 12 per la precisione, di uno spettacolo teatrale che include passione, satira, impegno sociale, amore. Ma non uno di quelli che ti alzi e vai via a metà perché troppo noioso, al contrario uno spettacolo di quelli che non vorresti finisse mai. Ne vuoi ancora, non se ne ha mai abbastanza di quei fiati, di quelle chitarre, della dolcezza del piano, ne vuoi ancora delle grida di Marcello o dei sussurri di Federico. Ne vuoi ancora delle parti recitate che se chiudi gli occhi, proprio come quando leggi un libro che ti appassiona, puoi immaginarti l’intera scena. Puoi percepire tutte le persone coinvolte nel progetto, pensarti parte di questo collettivo e sentire che ciò che vedi, ciò che ascolti è una potente rarità. Qualcosa che, in un momento in cui la musica va troppo veloce, finalmente rimarrà. Oggi come ieri e come sicuramente domani io t’amango. Correte ad ascoltarlo anche voi e iniziate a t’amangare, non ve ne pentirete.
(Martina Bianchini)
C’era il tempo in cui si era bambini e da bambini si sa ogni tanto una rissa ci poteva scappare ma i grandi allora ti dicevano di non piagnucolare, ripulirti le ginocchia sbucciate perché è così che ci si fan le ossa. Era lo stesso tempo in cui la noia era sacrosanta e quando ti annoiavi uno dei passatempi più appaganti era…scoppiare le palline del pluriball! Secondo me i Cavalli Mongoli, ormai adulti ma ancora con la voglia di divertirsi e stupirsi come da bambini hanno unito i due ricordi d’infanzia e con “Pluriball” ci hanno regalato una soluzione geniale contro le botte della vita. I suoni techno lo-fi ed electro punk tipici dei lavori dei ragazzi ci portano in un immaginario da videogame in cui tu sei il giocatore principale che per non perdere vite deve avanzare arrotolandosi dentro un rotolo di pluriball. Di sicuro per uscire vivo e senza graffi da una delle loro performance live la scorta è necessaria.
(Martina Bianchini)
Golden hour, un chiringuito a pochi passi dal mare, pochi vestiti addosso che fanno intravedere le bruciature sulla pelle, il caldo, la sete, le dita che cominciano a muoversi sulle corse di una chitarra. Lei chiede da bere, lui si avvicina al bancone e fa lo stesso. Si sfiorano, si guardano e comincia a battere il cuore. È da quei battiti che inizia “la danza dell’amore” suonata dal Mago del Gelato che ci regala una perfetta hit estiva alternativa che ora più che mai sogno di ballare a piedi nudi vista mare. Sì perché ormai questi artisti ci hanno ampiamente dimostrato cosa significa fare musica, fatta bene per davvero ma soprattutto se hai avuto la fortuna di essere ad un loro live allora sai già come amano animare il proprio pubblico in una danza coinvolgente che grazie a questo singolo diventerà una “love dance mediterranea” con la quale siamo pronti a scatenarci e perché no, innamorarci.
(Martina Bianchini)
L’esordio di Marco Fracasia conferma il talento mostrato nei suoi lavori precedenti. Pensato come un ascolto unitario più che come una raccolta di singoli, il disco si muove tra dream-pop, cantautorato ed esplosioni elettriche, mantenendo sempre una forte coerenza narrativa.
Brani come “Saltatempo” e “Una spiegazione assurda” mettono in luce il suo lato più immediato e melodico, mentre altri come “Una vita devastante” ed “È la fine di tutto” mostrano una scrittura più introspettiva e stratificata. La produzione, curata insieme a Marco Giudici e arricchita da collaborazioni preziose, dà profondità a un lavoro che alterna fragilità, malinconia e slanci luminosi. Un debutto maturo e personale, capace di lasciare il segno senza inseguire le mode del momento.
(Pietro Broccanello)
Con il suo nuovo lavoro la batterista e cantante mette da parte ogni forma di protezione e consegna probabilmente il lavoro più personale della sua carriera finora. Dopo anni passati a muoversi tra jazz, sperimentazione e collaborazioni internazionali, qui la scrittura diventa il centro di tutto: canzoni che parlano di crescita, memoria e cambiamento senza cercare scorciatoie poetiche.
Il disco ha un suono elegante e stratificato, che si muove tra suoni elettronici e più pop-rock, ma non perde mai il contatto con l’emozione. Ci sono momenti sospesi, quasi contemplativi, e altri in cui la tensione affiora con più decisione, sempre al servizio del racconto. Più che un album da consumare velocemente, è un lavoro che richiede tempo e attenzione, premiando chi ha voglia di entrarci dentro. E alla fine resta soprattutto una sensazione: quella di aver ascoltato qualcuno che nel panorama attuale ha davvero qualcosa da dire.
(Pietro Broccanello)
Con quest’ultimo singolo (estratto dall’album in arrivo in autunno) Sacramento trova uno dei punti più interessanti del suo percorso recente. L’incontro con ELASI funziona perché mette insieme due sensibilità diverse ma complementari: da una parte la scrittura malinconica e contemplativa del cantautore, dall’altra il gusto per l’elettronica colorata e imprevedibile della conosciuta producer. Il risultato è una traccia elegante, costruita su groove soft-disco, synth luminosi e un’atmosfera notturna che ricorda certe suggestioni contemporanee senza risultare per questo meno originale.
Più che raccontare una storia, il brano cattura una sensazione: quella di quegli incontri destinati a durare poco ma capaci di lasciare addosso qualcosa per molto tempo. Sacramento esplora territori più elettronici rispetto al passato, ma lo fa senza perdere la propria identità, trovando anzi nuove sfumature espressive. È uno di quei brani che scorrono leggeri al primo ascolto e che, senza accorgertene, ti ritrovi a rimettere in play qualche minuto dopo.
(Pietro Broccanello)
Con “Dio ti protegga”, il suo primo album, Sigarettewest costruisce un disco che ha il sapore dei grandi esordi cantautorali: disordinato, romantico, notturno, a tratti autodistruttivo, ma sempre autentico. Dieci canzoni che non cercano di insegnare nulla e che proprio per questo finiscono per raccontare molto. L’universo narrativo si muove continuamente tra due poli opposti, da una parte c’è Milano, città simbolo di ambizione, notti insonni e relazioni consumate troppo in fretta; dall’altra la Liguria, che si ricollega all’infanzia e ai ricordi.
Uno dei brani più rappresentativi è sicuramente “Cara Malinconia”, qui Sigarettewest smette di combattere il proprio lato oscuro e decide di parlargli direttamente. “Cara malinconia tornerò di nuovo e sarai mia”, la malinconia non è più un nemico, ma diventa quasi una compagna di vita, che lo accompagna nelle notti di eccessi.
Tra i pezzi più intensi spicca anche “C’est La Fucking Vie”, che affronta il tema della perdita con una lucidità quasi disarmante. “Arriva la morte in giorno qualunque”, ci colpisce proprio per la sua brutale semplicità, spesso l’unico modo per convivere con il dolore e accettarne l’esistenza.
Con quest’album l’artista firma un debutto maturo ed intenso, ogni brano sembra nascere da una ferita reale e proprio per questo riesce a risultare universale, lanciando agli ascoltatori l’augurio che che qualcosa da qualche parte continui a proteggerci tutti.
(Benedetta Rubini)
Sol realizza un brano che si muove tra memoria, sogno e trasformazione, sospeso in uno spazio dove la realtà smette di essere lineare e tutto sembra poter esistere contemporaneamente.
Musicalmente si sviluppa tra elettronica, suggestioni ambient e pulsazioni electropop, gli archi diretti da Enrico Gabrielli attraversano il brano come una presenza quasi spirituale; il risultato è una produzione elegante e cinematografica.
A primo ascolto potrebbe sembrare una dichiarazione quasi pessimistica, in realtà viene ribaltata quest’ interpretazione, l’amore non resiste perché non rimane uguale: cambia, si trasforma, attraversa le persone, il tempo e perfino la morte.
Uno dei passaggi più intensi è la ripetizione del verso: “In ogni granello di sabbia ci sono.”, assume il valore di un mantra, parla dell’idea che una parte di noi continui a vivere nelle cose che attraversiamo, nelle persone che incontriamo e nei ricordi.
“L’amore che non resiste” ci parla di ciò che cambia senza scomparire davvero, anche quando tutto ci sembra cambiato in realtà qualcosa continua ad esistere.
(Benedetta Rubini)
Una canzone che profuma di estate, quella di Amalfitano, eppure lontana dalle cartoline perfette. Tra chitarre calde e atmosfere mediterranee sospese nel tempo, il brano si muove sul confine sottile tra il desiderio di raccontare un sentimento e l’impossibilità di trovare le parole giuste per farlo.
La scrittura gioca proprio su questa contraddizione: l’amore più autentico sfugge alle formule già sentite e alle immagini consumate, lasciando spazio a una malinconia delicata che attraversa ogni verso. Il mare, la luce estiva e le suggestioni romantiche diventano così elementi di un racconto più profondo, fatto di nostalgia, attese e fragilità. “Maledette Parole” conferma la capacità di Amalfitano di trasformare emozioni intime in paesaggi sonori evocativi, dove la leggerezza della stagione incontra il peso di ciò che non riusciamo a dire.
(Ilaria Rapa)
Lowtopic costruisce un disco che trova la propria forza nella semplicità dell’intenzione. Il terzo album del producer genovese si muove tra elettronica emotiva, breakbeat organici e synth analogici, trasformando il club in uno spazio di ascolto intimo oltre che di movimento.
Le tracce scorrono come frammenti di memoria: field recordings, campionamenti e texture sonore si intrecciano in un racconto strumentale che evita ogni eccesso per privilegiare atmosfera e sensibilità. L’approccio è diretto, quasi artigianale, lontano dalle scorciatoie e vicino all’idea di una musica costruita attraverso istinto, pratica e ricerca personale. “chiaro” è una raccolta di immagini e ricordi trasformati in frequenze: un invito a rallentare, ascoltare e lasciarsi attraversare dal suono.
(Ilaria Rapa)
“Piccola città bastardo posto” cantava il professor Guccini, di cui in questi giorni abbiamo festeggiato il compleanno. Tueri Damasco invece il rapporto conflittuale ce l’ha con la provincia. Con “Vizi di conformità” l’autore si apre a un confronto con la “brutta bestia provinciale” senza però mai cadere completamente né nella nostalgia né nel rifiuto.
“Parlami con orgoglio dei tuoi successi e dei tuoi vizi di conformità” è il cuore del brano. È attorno a questa domanda, ripetuta più volte nel corso del pezzo, che ruota l’intera narrazione. Non c’è rabbia nelle parole di Tueri Damasco, quanto piuttosto la necessità di fare i conti con ciò che lo ha circondato. La provincia non viene descritta come un luogo da abbandonare né come un rifugio da idealizzare, ma come qualcosa che continua a lasciare tracce addosso anche quando si prova a prendere altre strade.
Ad accompagnare queste riflessioni c’è una costruzione musicale che cresce progressivamente senza mai perdere la bussola. Chitarre e bassi si rincorrono sostenendo il racconto e amplificandone la tensione emotiva.
“Di come ci si sente a essere grandi che in fondo non sei nata pronta neanche tu”. La provincia sul finale viene capita, umanizzata. Non è più la brutta bestia dell’inizio. Anche lei, sembra suggerire Tueri Damasco, ha dovuto trovare una propria forma nel tempo, tra limiti e contraddizioni. Come esattamente ogni uomo nel corso della sua vita.
(Christian Gusmeroli)
Accedete a Google Maps e cercate causa del cantautorato. Seguite le indicazioni. Attraversate tutta Via di Gioia fino alla casa di Eugenio e poi svoltate in VIADELLIRONIA. All’incrocio tra le due vie la troverete, così come troverete “Celeste”.
Celeste è il nuovo inedito della band al femminile indie-rock VIADELLIRONIA, ma è anche una ragazza che rincorre nella sua vita qualcosa che sembra essere sempre un passo più avanti. Una città, una possibilità, una versione migliore di sé stessa. Però in questo caso non basta Google Maps. Non ci sono vie ad aiutare Celeste a trovare il percorso più breve, perché certe distanze non sono geografiche e colmarle non è facile.
Celeste vuole vivere a Berlino, che diventa la collocazione, questa sì geografica, della sua voglia di fuggire. Un nuovo luogo dove si pensa di poter diventare qualcun altro e lasciare indietro tutti i propri limiti, presunti fallimenti e vuoti incolmabili.
Eppure “Celeste” non viene raccontata da lei stessa. A osservarla è qualcuno che le gira intorno senza riuscire davvero a raggiungerla. Qualcuno che la guarda leggere Wallace sotto il sole, che si mangia le parole e aspetta. Perché a volte la distanza più difficile da colmare non è quella tra due città, ma quella tra due persone.
Ma Celeste non è solo una ragazza. Celeste è una generazione che spesso confonde il movimento con il cambiamento e parte, torna e poi riparte ancora, sperando che il prossimo luogo sia quello capace di dare le risposte giuste.
Perché certe fughe non servono a scappare dal mondo. Servono a capire che il posto che stavamo cercando, in fondo, non era una città. Eravamo noi.
(Christian Gusmeroli)
“Passame er sale, Er sale fa male”. Barbarossa si sbagliava. Questo inedito, “Sale”, non nuoce. Anzi, Galeone ci offre un pezzo di cantautorato indie davvero poetico e notevole. I sentimenti, la solitudine, l’assenza e il desiderio diventano fotografie sfocate ma dal forte potere evocativo.
“”Ti telefonerò come ad un pronto soccorso. Dammi i tuoi anni di medicina”. La persona amata diventa un presidio medico: qualcuno a cui rivolgersi quando qualcosa dentro si rompe. L’amore, in questo caso, viene vissuto più come una cura che come una storia.
“Le case vuote fanno morire un po’. Le piazze piene mi fanno anche di più”. Questa frase ci consegna una delle inquietudini più grandi del nostro tempo. Stare soli fa male, ma anche stare in mezzo agli altri non sempre aiuta.
Se dovessi descrivere questa canzone in breve ci troviamo in presenza di una nostalgia talmente forte da trasformare la persona amata in un rifugio immaginario, mentre il mondo attorno appare estraneo, affollato e inospitale.
Forse è proprio questo il “Sale” della canzone. Non spiegare il dolore, ma riuscire a dargli una forma.
(Christian Gusmeroli)
“Perché sei arte senza di me”.
Una storia d’amore paragonata all’arte. Esiste una similitudine migliore? Bellezza estrema ed estrema sofferenza. Ideale elevato e irraggiungibile. L’opera è un mondo che l’artista crea senza poterci entrare. Come contemplare una persona con cui non si può più stare insieme. O magari parlarci solo al passato. Ammettere quanto sia meravigliosa rispetto a noi, che ci sentiamo vittime della normalità, come il Sistema che ci tiene in basso. L’amante perfetto come l’opera dell’artista sta più in alto, in un Olimpo, eppure ne è inconsapevole (altrimenti non starebbe lì?) e soffre quanto o forse più di noi. E allora offriamo aiuto già consapevoli di andare incontro al probabile autoannullamento. Gioconda è una venerazione sensuale e malinconica, disperata ma con delicatezza di un qualcosa di troppo grande.
(Stefano Giannetti)
“Il vento sceglie per me”.
Un ritmo leggero ma non per una canzone leggera. È per la ricerca di una leggerezza salvifica. Laila ritrova sé stessa nella sua terra, contempla ambiente e animali, fa pause che in città, durante l’anno, sarebbero considerate inutili perdite di tempo. Ma il tempo stesso lo perdiamo proprio quando andiamo forsennati per paura che sia tardi, che non stiamo producendo, che la morte arrivi prima. Invece “orientarsi nel vento come i pesci” è un inno alla vita. La California mediterranea non è un pit-stop da vacanza. È il punto da cui ripartire. È il promemoria di dove siamo. Per non dimenticarcelo. Per non perderci quando l’Inferno di tutto il resto ci fa credere di poterci inghiottire.
(Stefano Giannetti)
“Preferirei mi morissi davanti che vederti con altri”.
È capitato a tutti alla fine di una relazione, almeno una volta, di rivedere tra la gente quella persona che abbiamo amato, con la quale abbiamo condiviso tutto, che una volta ci era così familiare e ora pare essere un’estranea ai nostri occhi.
WERDN con il suo nuovo singolo “Senz’anima”, tra batterie trap e un sound urban con sprazzi di emo pop, ammette la sua vulnerabilità nei confronti di una ragazza che, per quanto lo abbia ferito, spera ritorni nella sua vita, che lui ancora aspetta “con le luci accese” prima di addormentarsi, che certi giorni prova a dimenticare con pastiglie e alcool.
Perché lei, in realtà, ora sembra così felice e distante, imperturbabile, con addosso una felpa diversa, magari di qualcun altro.
(Nathalie Bruno)
Cosa succede se mischi sonorità latine con dei synth soft club su un pezzo d’amore? Questa è la novità davanti a cui ci pone Alec Temple con il suo ultimo singolo “Passo a due”.
Un sound travolgente su cui si fa strada una voce delicata, soffiata ma decisa che con virtuosismi equilibrati descrive immagini di intensa passione, attimi fugaci che coronano una storia senza definizioni.
“Mi piace pensarti come un’amichevole che finisce ad un tavolo o sopra un tavolo”.
Alec Temple ha una scrittura semplice ed elegante che fa leva sui dettagli, sul sentire, permettendoci di vedere esattamente i momenti da lui vissuti.
“Eri in una scatola: cioccolato alla fragola, di quelli che mangi e poi ti ritrovi sui fianchi e poi te ne penti”.
(Nathalie Bruno)
“Il tuo nome è un odioso desiderio che non sa lasciarmi in pace”.
Si capisce sin da subito di cosa parla l’ultimo singolo di Flavia Buoncristiani, “Per un attimo”. L’artista di Fiumicino, con la sua vocalità matura in contrasto con la sua giovane età, su un tappeto di synth dance pop ci racconta del suo conflitto interiore: la consapevolezza di non essere amata dall’uomo per il quale lei prova una passione sfrenata e l’urgenza di sentirsi voluta, desiderata, anche a costo di vederlo fingere.
“Fingi che mi vuoi per un attimo d’amore”.
Scuse, bugie, parole vuote, sono tutte costanti alle quali lei è abituata in questo amore unidirezionale, che la tormenta ma dal quale non riesce a divincolarsi.
(Nathalie Bruno)
Vuoto di senso può sembrare una ninna nanna da dedicare a chi è appena nato, in fondo ogni bambino è inizialmente vittima delle conseguenze e delle decisioni altrui, crescere vuol dire proprio mettersi dall’altra parte delle responsabilità.
Ma siamo sicuri che davanti ad infinite possibilità, sia sempre facile agire con ragione in modo da diventare protagonisti, decidendo in autonomia quale sia il futuro migliore per ognuno di noi?
Probabilmente diventa più semplice affidarsi al destino, credendo che tutto sia previsto anche se prima o poi, arriverà il momento di difendere la propria realtà, prendendosi persino il rischio di provare a cambiarla, senza aver nessuna certezza che questo tipo di azioni porterà a qualcosa di più sicuro.
La vita dell’essere umano sta quindi in un limbo, in alcune situazioni non bisogna aver timore di sentirsi persino sbagliate, l’importante ed essere coerenti con se stessi.
(Nicolò Granone)
Ho la faccia piena di yogurt, che te ne frega a te!
Tutti giudicano, fingono di essere perfetti e hanno il dover di sentirsi migliori. Rugo si ribella a questa moda dell’apparenza con un brano breve, che però arriva dritto al punto e rompe un certo tipo di perbenismo tipico di certi ambienti.
Il brano si muove come se si stesse sulla scrivania, tra esplosioni problematiche e momenti appesi, trascinando l’ascoltatore dentro un flusso di pensieri ossessivi, stanchezza mentale e rabbia repressa.
Nessuna retorica generazionale. Nessuna morale.
Solo la fotografia brutale di una condizione umana sempre più comune: vivere costantemente produttivi senza riuscire più a sentire niente.
Verrebbe da dire, lasciami stare, a me va bene così! Accettarsi è una forma di ribellione.
(Nicolò Granone)
Il melograno è un frutto con piccoli chicchi che stanno insieme, quando iniziano a staccarsi si disfa tutto. Chissà se i brucherò nei pascoli ci hanno visto questa esplosione paragonata all’amicizia e a tutti quei legami che riescono a tenerci tutti interi nei momenti più duri. Un brano dedicato a tutte quelle persone che si chiudono in un guscio, dimenticando cosa cosa c’è fuori, chi è bravo a costruire il suo ecosistema sa che chi semina può raccogliere i risultati anche nei momenti peggiori, quelli che assomigliano al freddo inverno.
Questa canzone è un brano di speranza che va a completare la repack di UMANA, insieme alla versione piano e voce di Due passi insieme, e fa da collante, cercando di riscoprire il senso di amicizia e fratellanza, in un mondo sempre diviso tra nemici immaginari o tifoserie su chi la pensa in un modo e s’incazza se l’altro non è d’accordo.
Nei momenti peggiori è necessario stare vicino a chi si vuol bene, per litigare ci sarà sempre tempo, intanto questa epoca rimane crudele.
(Nicolò Granone)
Ci sono pomeriggi in cui non succede niente di speciale e proprio per questo succede tutto. Da quell’aria leggera nasce una canzone. Immaginazione pura, il nuovo singolo di Fares dei bnkr44, arriva così: il momento in cui la testa comincia a correre più veloce della realtà e trasforma feste, ragazze, traguardi e desideri in qualcosa di nostro.
Quando idealizziamo tutto, quando ci manca qualcuno, quando viaggiamo con la menta in fondo va sempre bene così, no? A volte la realtà delude, altre volte sorprende, altre ancora riesce a portarci in posti che nemmeno la fantasia aveva saputo immaginare.
Pop giovanile, chitarrino fresco, batteria secca, energia ballata. Qualcosa di immediato, alla Fares, istintivo, rende il pezzo leggero senza farlo sembrare vuoto.
(Giuseppe Fraggetta)
Analizzare attraverso la realtà delle cose tutto ciò che ci sta intorno è quello che facciamo in molti momenti della nostra vita, quando ci colleghiamo alla realtà in un momento di una giornata faticosa o quando prendiamo largo tra i nostri pensieri dopo aver sentito “quella” frase di una canzone. I videoclip immaginari che creiamo nella nostra testa potrebbero suonare come canta Hamburgo, “quella voglia di vivere e di credere che tutto sia solo per te”.
Respirare i suoni di una canzone è quindi possibile quando ad una canzone associamo un cibo, un luogo, un momento. Quando alla vita associamo un cibo, un luogo, un momento. L’incrocio tra queste due realtà non è altro che il viaggio che compiamo ogni volta che ci fermiamo un attimo.
(Giuseppe Fraggetta)
Mi piaci, mi piaci, Birthh, e lo sai dal modo in cui scrivo, dal modo in cui parlo di te. Non mi fido mai di chi scrive recensioni, per questo le scrivo io stesso, e credo che uscire con “Più in alto” come ultimo pezzo dell’album sia il modo giusto per far capire come le cose vadano maturate, come i progetti vadano fatti crescere e come bisogna credere in prima persona e scommettere sulla propria musica, prendendo ciò che abbiamo imparato dalle cose che succedono attorno a noi.
Sonorità e ritmo sono scanditi in sequenza, un po’ come il viaggio tra due persone: saltellare sull’idea della catastrofe e della fine del rapporto ci fa concentrare su tutti i momenti in cui, in realtà, tutto va bene. Il fatto che tutto potrebbe finire, ma che non finisce, è proprio il motivo per cui dobbiamo godercelo fino all’ultimo secondo.
(Giuseppe Fraggetta)
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