“In the end, I hope it’s you and me In the darkness,
I would never leave you (ah)
Won’t ever see me in the light of day It’s far too late,
the time has come I’m on the verge of caving in,
I run back to the dark”
(Dracula – Tame Impala)
C’è un momento preciso, tra la fine della notte e l’inizio del giorno, in cui le canzoni sembrano cambiare colore. La luce si fa azzurra, le ombre restano ancora attaccate ai muri e tutto quello che abbiamo ascoltato al buio sembra improvvisamente più vero, più fragile, più strano. È lì che vive molta della nuova musica indie italiana: in quella zona sospesa dove si corre via dal sole, ci si sente un po’ Dracula e un po’ star di un film sbagliato, mentre fuori il mondo ricomincia e dentro resta ancora qualcosa da capire.
Anche questa settimana abbiamo attraversato quel buio pieno di ritornelli, chitarre, synth, confessioni storte e piccoli crolli emotivi, cercando le uscite capaci di restare addosso quando la notte è quasi finita. Perché alla fine, tra carisma, malinconia e voglia di sparire o tornare da qualcuno, le canzoni migliori sono spesso quelle che non chiedono subito la luce: preferiscono brillare nell’ombra.
Ci sono brani che mi piacciono e ci sono brani che mi fanno sentire il brivido. Ed è quando sento quel brivido vibrare sotto pelle che capisco di essere all’ ascolto di un brano magistrale. Se pensavamo che La Niña, dopo aver vinto la Targa Tenco come Miglior Album in Dialetto nel 2025 con «Furèsta» avesse dato tutto ci siamo sbagliati alla grande e lo dimostra con questo brano che ci regala atmosfere sacre e misteriose unite a quel guizzo teatrale tipico della sua produzione enfatizzato dall’uso di synth, percussioni e cori di bambini.
In dialetto napoletano «Ràreche» significa “radici”, e la frase cardine di tutto il testo dice appunto
“Si può spezzare un fiore in mezzo al vento ma sotto la terra le radici sono vive”
La nostra storia parte da lì, dalla terra, non si vede ma c’è e può succedere qualsiasi cosa là fuori, nel mondo, durante il corso della nostra vita. Il vento, la pioggia ci possono piegare addirittura spezzare ma le nostre radici saranno sempre ben salde, ricordandoci chi siamo e da dove veniamo.
La stessa Niña racconta riferendosi ai fiori del testo “Mi hanno insegnato che ciò che vediamo fiorire porta con sé una storia nascosta di radici, resistenza e memoria»
Rareche è la dimostrazione di come si possa fare avanguardia partendo dal passato. La Niña non rinnega la tradizione di Napoli, ma la prende per mano e la fa rivivere nel futuro regalandoci un viaggio emotivo profondo e catartico.
(Martina Bianchini)
È l’anima della città, quella che si alza umida e fredda dalle pozzanghere di notte? O è un riflesso della nostra, che si riflette nelle luci segnaletiche opalescenti, vittime della foschia, patetiche e dolci? Paragonare la metropoli notturna a un circo spento non potrebbe essere più sensato: questo ammasso sempre più grigio e sempre meno verde pare volerci schiacciare o far sbattere tra una parete e l’altra di giorno, eppure la sera sta lì, inerme, solo la statua di un mostro. A dimostrare che gli acrobati a farlo collassare (e a collassare loro stessi) siamo noi. “Se i lampioni fossero alberi saprebbero farmi sentire al sicuro” è il sussurro sconsolato di chi alla luce, se potesse, renderebbe quei grattacieli più abitabili.
È la voce di chi la sua anima, anche tenendola su quell’equilibrio (a proposito di acrobati) tra estensioni e sottilissima delicatezza, sa farla urlare per chi vuole sentire. Francesca Sevi arriva sempre immediata ai cuori, per parlare con urgenza, ma delizia anche chi vuole godersi una poesia con una ricercatezza di stile senza pari.
(Stefano Giannetti)
Ci abituiamo a qualsiasi cosa, siamo esseri abitudinari. Ai luoghi, alle persone e perfino all’amore. Ed è su questa paura che forse si dipana l’intero testo di Principessa. Quando Cane sulla Luna canta ‘Se ti abitui ad amare lo fai di meno’, non sta negando l’amore. Sta mettendo in guardia dall’automatismo ed è un paradosso perchè spesso ci convinciamo che l’abitudine rafforzi l’amore, erroneamente. Perché amare non è un’abitudine da conservare, ma una scelta da rinnovare.
Ma “Principessa” non si ferma qui. L’abitudine è solo una delle paure che attraversano il brano.
“Il concetto di errore è un’opportunità” ribalta ancora una volta il punto di vista. L’errore non è qualcosa da cancellare o da temere, ma una possibilità di crescita. Allo stesso modo il bambino vestito da principessa non viene presentato come una provocazione, ma come una semplice fotografia della realtà, libera dal bisogno di essere giudicata. Conta ciò che è, non l’etichetta che gli attribuiamo.
“Fidarsi ancora delle azioni che delle false condoglianze.” è infine un’altra immagine bellissima in questo testo che è un viaggio all’interno degli anfratti più nascosti della psiche umana. L’importanza delle azioni sulla vuotezza di alcune parole dette per circostanza o per convenienza.
Questo è un brano ben composto e maturo. Di quelli che non si esauriscono al primo ascolto ma che, anzi, invitano a tornarci sopra per cogliere ogni volta una sfumatura diversa.
(Christian Gusmeroli)
Questa canzone è un richiamo per gli amanti dei fumetti e per i supereroi. “Watchmen”, eroe di casa DC, è il titolo di questa canzone di Adriano Saponaro che vagamente ci riporta alla genialità narrativa di Samuele Bersani.
Per parlare di questa canzone però non partirei dal mondo dei supereroi ma da una domanda. Perchè abbiamo paura di mostrare le nostre fragilità?
L’idea che il vero coraggio non sia essere invincibili, ma accettare i propri limiti è infatti il cuore del pezzo. I personaggi di Watchmen non sono citati per fanatismo ma proprio perchè non sono perfetti. Partire dai supereroi per raccontare le fragilità degli esseri umani è una scelta narrativa tanto semplice quanto efficace.
Perché dietro ogni maschera c’è qualcuno che prova paura, nostalgia e insicurezza. Adriano Saponaro ci ricorda che il coraggio non consiste nel nascondere le proprie fragilità, ma nel continuare a camminare nonostante esse.
Forse è proprio questo il messaggio di “Watchmen”: non abbiamo bisogno di essere invincibili, ma abbastanza sinceri da accettare le nostre crepe. Da bambini sognavamo di diventare supereroi. Da adulti continuiamo a comportarci come se dovessimo esserlo.
(Christian Gusmeroli)
Per Settembre il fattore tempo è importante. Torna un anno e mezzo dopo aver vinto Sanremo Giovani, quando molti se lo aspettavano già lo scorso febbraio sul palco dell’Ariston tra i Big, come accaduto a tanti vincitori delle Nuove Proposte prima di lui. Forse, però, serviva proprio questo tempo. Tempo…
Il tempo, d’altronde, non è mai un buon giudice dell’amore. Ci sono relazioni che durano una vita e non riescono a lasciare traccia, e altre che in pochi giorni condensano emozioni che sembrano appartenere a un’intera esistenza. È questo che racconta “Due settimane”. “Amarsi un anno in due settimane” è il cuore del brano: ci sono amori così intensi da lasciare il segno in pochi giorni e altri che non riescono a farlo nemmeno in una vita intera.
Due settimane è la durata di una relazione estiva, forse di una vacanza, ma sufficiente a lasciare ferite profonde nel protagonista. Perché il tempo dell’amore non coincide quasi mai con quello del calendario e alla fine restano delle fotografie dolceamare da continuare a fissare con nostalgia “Guardando le foto quel potere di poterci fare male.”
Non resta allora che lasciar correre il tempo… “Luglio, agosto, SETTEMBRE un’altra estate che se ne va”.
(Christian Gusmeroli)
È un pop morbido, ma maledetto tra le righe. Si percepisce subito dopo l’intro questo dualismo. Milano non piangere è un abbraccio nella notte, un abbraccio che racchiude anche dolorosi rimproveri. Racconta di una vita difficile, e ciò contribuisce a rendere ancora più accattivanti strofe e ritornello, parole e basi elettroniche soffici e limpide, quasi da anni 80. In Milano non piangere è tutto immediato, trascina già quel “Ma-ma-ma-ma-mai” che precede il ritornello. Ed è giusto così, deve arrivare tutta. Il brano punta sull’empatia, c’è un racconto ricco dietro che non abbiamo bisogno di conoscere a fondo: il naso ci ha pizzicato per l’odore di alcol, il buio e il freddo ci hanno fatto tremare, abbiamo provato paura e dolore. E siamo già lì.
(Stefano Giannetti)
Giuse The Lizia continua a raccontare i sentimenti con quella spontaneità che è diventata la sua cifra stilistica. Il brano fotografa una relazione che non finisce davvero, ma resta sospesa tra ricordi, incomprensioni e affetti che resistono anche dopo la distanza. La nota vocale che apre la canzone contribuisce a creare un’intimità quasi documentaristica, mentre l’arrangiamento accompagna una scrittura capace di parlare d’amore senza cadere nella retorica.
Un ritorno che conferma la capacità del cantautore di trasformare la quotidianità emotiva in canzoni immediate, sincere e profondamente generazionali.
(Ilaria Rapa)
Non sempre il troppo stroppia. La nuova canzone di Arianna Paci, “Troppo”, è uno di quei brani che si possono ascoltare in loop senza stancare: ogni ascolto offre uno spunto diverso, che sia per riflettere o semplicemente per lasciarsi trasportare dal ritmo, a seconda del mood del momento.
Il groove e le sonorità rendono il pezzo estremamente orecchiabile, ma senza sminuire la credibilità del messaggio che racchiude. Anzi, è proprio questo equilibrio tra leggerezza musicale e contenuto a rappresentarne uno dei punti di forza.
Quante volte ci tratteniamo per paura del giudizio degli altri? Il brano invita ad avere più fiducia in se stessi e a non temere di apparire “troppo” quando si esprime qualcosa di autentico e bello. La ripetizione della parola “troppo”, quasi fosse uno scioglilingua, si trasforma in un vero e proprio mantra: un promemoria a sentirsi all’altezza delle proprie aspirazioni, senza adattarsi continuamente alle aspettative altrui o sacrificare una parte di sé.
Accontentarsi può essere la scelta giusta in alcune circostanze, ma ce ne sono altre in cui è fondamentale tenere la testa alta, credere nel proprio valore e inseguire con determinazione desideri e obiettivi del tutto legittimi. È questo il messaggio che Arianna Paci riesce a trasmettere con un brano capace di far ballare, ma anche di lasciare qualcosa su cui riflettere.
Prosegue il viaggio verso “Portoluna” di Adriano, che sceglie con questa canzone di affidarsi, per la prima volta,interamente al siciliano. Una decisione che non vuole essere una rivendicazione culturale, ma è dettata da una necessità narrativa: la lingua diventa parte integrante del paesaggio emotivo che il brano attraversa. Tra chitarre, atmosfere mediterranee e un incedere dolce e contemplativo, “Na Matina” racconta quella sensazione di disorientamento senza mai trasmettere la pesantezza che ne può comportare, trasformandolo in un lento “perdersi” tra memoria, appartenenza e quotidianità. Un’altra tessera di un immaginario sempre più personale, capace di rendere universali luoghi e dettagli profondamente radicati nella sua Sicilia.
(Ilaria Rapa)
SANO continua a fare la cosa che gli riesce meglio: prendere Napoli, l’estate, gli amici e l’amore e trasformarli in un piccolo casino sentimentale, lucidissimo e un po’ storto. Sette tracce che non seguono una trama vera, ma stanno insieme grazie alla sua scrittura piena di immagini, iperboli e frasi che sembrano dette al bar e poi ripensate tre notti dopo. “Sole sole” apre caldo e acido, “Fascistissime” con Tutti Fenomeni è il delirio surf-pop più immediato, mentre “Perditempo” e “Quadrifoglio” spostano tutto su un piano più intimo e quasi domestico. Il bello è che SANO non si fa ingabbiare: elettronica, indie pop, urban, cantautorato e qualche scarto da filastrocca convivono senza sembrare una playlist a caso. Ogni pezzo è un microcosmo, più da abitare che da spiegare. Un EP breve ma pieno di idee, che conferma SANO come una delle penne più laterali e vive della nuova scena italiana.
(Pietro Broccanello)
Con “Amore Amore Amore” Layana firma un primo EP che non prova a spiegare l’amore, ma a starci dentro con tutte le sue contraddizioni. Dopo X Factor 2025, l’artista mette a fuoco una scrittura più matura, fragile ma lucidissima, capace di raccontare non tanto una storia sentimentale, quanto un modo di amare: totale, esposto, a volte doloroso. Le sonorità restano delicate ma mai acerbe, costruendo uno spazio intimo in cui convivono controllo e abbandono, forza e vulnerabilità. Il punto interessante è che Layana non si racconta mai come vittima dei sentimenti, ma come qualcuno che li attraversa con consapevolezza, anche quando fanno male. “Amore Amore Amore” è un debutto elegante e molto centrato, che conferma una voce pop già riconoscibile e con qualcosa da dire.
(Pietro Broccanello)
Il nuovo album dei Lunatropica sa di estate, ma non quella da cartolina: qui il mare è vicino, bellissimo, però non consola mai del tutto. Il duo campano si muove tra alt-pop elettronico, bossa nova, tropicalismo e saudade mediterranea, trasformando luoghi come Bahia, il Vesuvio, il Cilento e Palinuro in stati d’animo più che in destinazioni. Brani come “Caldo”, “Ferragosto 2023” e “Vesuvio” funzionano perché tengono insieme nostalgia, sensualità e un senso costante di perdita, mentre “Venezuela” apre il disco a una dimensione più ritmica e visionaria. C’è qualcosa di cinematografico in tutto il lavoro, come un vecchio film sbiadito visto in pieno pomeriggio, quando la luce è troppo forte e i ricordi sembrano meno affidabili. “Mareamaro” è un album elegante, caldo e leggermente fuori fuoco, capace di far ballare piano anche le malinconie.
(Pietro Broccanello)
Con Illudimi che oggi facciamo l’amore e Ridarsi, un doppio singolo ispirato al formato dei 45 giri, Alessio ALì continua il percorso artistico che anticipa il suo primo album Fare Tour Perché Si Dovrebbe, atteso per l’autunno 2026.
Pensato come un lato A e un lato B, i due brani ci raccontano due storie appartenenti allo stesso universo emotivo. Da una parte il desiderio di aggrapparsi a un’illusione, dall’altra la forza di concedersi una nuova possibilità. Dentro questi brani troviamo tutto il dualismo dell’amore: tra l’illusione di un giorno e il coraggio di ricominciare.
Se “Illudimi che oggi facciamo l’amore” tratteggia la storia di due anime che scelgono di trovarsi ancora, senza pretendere garanzie per il domani, ma pretendendo solo il qui e ora, dove spesso un autoinganno reciprocamente accettato protegge più di una dolorosa realtà, “Ridarsi” invece volge lo sguardo verso la rinascita e le seconde occasioni. Frutto di uno scambio intimo e confidenziale con una persona cara, la canzone scava a fondo sul valore dei patti sentimentali e sulla determinazione nel restare aperti all’amore, anche quando si è ancora feriti da un vecchio addio.
(Martina Bianchini)
HÅN ha imparato a non aver paura della fine e lo dimostra nel suo primo lavoro interamente in italiano “ Una nuova fine” presentato poco alla volta con la lentezza con cui si susseguono le stagioni. Stagioni che danno il nome ai precedenti EP che hanno preceduto l’album. Il canto sussurrato di HÅN potrei ascoltarlo per ore, la sua voce danza per tutto l’album abbracciata a suoni elettronici dal carattere fiabesco, fiati e bassi che donano all’intero lavoro una delicatezza che placa l’anima anche se si parla di fine del mondo, di assenza, del sentirsi inadeguati, trasformando come nelle più belle fiabe gli essere umani in animali. I brani sono fotografie di vita in cui ognuno di noi si riconosce. Un diario che alla fine diventa un racconto collettivo al quale hanno partecipato artisti tra le penne e le voci più belle del panorama Underground italiano, Generic animal, Rares, Leano, assurditè, iako, bais, per non parlare della produzione di novecento, dietro anche all’incredibile album Sincero! di Rares.
HÅN ci rassicura con una malinconia che dà conforto, le cose finiscono e spesso non sono come ce le eravamo immaginati ma come per le stagioni che si susseguono anche nelle nostre vite tutte le esperienze che facciamo portano sempre ad altro. Ciò che apparentemente finisce diventa altro, si tramuta in nuove opportunità. Oggi ad esempio ci portano ad ascoltare un lavoro che forse pochi sapranno apprezzare ma che tutti dovremmo ascoltare.
(Martina Bianchini)
Senza social, senza foto, senza dichiarazioni. Pablo America non esiste da nessuna parte se non nella sua musica. E con “Gli inutili” ritorna finalmente con una ballata amara e sincera. Un affresco generazionale che mette a nudo la vulnerabilità di chi si ritrova a navigare tra giorni imprevedibili e un futuro difficile da decifrare.
Attraverso una scrittura fortemente cinematografica e dalla vena nostalgica, Pablo America fotografa lo smarrimento di una gioventù sospesa, capace di riscoprirsi unita proprio attraverso la condivisione delle proprie fragilità e delle proprie ferite. Le stesse che il mondo che li circonda non tollera.
Il peso delle pressioni personali e genitoriali segna così i volti insospettabili nei bagni delle scuole, degli uffici e delle discoteche tra i quali Pablo America ci accompagna. A questo senso di inadeguatezza, il cantautore piemontese risponde con il distacco netto e definitivo dalle traiettorie e dalle aspettative imposte dall’alto.
Il ritornello si trasforma quindi in un grido liberatorio, ripetuto quasi come un mantra: la rivendicazione del diritto alla fragilità, ad accettare la possibilità di lasciarsi cadere senza per questo perdersi.
Con “Gli Inutili”, Pablo America confeziona un pezzo di grande spessore artistico che fa cantare e riflettere contemporaneamente, confermando la sua penna come una delle più sensibili e originali del panorama attuale.
Dopo i singoli SERIE A e ANNI BASTARDI, è il terzo brano che anticipa Fuoricorso, il suo album di prossima uscita atteso per l’autunno. Il giovanissimo cantautore genovese aggiunge, così, un nuovo tassello a un progetto che racconta cambiamento, ricerca di sé e coraggio di ripartire.
Scritto poco prima del trasferimento di Matsby da Genova a Milano, MACHEBELLO È! è un brano indie-pop che racconta il desiderio di cambiare vita, partire e rincorrere tutto ciò che ancora non si conosce. Milano diventa il simbolo delle possibilità, una città in cui ogni incontro può trasformarsi in qualcosa di inatteso: l’amore può nascondersi sulla linea gialla della metropolitana, su un treno in partenza o dietro l’angolo di una strada ancora tutta da scoprire.
Prodotto da Maninni, il pezzo unisce chitarre elettriche, basso e batteria e si apre in un ritornello in falsetto, creando un equilibrio naturale tra indie-pop contemporaneo e tradizione del cantautorato italiano. La produzione valorizza una scrittura che sa trasformare inquietudini personali e domande generazionali in un racconto diretto, autentico e capace di parlare a chiunque stia vivendo un momento di cambiamento, senza alcun limite generazionale.
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