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Post Hoc | Intervista Indie Italia Mag

Post Hoc è un progetto creato da Giuseppe Bortone, ed è la diretta conseguenza della necessità dell’autore di dare un taglio più intimo e scuro al suo modo di comporre e proporre musica.

In un periodo d’oro per il cantautorato italiano, i Post Hoc vanno nella direzione completamente opposta e scelgono l’inglese come lingua per i testi delle loro canzoni. Scelta che nel complesso risulta comunque efficace e che regala alla musica dei Post Hoc un respiro decisamente più internazionale.

I Post Hoc hanno all’attivo un solo disco, un concept-album, pubblicato sotto forma di due EP nel 2018 per la “Diavoletto Netlabel”.

Il disco è una miscellanea di sonorità che viaggiano tra il Brit-pop e il rock classico anni ’80. Sono presenti forti richiami al post-rock anni ’90 e i synth, sempre ben presenti in tutti gli arrangiamenti, regalano sensazioni più elettroniche.

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Il risultato è un prodotto molto interessante che, tra riff di chitarra minimalisti e diretti, ed incroci sonori che virano al prog, restituisce un sound che si va a collocare in pieno in quel movimento che è la musica indipendente inglese.

Sia The Wounds parte 1 che  The Wounds parte 2 risultano essere lavori freschi ed innovativi, slegati dalle mode del momento, che sono frutto di una minuziosa ricerca sonora e di un background musicale estremamente variegato. Che, evidentemente, ispira molte delle contaminazioni sonore presenti nel disco. Il tutto condito con dei testi mai banali, che cercano di esplorare fino in fondo quell’universo di emozioni umane che nascono da momenti di difficoltà personale, da momenti in cui ci sentiamo feriti.

Ed in entrambe le parti del disco, queste emozioni e sentimenti nascono, si evolvono, fanno malissimo e, a volte, si esauriscono. Lasciando così spazio ad un processo di maturazione personale che, proprio senza quelle “ferite”, non ci sarebbe mai stato.

I Post Hoc  fin ora sono riusciti quindi ad offrire una proposta musicale originale ed estremamente personalizzata, suscitando una forte curiosità su come proseguirà questo loro percorso.

Per sapere qualcosa di più sulla loro musica, sui progetti futuri e per avere qualche curiosità in più sui lavori già pubblicati, abbiamo contattato direttamente il leader e fondatore, Giuseppe Bortone, per scambiare quattro chiacchiere con lui.

Intervistando Post Hoc

Ciao! Dove e come nasce il progetto “Post Hoc”?

Il progetto nasce a Taranto; io già suonavo con i PIG SITTER, un duo indie-rock in italiano.

Ad un certo punto, anche per motivi personali, ho deciso di incidere queste tracce, con una sonorità più elettronica rispetto ai PIGs.

Qual è il motivo dietro la scelta di questo particolare sofisma come nome della band?

All’epoca lavoravo alla tesi di specializzazione (sono un medico  specialista in anestesia e rianimazione nella vita quotidiana) e c è un tipo di analisi statistica che si chiama proprio POST HOC.

Poi mi piaceva anche il senso dell’espressione latina Post hoc, ergo propter hoc che come riporta Wikipedia è una locuzione latina che alla lettera significa: dopo di questo, quindi a causa di questo.

E’ un sofisma che consiste nel prendere per causa quello che è un antecedente temporale, ovvero si pretende che se un avvenimento è seguito da un altro, allora il primo deve essere la causa del secondo. Spesso la locuzione è semplificata in post hoc.

Cioè: dopo i PIGs adesso i POST HOC.

Il vostro primo, The Wounds, “è un album diviso in 2 Ep che parla delle ferite che ci segnano nel corso della vita e che ci rendono unici e da cui , per andare avanti, bisogna trarne il meglio”.

Il leitmotiv che lega tutto il disco sembra essere una forte necessità di tirar fuori tutti i sentimenti che generano appunto queste “ferite”.  I testi delle vostre canzoni sembrano esprimere bene il “tormento”interiore che ne deriva. Il processo creativo che ha portato a questo risultato è stato altrettanto “tormentato”per voi?

Diciamo che mi son trovato nel mezzo del cammin della mia vita. Non proprio in  una selva oscura, ma quasi. E ne sono riuscito a venire fuori.

Purtroppo la lavorazione è stata molto lenta e l’uscita delle Ep parte 2 è stata posticipata di 6 mesi rispetto a quanto previsto. Anche perché lavorare a un progetto solista per la prima volta è  stata una sfida. Si è da soli con le proprie idee, si è molto liberi ma anche molto fragili. Perché ci si trova di fronte ai propri limiti che siano tecnici, emotivi, lavorativi.

Lavorare in duo o in una band, se c è un bel groove, ti porta a dare in gruppo più di quanto possano dare i singoli (vedi i Beatles, gli Smiths). Da solo invece devi tirare fuori tutto, gioia, rabbia, paura, malinconia, narcisismo.

I pezzi sono nati tra i 33 -35 anni, quindi nel passaggio da ragazzo a uomo (o almeno credo).

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Il vostro sound è pieno di contaminazioni, nei vostri brani si ritrovano forti sentori del più recente indie-rock britannico fino ad arrivare ad alcune influenze prog ed addirittura elettroniche. Come siete giunti a questa sintesi di sonorità?

Io fin da ragazzino sono stato attratto dalla commistione synth e chitarre. Sicuramente ho scritto i pezzi in un periodo in cui ho riscoperto le chitarre dei Pixies e di Jhonny Marr; nei dischi degli Smiths, ma anche i primi album dei Daft Punk e dei Phoenix. Per cui ho ricercato suoni molto distorti  per i riff ma anche delicati sugli arpeggi.

Poi, suonando da solo e utilizzando esclusivamente programmazioni di batteria e sintetizzatori, come base per suoni analogici/vintage di chitarra e basso diciamo che la sintesi è venuta da sola. E spesso sono nate prima le sonorità e poi le canzoni. Ad esempio in “Star”, dove sul giro di synth è nato tutto il resto del pezzo.

Ci sono degli artisti esteri o italiani, che ritenete siano stati importanti per il vostro percorso?

Di sicuro tutto il filone brit , dai Beatles ai Pink Floyd. Ma anche gli  Smiths, Blur, Radiohead fino agli Artic Monkeys.

Poi mi è sempre piaciuta la contaminazione rock- elettronica dei Depeche Mode e dei cure, fino ad arrivare al genio di Bjork. Poi il rock americano con i “chiatrroni” dei Nirvana, Queens Of The Stone Age, Foo Fighters, Soundgarden e Smashing Pumpkins. E i gia citati Pixies.

Gli italiani, come tutti i miei coetanei teenager nei 90, Afterhours, Bluvertigo, Marlene Kuntz e Subsonica e anche i CCCP/CSI, i Tre Allegri Ragazzi Morti (tra i primi indie italiani dichiarati), Scisma e i Wolfango.

In un momento in cui il mercato musicale italiano sta dando tanto spazio a cantautori che scrivono in italiano, voi avete scelto l’inglese. Perché questa scelta?

La lingua straniera mi ha aiutato, facendo da filtro per poter più andare in profondità dentro me stesso.

Ecco il motivo della scelta.

Cosa c’è in cantiere per il prossimo futuro? Live? Un altro disco?

Di sicuro la voglia di portare il disco live, anche se sto cercando di capire con che tipo di formazione.

E poi c’è la voglia a continuare scrivere musica. Mi piacerebbe comporre musiche per un film. Magari di Jim Jarmusch.

Ascolta i Post Hoc nella playlist Spotify di Indie Italia Mag

 

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