Quella nuova | Indie Tales

Di Stefano Giannetti

«Le sette e dieci. Vado alla bottega a prenderti le solette. Facciamo in tempo.»

T’avessi chiesto d’andarmi a comprare gli assorbenti, papà, col cazzo che avresti corso. O magari sì, ma non prima d’avermi augurato di buttare dalla patatina tutti e cinque i litri di sangue.

Dentro ‘sta t-shirt gialla ci posso fa’ le vacanze. È larghissima.

«Alì!»

Mamma che entra in cameretta come avesse sentito un mio “avanti, mi piacciono i voyeur”.

«Oh! E la privacy, ma’?»

«Muoviti, è tardi. Cioè, t’hanno dato i vestiti dieci giorni fa e non avevi mai provato le scarpe antinfortunistiche? Che… che fai con quelle forbici?»

«Un altro buco alla cinta. Mannaggia la dieta. È che aspiravo a fare la modella, non l’armaiola. Si dice armaiola?»

Mi sa che mamma m’ha capita. Guarda che faccia di chi m’ha capita, che ha. Sono le facce peggiori.

«Ti sta grosso tutto. Non hai mai tirato fuori la divisa dalla busta prima d’oggi.»

«Fammi concentrare sennò mi buco una mano e devo già mettermi in mutua. Stavo tranquilla, che ne sapevo. Gli ho dato la taglia, più piccola di XS non l’avevano. Saranno misure da maschi. O da dinosauri.

Ecco fatto. Guarda. Fico, eh? Sembrano i pantaloni di Goku. Stretti alla vita e tende da circo alle gambe.»

Mi verrà una paresi se continuo a forzare ‘sto sorriso, mamma. Vattene. Sbuffi. Ti sei stufata? Sapessi io.

«Alice. Fai la seria.»

«Oddio, ma’. Era una battuta. M’hai fatta tu scema.»

Il suo sguardo da sentenza.

«Fai. La. Seria. Qua non puoi fare come con l’accademia. Tuo padre non ti guarderà più in faccia.»

«Speriamo che nessuno allo stabilimento mi guarderà in faccia. Hai visto che brufoli? Sono sottopeso ma col muso di un’oversize

«Sbrigati.»

È uscita chiudendosi dietro come se gli infissi della casa ce li avessero regalati.

«Eeeeh! Mammina, si chiama “porta”, non “portatela”! Che ti sbatti?»

M’ha sentita? No. Meno male. Mi viene da vomitare. Non ho dormito un cazzo.

Potessi tornare indietro la continuerei, l’Accademia d’Arte.

La fabbrica d’armi militare. Anni a dire tutti che chiudeva, invece ora pigliano dipendenti privati da affiancare ai civili statali. È l’ultimo posto in cui immaginavo sarei finita.

Ma che ca…

«Dagli. Compriamo la porta nuova?»

Papà. Irrompe pure lui senza bussare. Oh, a vent’anni tua figlia le ha quasi messe due tette e non muore dalla voglia di dartene una prova.

«Dai. Ritaglia ‘ste sòle. T’aspetto in macchina.»

, m’ha sorriso dopo secoli. Non si nota che io invece ho la faccia di chi va al patibolo?

Ficchiamo ‘ste sòle. Proviamo le scarpe.

Ancora larghe. Ma vaffanculo, va bene così. Speriamo mi licenziano, tanto non so fa’ un cazzo. Chissà chi è l’amico di papà che m’ha raccomandata.

«Ali’, le sette e venti!»

«Scendo, ma’!»

C’ho due barche ai piedi. Ci manca solo che finisco le scale di culo. O di testa.

Pure la portiera della macchina aperta m’ha lasciato, paparino. E che so’, un ministro?

«Pronta? Tutto a posto?»

«Pare.»

«Fai quello che ti dicono. Comportati bene. Lo sanno che è il tuo primo lavoro. C’hai solo vent’anni.»

Se hanno letto il curriculum, grazie a ‘sta ceppa che lo sanno. O non gli è stato manco dato?

Parte come dovessimo fare la Parigi-Dakar. Fortuna che la fabbrica d’armi sta a un chilometro da casa. Così non ha tempo di farmi tanti discorsi sull’unica materia di cui ormai può insegnarmi qualcosa.

Vent’anni. E tutti in paese che mi guardavano storto dopo che ho lasciato l’accademia perché non lavoravo. Colpa mia se mentre disegnavo mi so’ accorta che mi piaceva di più scrivere? Avessi chiesto a papà di aiutarmi con l’iscrizione a Lettere o a un corso di Narrativa, non so se avrebbe sparato prima alla mia testa o alla sua. 

Mi sarò presa, boh, tre mesi, per ripensare a cosa fare da grande e per l’opinione pubblica so’ diventata una mangiapane a tradimento. Ma in questo ora sarò in buona compagnia. Lavorerò con duecento statali e trenta militari.

Siamo arrivati.

«Eccoci, Ali’. Le sette e ventitré. Penso che ti faranno già entrare.»

Che culo.

«Ué, Mari’! È tua figlia?»

No. Sono una puttana che ha abbordato. Chi è ‘sto sveglione sul marciapiedi? Papà sorride prima a lui, poi a me.

«Ah, ecco. Ti lascio a Gianfranco. Ha iniziato da poco, è nuovo pure lui. Tratta bene mia figlia, Gianfra’.»

«Ci penso io alla signorina.»

Qualsiasi battuta mi venga in mente di fare ora, non sarà peggio di ciò che ho appena sentito.

«Ciao, va’.»

«Ciao!»

Ammazza, papà già è sgommato via. Manco il tempo di rispondergli.

«Gianfranco, piacere.»

Sembra rilassato. Forse è vero che non si fa niente, là dentro. Come dicono da sempre.

«Alice.»

«Si entra dalla porta qua di fronte. Possiamo pure attraversare. Quanti anni hai?»

«Venti.»

«E vuoi lavorare? Qua?»

Dillo per scherzo. M’hai capita più tu in un minuto che i miei in due decenni. Mi pare tutto un film comico che non fa ridere.

«C’ho vent’anni pure io eh? Ali’.»

Chi ha parlato dietro di me, sulle strisce? Uno dei Beatles? Oh, no. Giovanna. Lavora qua?

«Ciao, Gio’.»

«Cia’.»

Fine della rimpatriata. Speriamo di non capitare nel reparto di ‘sta stronza. A scuola ci cacciavamo gli occhi. Magari qua diventiamo amiche. Forse mi conviene legarci. O forse proverà a prevaricarmi, perché metti che un giorno riducono il personale… Mh. In quel caso la lascerò fare.

Portone blu metallico, senza vetri. Accogliente. Ci smisteranno per i reparti a calci in culo? Si sta aprendo. Ma non abbiamo suonato. Ah, c’hanno visti dalla telecamera.

Timbrano tutti il cartellino. E io che faccio, scavalco il tornello? Con ‘ste scarpe?

Un vecchietto spensierato mi si avvicina.

«Buongiorno. Entra dal cancelletto. Poi ti faranno il tesserino.»

«Grazie. Buongiorno.»

Fatemelo, eh? Sennò sciopero il primo giorno, nonno vigile. Dove devo andare, ora? Boh. Seguiamo Gianfranco.

Ma è enorme ‘sto posto. Perché ci stanno pompieri e Carabinieri? Mi conteranno pure i ricci che ho in testa?

«Mo’ andiamo agli spogliatoi, Ali’. Ci sta un po’ da camminare. Poi arriva il nostro responsabile, o l’ingegnere, per assegnarti da qualche parte.»

Altri due tipi si avvicinano, pure loro in giallo, come noi. Ci useranno come bersagli?

Il più grosso mi sta facendo la tac da sopra a sotto. Poche ragazze qui, eh? Non hai mai pensato di uscire quando stacchi?

«Sei quella nuova?»

«Sì. Alice.»

Sarà che ho la maglia più gialla della tua e fino a ieri non m’hai vista qua, genio?

«Sono Luca, e lui è Simone. Secondo me ti mandano a confezionare le cartucce da Roberto, non ha nessuno di noi interinali e si lamenta sempre.»

Poràccio. Se s’accolla a me piangerà proprio.

Non s’arriva mai, qua. Ma stiamo a fa’ le passeggiate? Chi ride, chi urla, chi chiacchiera. Sono le sette e quaranta. Quando iniziano? Meno male che le mura sono alte e dal paese non ci vedono.

«Segui Gio’ allo spogliatoio delle donne. Noi maschietti siamo arrivati.»

Se non conoscesse mio padre, Gianfry avrebbe già proseguito con una battutaccia. Il suo ghigno parla. Ce li avrà quarant’anni?

Il sospiro di Giovanna fa più rumore delle parole degli altri.

«Vieni, Ali’.»

Che entusiasmo. Non ti bagnare all’idea eh, Gio’? Mi ha aperto lei la porta, volete farmi sentire tutti una principessa, oggi.

«Prego, entra.»

Ma che è qua dentro, New Orleans dei tempi d’oro? Quanto fumo. Si può fumare qua? Di certo è un modo rapido per testare la polvere da sparo.

«Ohééé. Nuova nuova!»

«O lavata con Perlana? Guarda quel giallo e quell’azzurro!»

«Che carina. È piccola!»

«Abbiamo la stessa età.»

«Ma lei pare più piccola. Sei invidiosa, Giova’?»

Perché ‘ste gaie signore parlano di me come se non fossi qui ma in Louisiana veramente?

«Come ti chiami?»

«Alice.»

«Ti dà fastidio il fumo?»

Magari m’ammazzasse.

«No.»

«È che solo qua e al bar puoi fumare. Fumi?»

«No.»

E mo’ che cazzo ti ridi?

«Di poche parole. Io sono Flavia, lei è Michela e quella che sa fare il caffè più buono è Chiara.»

La bartender mi fa l’occhiolino.

«Sì sì, fanno le leccaculo perché a loro non va di prepararlo. Lo prendi?»

«No. Sì, dai.»

Chiara pare la più giovane delle tre. Ma comunque sono tutte molto più grandi di me e Giovanna. Sono statali sicuro. Già da come fanno salotto. Mi sa che io e Gio’ siamo le uniche ragazze interinali.

Cosa starà leggendo così attentamente Flavia o come si chiama, su quel foglio? Ora l’ha mollato.

«Giova’, spieghi tu qua a Alice?»

Cose serie, finalmente. Saranno turni, incarichi, liste per visite mediche. Giovanna pure lo scruta come dovesse impararlo a memoria.

«Allora, Ali’. Leggi pure tu. E scegli. È la prima cosa che devi fare quando arrivi.»

«Ok.»

Così mi viene l’ansia. Che devo scegliere? “Tortelli in brodo, pasta al sugo” … Non ci posso credere. Il menù della mensa. In tutto ciò sono le otto.

«Tra poco dobbiamo portare la lista dei nostri pranzi al bar. Sbrigati.»

«Sì.»

Era quasi un’ora che nessuno mi diceva sbrigati. Stavo per offendermi.

«Ali’, t’hanno già assegnata?»

«No. Flavia, giusto?»

«Giusto. Meglio così. E la prima ora passa. Noi quando ci siamo assicurate il pranzo, del resto ce ne freghiamo.»

Non fa ridere ma tutte ridono. E mica posso farmele nemiche il primo giorno? Rido pure io.

Bussano. È già passata un’ora per me?

«Toc, toc!»

Una voce maschile. Michela risponde in falsetto.

«Chi ééé

«Vittorio. C’è quella nuova? Siete vestite?»

«Tanto se eravamo nude non ti pigliava coraggio. Entra.»

‘St’altro fossile festante è il mio responsabile?

«Piacere, Vittorio. Andiamo dall’ingegnere, lascia stare ‘ste streghe.»

«Alice. Sì.»

 

Un’altra traversata. Abbiamo superato giardinetti, aiuole, container. Il mio contapassi starà facendo la ola.

Perché Vittorio è cupo, d’un tratto? Forse perché nel fabbricato davanti a noi c’è il nostro uomo.

«L’ingegnere è pure il referente della tua agenzia. L’unico che può farti licenziare.»

Il mio eroe.

«Capito, signori’? Non farti mai vedere in giro a fare niente.»

«N-non voglio stare in giro a fare niente.»

«Brava. E se non ti danno niente da fare, nasconditi.»

L’ha detto serio. Cioè, l’ha detto serio! Che li hanno cacciati a fare i soldi per assumermi?

Entriamo. Quante scale. Allora è vero che più sei capoccia, più in alto hai l’ufficio. Stavolta Vittorio bussa senza fare lo scemo.

«Ingegnere, sono Rossi.»

«Entri.»

«Buongiorno.»

«’Giorno.»

Alegriaaaaaa. Come un lampo di vita, alegriaaaa. Come un pazzo gridar… Chi gli hanno ammazzato a questo? Sta nero. Mamma che atmosfera qua dentro. Dallo spogliatoio a qua è cambiato il cielo, proprio.

«L’operaia nuova.»

«Bene.»

Userà una scaletta per arrivare a mettere il culo sulla sedia? È alto un metro e una Zigulì, ‘st’ingegnere.

«Rossi.»

S’è tolto gli occhiali. Cazziata in arrivo, Vitto’?

«Questi operai a che ora iniziano a lavorare?»

Ah, la ramanzina è per me! Vic! Arringa qualcosa! Aiutami!

«Ma lei è arrivata oggi e non sa…»

«Parlo degli altri. Anche dei suoi!»

Wow. Il chihuahua sbrana pure il ministero.

«Se entrano alle sette e trenta, massimo a quaranta dovrebbero essere al reparto. Giusto, Rossi?»

«Corretto.»

Lo pensavo anch’io, eh?

«Invece non li vedo mai uscire dalle tane prima delle otto e mezza. Da domani ‘sta storia deve finire.»

«Certo.»

Povero Vittorio. Cinque minuti che mi conosce, e già ha fatto la figura del mocio Vileda.

«Ingegnere, dove mandiamo la ragazza?»

«Confezionamento.»

Faccio il fiocchetto al nastrino attorno ai proiettili?

«Bene. A dopo.»

«Buon lavoro, signorina.»

«Gra-grazie.»

Non mi so’ manco presentata. Vabbè.

Ci fiondiamo per le scale come se ci stesse una bomba. Vitto’, che te corri? E che so’ ‘ste parole zozze?

Aria aperta, finalmente. Però Brontolo ha ragione. Si sente ancora ciarlare dagli spogliatoi.

«Alice.»

«Dimmi.»

Momento serietà. Quanto suda.

«L’hai sentito? Questo vuole silurare pure noi statali.»

Seee, chi vi caccia a voi?

«Con tre biglietti di punizione può cacciare pure a noi!»

Cazzo, sei telepate?

«Dammi retta. Stai attenta. Mo’ io ti porto al reparto. Poi mi tocca fare un richiamo a tutti gli operai sennò quello mi s’in…»

Incula, Vittorio. Incula.

«… Se la prende con me. Vieni.»

Hai bestemmiato venti religioni, sulle rampe. Mo’ ti censuri?

Se continuiamo così, ‘ste scarpe tra una settimana dovrò cambiarle. Abbiamo imboccato e percorso un vialetto, poi salito dei gradini di pietra. E mo’ si scende sulla breccia. Primo stipendio al podologo.

‘Sta specie di capannone che abbiamo davanti ha una porta immensa. Sarà il mio reparto. Toh, una parvenza di lavoro. Iniziavo a non crederci più. I mulettisti sono le prime persone che vedo impegnate, qui. Caricano e scaricano bancali di cartoni e fustini.

Il posto dei sogni di ogni aspirante scrittrice.

Entro e gli occhi mi fanno quello strano scherzo con le macchie. La luce è troppo bassa, rispetto al sole fuori. Che casino. Non per il rumore dell’impianto, più per le grida e le risate. Tanto per cambiare. Due persone che riempiono con polvere bianca dei bidoni davanti a un nastro trasportatore e tre intorno che cazzeggiano aspettando di piazzarli su un pallet. Tre.

«Robbeee’!»

Vitto’, che mi urli nelle orecchie? Manco le cuffie m’avete dato ancora. ‘Sto Big Jim della mutua formato mignon, che si avvicina, dev’essere Roberto.

«Lei è quella nuova. L’ingegnere l’ha mandata da te, oggi. Poi mi devi dire se ti serve pure domani.»

Oh, sono tipo il cacciavite del vicino di casa. Tendo la mano a Roberto e lui mi fa pesare che deve togliersi il guanto.

«Piacere, Alice.»

«Piacere. Vabbè, Vitto’. Ti faccio sape’.»

Mi ha a malapena guardata in faccia. Posso capirlo, non s’aspettava una ragazzina di quarantaquattro chili. Posso stamparmi sulla maglia la scritta “io qua manco ci volevo venire”?

Sul viso di Vittorio è tornato il sereno, invece. Forse perché per ora non può riferire l’ambasciata minatoria dell’ingegnere.

Mi strizza pure l’occhio.

«Oh, mi raccomando, Ali’. Per qualsiasi cosa, il numero del mio ufficio è 301. I telefoni stanno appesi un po’ ovunque. Buon lavoro.»

«Grazie. A dopo.»

Ma perché, lo rivedo? Boh. Ora cerchiamo di dare una buona quanto ingannevole impressione a Roberto, che fissa la centrifuga caccia-polvere sulle nostre teste come se ne stesse contando i giri.

Mi schiarisco la voce.

«Che-che devo fare?»

Niente. Non ce la fa a guardarmi.

«Aspetta.»

Scema io a chiedere. Si porta una mano a cucchiaio vicino la bocca.

«Flaviaaa!»

Flavia? Dove? Eccola. È uscita dal rifugio, allora. Almeno una che mi sorride.

«Alice! Stai con noi, che bello! Dimmi, Robe’.»

«Portala in magazzino a prendere i DPI.»

Cosa sono? Stupefacenti esclusivi del ministero?

«Agli ordini. Vieni, Ali’.»

«Ok.»

Ok un cazzo. Ancora scarpinate!

Ora stiamo tornando addirittura verso la portineria. Quanta gente là in fondo. Pure i militari. Fumano. Quindi quello è…

«Ha aperto il bar. Vuoi qualcosa, tesoro?»

«Eh? No, grazie.»

E mi ride in faccia di nuovo.

«Non farti problemi. Capisco che è il primo giorno. Ma qua so’ tutti tranquilli.»

Devi ancora sentire le simpatiche novità di Vittorio. Svoltiamo a sinistra, verso il magazzino. Chissà quanti dipendenti c’erano, una volta. È troppo grosso ‘sto posto e per quanto possiamo essere tanti ora, sembriamo quattro vagabondi in un deserto.

Superiamo la porta aperta. Giro la testa con un tempismo perfetto. Sapevo che Flavia avrebbe urlato.

«Ciao, Dome’!»

«Flavia. Che te serve?»

Quest’altro legge il giornale seduto alla scrivania, vicino la stufetta elettrica. D’altronde c’avrà solo da aspettare i “clienti”.

«DPI per la bimba.»

«Buongiorno.»

Devono essere interessantissime, le notizie di oggi. Ha alzato gli occhi solo mezzo secondo.

«Cia’. Vabbè, poi fammi scrive la richiesta da Roberto, però.»

Flavia, che mi tiri il braccio? Tutto d’un tratto ti sei ricordata che dobbiamo lavorare?

«Vieni Ali’, proviamo prima i guanti. T’andrà bene la 8, la misura mia.»

Almeno qua devo scegliere bene. I piedi passino, ma con la mano destra devo scrivere. Sono rosa ‘sti cosi. Un tantino discriminante?

«Mi vanno grandi.»

E ride. Ma se le cerca? È carina, però.

«Che mani piccoline e affusolate! Tu non puoi fare ‘sto lavoro. Ti vedo bene con una penna in mano.»

Amen.

«Prova la 7.»

Penso che sarà più faticoso sorridere a ‘sta gente che imparare il mestiere.

«La 7 mi va precisa.»

Perché m’accarezza la guancia, adesso?

«Mi ricordi mia figlia.»

Oh. “Mi ricordi”?

«Passiamo a elmetto e cuffie. Là non avrai problemi di taglia.»

Sull’elmetto non ci scommetterei un organo. Farci entrare sotto il mio cespuglio di ricci sarà tosta.

 

La strada per la fabbrica sembra più breve ora. Sarà che l’ho memorizzata. O saranno le chiacchiere di Flavia che alleggeriscono i passi. Se lavora la metà di quanto parla, basterebbe lei sola a mandare avanti il reparto, credo.

«Pare che presto assumeranno altri della tua agenzia, Ali’. So’ arrivate certe commesse per i prossimi mesi.»

«Commesse?»

C’avete pure un Conad?

«Richieste di aziende clienti. Munizioni da fare e mandargli.»

«Campiamo se gli altri muoiono.»

Perché non sono stata zitta? Mi mancava la sua risata?

«Anch’io preferirei facessimo la pasta all’uovo. Ma sono contenta se arrivano altri ragazzi. Si svecchia un po’ ‘sto posto. A sentire parlare certe teste qua dentro, ti verrà la pelle d’oca. Tieni le cuffie pure nelle pause.»

Buona questa. Ma come fa a essere così entusiasta? È perché somiglio a sua figlia? Ma no, non c’entra. Già prima che entrassi nello spogliatoio, la sua voce copriva le altre. Ma che c’è di elettrizzante nel fare questo per quarant’anni? S’è capito che sudano solo quando fa caldo, ma che due palle. Forse fuori c’ha una passione, come me. Ma anche fosse, non credo che tutta la classe operaia sia composta di aspiranti artisti. So’ io quella strana. Mi sta rincoglionendo sempre di più l’eco delle parole di papà: “qualsiasi mestiere trovi devi tenertelo stretto, perché il lavoro è diventato un lusso”.

 

«Capito? Metti le scatoline dentro e le copri con questa protezione. Quindi chiudi, sigilli e passi i bidoncini ai colleghi che li mettono sui bancali. Poi, quando ti sei fatta i muscoli, puoi accatastarli pure tu.»

Mi tremano le mani. Sto lavorando e non ci posso credere. Sto maneggiando chili di morte come prima esperienza.

Non so se questo Lucio, attorno a me, vuole fare il maschilista o il galantuomo. Ma ‘sti fustini sembrano pesare più di me. Per ora faccio come dice.

Minchia, ma è tutto qua? Che stronzata. Non è un lavoro. È un gioco palloso. Tipo pulire i fagiolini.

Eh, pure l’applauso. Flavia, stai diventando morbosa.

«Raga’, guardate che brava! Tre o quattro di voi possono pure mettersi in mutua!»

Non so se faceva più ridere o vomitare, questa.

Mi sto annoiando. Proviamo a sollevare ‘sto bidon… Porca merda, so’ più leggera io. Non possiamo fare armi giocattolo?

«Ali’! T’avevo detto di non alzarli!»

Eh, ormai. Se lo mollo per terra sembro una terrorista. Pensavo peggio, però. Ce la faccio.

«Brava.»

What? Roberto m’ha fatto un complimento. Mi sa che ‘sto “brava” posso metterlo in una teca. Che non ne avrò molti altri da lui.

Fortuna che non mi sono fatta male alla mano. Ho un romanzo da continuare.

 

«Dopo pranzo non mi va più di fa’ niente. Mi cala l’abbiocco.»

Solo dopo mangiato? È già qualcosa, Flaviuccia.

«Com’era il pasto, Ali’?»

«Buono.»

«Sicura?»

«Sì.»

Conveniente soprattutto. Se consideriamo quanto costa l’olio d’oliva al litro e quanto ne hanno messo nella pasta. Mi sento incinta. Manco la camminata lunghissima dalla mensa al reparto basterà a smaltire. Speriamo non ci sia molto da fare, in effetti.

 

Non ci sta proprio un cazzo da fare, in effetti. Fabbrica spenta. Ci sono solo io. Allo spogliatoio non posso andare che l’ingegnere cecchino mi aspetta nascosto dietro un bonsai. Roberto m’ha detto di tornare qua domani mattina e io, scema, non gli ho chiesto per oggi pomeriggio. 

Vediamo, potrei spazzare il pavimento. Una scopa dov’è?

«Alice!»

Una voce femminile dalla porticina del lato opposto. Ormai Flavia è la mia salvezza.

«Che sei scesa a fare qua, bimba? Vieni.»

 

Ditemi che è uno scherzo. Hanno uno spogliatoio pure al reparto. Molto più piccolo dell’altro però. Non so se mi fa male più la testa per il vociare che rimbalza tra le pareti o la pancia per la scodella d’olio con un po’ di pasta dentro della mensa.

Chiara è condannata al caffè. Fa il giro dei bicchierini fumanti.

«Gustatevelo, che quando arrivano le commesse nuove col cazzo che ci sediamo, il pomeriggio.»

Meno male. No aspe’. Perché “meno male”? Mica punto a far carriera qua dentro. Ho lasciato il cervello nell’elmetto?

 

Puttana Eva. Entrare, entriamo tre ogni quarto d’ora. Ma all’orario d’uscita tutti ammassati ai tornelli, eh? Testiamo il tesserino. Andato.

Da oggi mi chiamo Matricola 1013.

Oltrepasso la porta dopo otto ore. Guardo la pizzeria, l’ufficio postale, il bar e la sartoria dall’altro lato della strada. Mi pare di essere appena tornata da un altro mondo.

Papà m’è venuto pure a riprendere. Tra lui e i colleghi che mi danno pacche sulle spalle manco avessi segnato a una finale di Champions, fanno a gara a chi sfodera più denti per sorridermi.

«Ciao, Ali’!»

«Ciao, bella!»

«C-ciao.»

Portiera aperta pure adesso. Non voglio guardare la faccia di papà. Avrà goduto così tanto che s’accenderebbe una sigaretta, se fumasse.

«Sembrano contenti. Sei andata bene.»

«Boh. Forse.»

Non m’ha nemmeno sentita. Mette in moto e partiamo.

«Pure io so’ contento. Poi, se più in là vuoi studiare, ci stanno dei permessi che puoi prenderti. Un po’ studi un po’ lavori. Ho domandato stamattina.»

«Ah.»

I “più in là” di papà suonano sempre come “ma lascia perdere”. Quantomeno, facendolo coi soldi del mio stipendio, non gli farei venire un infarto come l’altra volta.

Mi pesa la fronte. Non sembra manco più il paese mio, quello che scorre dietro il finestrino.

 

Non vedo l’ora di continuare col romanzo. E di lanciare ‘ste scarpe. Mi lavo dopo. Dopo aver superato mamma sulla soglia del piano di sopra.

«Ciao, ma’. È andata bene, vado a scrive. Cia’.»

«Fatti misurare la vita che i calzoni di ricambio te li stringo!»

«Dopo!»

La mia camera di merda oggi mi pare la Reggia di Caserta. Allora, sediamoci. Come non fossi stata seduta abbastanza, dalla mensa in poi. Carta, penna. Rileggo quello che ho scritto ieri e continuo.

Mh.

Bene.

Interessante.

Questa la accorcio.

Devo spezza’ ‘sto spiegone tra le battute.

Qua sembro una capace.

Mh.

Merda.

C’ho il blocco.

Il casino della fabbrica, le risate e le minacce mi stanno a fa’ scoppia’ la testa.

«Ali’!»

Dio che palle.

«Ma’! Mi misuro domani, che il pranzo m’ha ingravidata!»

«M’ero scordata che devi chiamare nonno. Voleva sape’!»

Quello è un altro che mi dava della perdigiorno a bassa voce sperando non lo sentissi. Oggi sono l’orgoglio della stirpe.

Mamma continua a gridare dal corridoio. Potrebbe fare curriculum se aspira a diventare mia collega.

«Ti faccio la pasta al salmone stasera, ma devi mangia’ presto. Scordati le ore piccole fino al venerdì!»

«Penso che il mio apparato digerente mi farà dormire tra un mese, ma ci provo a cenare.»

Davvero non chiuderò occhio stanotte se finisco la giornata senza scrivere. Va bene qualsiasi cosa. Pazienza per il romanzo. Devo pescare una parola da un libro e provare a buttarci su un racconto, una stronzata qualsiasi.

Mi serve una Tachipirina, da due etti e mezzo.

Mamma mi prepara il mio piatto preferito dopo mesi.

Papà penso che da domani mi stende il tappeto rosso davanti la macchina.

Nonno deve aver cambiato opinione su di me alla velocità con cui si caccia e si rificca la dentiera.

I banner di ‘sto cellulare che nossignore, non sbloccherò, sono trailer di auguri e di domande all’Alice nel paese delle mitragliette.

Tutti ‘sti canti di lodi solo perché da oggi, ogni mattina, mi metto una maglia gialla, un pantalone azzurro e due guanti rosa. Sembrerà sempre Carnevale. Ma lo scherzo lo faccio a me stessa.

Racconto liberamente ispirato al brano “Velleità” de I Cani