Cristian D’Oria scompare dal sogno di questo mondo | Intervista

PH: Mauro Parma

Cristian D’Oria scompare dal sogno di questo mondo | Intervista

Scompaio dal sogno è la protesta e la rabbia con cui Cristian D’Oria ritorna sulle scene a distanza di 3 anni dal suo EP Bile. Se dal punto di vista cantautorale ritrovare la verve di quest’artista è una buona notizia, si può subito notare che il mondo in cui viviamo non solo è malato, corrotto e sporco, bensì nel corso degli ultimi periodi continua a peggiorare.

Il rock di questo brano si scontra contro facili perbenismi e felicità fittizie, tenute in piedi solamente da menzogna e spunte di glamour. I social in primis sono uno specchio nel quale tutto deve brillare, e anzi guai a mostrare le proprie fragilità.

Qualcuno però si oppone, rimanendo fedele a se stesso e ai suoi principi e, inevitabilmente, entra in collisione con promesse di un futuro migliore, dato che sono appoggiate su verità decadenti o falsi paradigmi.

Scompaio dal sogno è una fuga, anche quando ormai non esiste più nessuna direzione per la salvezza dell’essere umano, vittima della sua ingordigia e superbia.

INTERVISTANDO CRISTIAN D’ORIA

Scompaio dal sogno è dove ti trovi ?

Forse in uno spazio mentale sospeso, lì dove finiscono le cose che non si sono mai dette e che si volevano dire. Realtà, dove i ricordi si dissolvono e smettono di fare rumore.

C’è un senso di abbandono dalla realtà che nasce iniziando a prendere le distanze in primis dagli altri ?

A volte abbandonarsi diventa quasi una necessità. L’isolamento, la perdita di contatto con ciò che è reale , ma poi scomparire dal sogno può significare proprio uscire lentamente sia dalla vita degli altri con più consapevolezza, sia dalla propria percezione emotiva del mondo.

L’ascolto può essere interpretato come un gesto di debolezza, al quale è meglio ribellarsi per sentirsi superiori dominando così il giudizio ?

Sì! Chi ascolta il brano potrebbe percepire quel tipo di desolazione, il distacco,  la dissolvenza, la perdita di contatto, come una mera forma di resa e di debolezza. Ma non c’è ribellione nei confronti dei giudizi, solo una solenne accettazione di uno stato reale più che cosciente.

Non offre catarsi, ne redenzione rimane fermo , sospeso, ripetitivo (come le parole del testoche si ripetono).
L’assenza di ribellione rende il tutto più inquieto, non c’è teatralità, solo il riconoscimento di una distanza ormai irreversibile.

Anni fa hai pubblicato il tuo disco BILE , provi ancora un senso di nausea verso questo
mondo?

La nausea ?
Quello che provo per questo mondo somiglia più a una lenta intossicazione dell’anima, come un profumo respirato troppo a lungo, fino a diventare veleno.
BILE è stato come un fiore cresciuto nella parte umida dell’uomo, dove convivono desideri e decomposizioni , paura e rabbia.

Il mondo non mi disgusta perché è crudele, ma perché è volgare nella sua ostinazione a voler apparire sano, luminoso e morale.
Sotto ogni eleganza continua a pulsare la stessa miseria del cazzo, solitudine, fame , guerre, corpi che cercano di dimenticare il tempo o altri corpi.
Eppure nonostante tutto, continuo a cercare bagliori, non salvezze, ma crepe, punti in cui la realtà si rompe abbastanza da lasciare entrare qualcosa di vivo.
Forse scrivere serve a questo, non guarire il mondo, ma febbricitare dentro di lui senza diventare plastica o pietra.

PH: Mauro Parma

La natura ha più coscienza dell’uomo ?

La natura non possiede coscienza, possiede però innocenza, ed è proprio questa a renderla più terribile e più pura dell’uomo.
La natura a una legge segreta, silenziosa, priva di morale.

L’uomo invece è un animale condannato a portare dentro di sé  il veleno della consapevolezza e per questo forse corrompe ogni cosa che tocca, con il desiderio, la colpa, il sogno.
La natura vive, l’uomo si osserva vivere, ed è proprio in questa ferita che nasce tutta la sua miseria e tutta la sua grandezza.

Com’è stato collaborare con i Romano Nervoso ?

Conosco Giacomo Panarisi (cantante e musicista poliedrico dei Romano Nervoso e di Giac Taylor) da circa 20 anni. Giacomo è come un fratello per me: uno di quelli che  anche se vedi raramente per via della distanza, sai di poterci contare in qualsiasi momento.
Loro sono dei veri professionisti, sono mostruosi nel loro lavoro, hanno un ‘energia pazzesca è proprio grazie all’amicizia e alla stima reciproca sono stato spesso coinvolto nella stesura dei testi di alcuni brani poi usciti successivamente nei loro album che consiglio vivamente di ascoltare.
Questa volta però è successo il contrario, per la prima volta è stato Giac alla batteria insieme a Fab al basso, a collaborare al mio progetto e naturalmente ne sono entusiasta e onorato.

Dove inviteresti Dio per fare una conversazione ?

Di sicuro non in chiesa. Le chiese sono come tombe, dove l’uomo ha imparato a inginocchiarsi davanti alla propria paura.
Lo inviterei forse in montagna, mi piace la montagna, al tramonto dove l’aria costringe i polmoni a ricordarsi di esser vivi, e poi il silenzio è abbastanza vasto da non aver bisogno di preghiere.

Cammineremmo a lungo senza parlare, perché ogni parola pronunciata troppo presto diventerebbe morale.
Poi gli chiederei perché ha creato creature capaci di desiderare l’infinito dentro corpi destinati a marcire.
Forse Dio sorriderebbe, come sorridono gli abissi, senza compassione, come la natura, ricordi? Ma credo che poi, arrivato ad un certo punto “scomparendo dal sogno” non troverei nessuno al mio fianco, perché gli Dei smettono di presentarsi quando l’uomo diventa abbastanza lucido da sostenere il peso della propria solitudine .

Ed è lì, quasi certamente, che inizierebbe il proprio è vero dialogo.