“FateUp against your willThrough the thick and thinHe will wait untilYou give yourself to him”
(The Killing Moon – Echo & the Bunnymen)
Le canzoni migliori non entrano. Emergono. All’inizio sono soltanto una voce tra tante. Un titolo in una lista infinita di nuove uscite, un nome che scorre veloce sullo schermo, pochi minuti destinati a contendersi la nostra attenzione. Poi qualcosa cambia.
Continuano a riapparire. Ritornano nei pensieri quando la musica si è già fermata. Si fanno spazio tra centinaia di ascolti, come se avessero trovato un modo tutto loro per piegare il caso a proprio favore. Non sempre sono i brani più perfetti. Spesso sono semplicemente quelli che riescono a creare una connessione impossibile da programmare.
È da questa idea che nasce questa rubrica. Non dalla ricerca della hit del momento, ma dalla curiosità di osservare quali canzoni riescono a sottrarsi al destino di essere dimenticate. Quelle che, tra il rumore incessante delle novità, possiedono qualcosa di più raro: la capacità di restare.
Ogni settimana esploreremo nuovi singoli, nuovi album e nuovi artisti, seguendo le tracce di quei brani che sembrano destinati a lasciare un segno. Perché la vera domanda non è cosa è uscito oggi. La vera domanda è cosa continueremo ad ascoltare domani.
“Danza gentile sull’orlo di una tempesta” di Arianna Pasini è un piccolo manuale gentile per superare le tempeste della vita, di qualsiasi entità e forma esse siano. Sì perché ognuno di noi nell’arco della propria vita ha dovuto combattere contro il maltempo e nel caso di questa artista, che ha vissuto le alluvioni che hanno colpito la Romagna qualche anno fa, il maltempo non è solo figurato ma un’esperienza reale che fa fare i conti con la precarietà della nostra esistenza. La soluzione Arianna ce la svela dalla prima nota:
“Ferma respira, guarda fisso, trova un punto”. Un consiglio apparentemente semplice da seguire ma che traccia dopo traccia capiremo quanto sforzo esso richieda.
C’è un momento in cui devi guardare con coraggio il temporale, respirare e visualizzare la soluzione. Per arrivare però alla luce molto spesso si è costretti ad attraversare momenti di buio e di smarrimento. Percorsi che troviamo in “Buio”” e “A galla”
“Come posso stare a galla quando ogni cosa affonda?” Potrà girarti la testa, potrai cadere per il troppo vento ma alla fine la soluzione ti apparirà chiara e ti ritroverai a danzare come le api.
Le api sono usate come pura immagine di resistenza ed è “Alveare” infatti il cuore di questo “album carezza”. È durante l’ascolto di questo brano che ho proprio percepito la delicatezza della voce di Arianna che mista alla dolce melodia di una chitarra, con le parole “Perdo il controllo vado in affanno ma poi arriva sera e torno leggera” mi ha presa per mano e ho sentito di avere la forza, la giusta motivazione, per attraversare anche un’uragano, senza paura. È un percorso dell’anima tra archi leggeri, fiati ariosi, chitarre e piano che si completano. E proprio come dopo i disastri arrecati da un’alluvione questo percorso non finisce con l’arrendersi ma piuttosto ricominciare da capo anche se questo implica il doversi sporcare le mani di fango. “Sporcarsi le mani e continuare a cantare.”
(Martina Bianchini)
Questo Suono è l’esordio della band tuttotace, fa rumore e non passa inosservato. Diventa una colonna sonora per i pensieri che entrano in contrasto quando si scontrano con un altro universo.
Ci sono sensazione che creano delle vibrazioni pronte a mischiarsi con quelle degli altri, creando nuove melodie, rischiando però di spegnersi, anche da un momento all’altro. Il silenzio che ne deriva non è risposta, bensì domanda che lascia nel dubbio e crea giudizio e senso di colpa. Il brano rimane sospeso di un limbo tra la possibilità e l’addio, forse sarebbe staro meglio che non mi accorgessi del rumore in questa stanza, quando la voce dei sogni e quella dell’amore si parlano tra loro fanno sparire il mondo e tutto ciò che succede al di là.
L’atmosfera crea un gioco di sguardi, di promesse e di speranze, che rendono questo suono il sottofondo di una storia d’amore, ma anche di tutte quelle situazioni che rimangono sospese nell’incertezza perché si rimane fermi davanti alla paura del comunicare tutto quello che si vorrebbe dire.
(Nicolò Granone)
Ricordo mi hai promesso uno schiaffo per svegliarmi, tu dammelo
Ci sono momenti in cui serve andare contro corrente, difendere le proprie idee e sbattere la testa contro muri invisibili o convinzioni che non cambieranno mai. Serve difendere la propria follia, ribellandosi alla realtà delle cose, andare avanti per la propria strada al di là delle possibili, e certe, conseguenze.
Schiaffo è un modo per tornare con i piedi per terra, l’aiuto che arriva da qualcuno che ci vuole bene o paradossalmente anche da chi ci ha illuso di farlo. È la ferita che fa sgorgare il sangue, rendendoci consapevoli di cosa vuol dire essere vivi.
Un brano che urla libertà ed indipendenza, uno sfogo contro la noia. Ogni occasione può essere preziosa e diventare qualcosa di diverso, bisogna riconoscere i segnali, quelli più dolorosi vanno sentiti senza paura.
(Nicolò Granone)
Si può comprare tutto persino l’amore. Ah no quello no, e per fortuna aggiungerei.
Anzi tante volte si cerca la relazione come scusa per riempire i vuoti, le app di dating diventano cataloghi di bellezza di plastica e poi si rimane soli dentro le indecisioni e le varie possibilità.
Persino la bellezza critica questo capitalismo sentimentale, esaltando la sincerità del sentimento, che si fa carne con tutte le sue imperfezioni. Appartiene all’umano la capacità di provare delle emozioni e scegliere con chi condividerle trovandosi, insieme, ad osservare il mondo con un altro punto di vista. Non esiste un intelligenza razionale che fornisce la soluzione migliore per trovare l’altro lato della luna, se si vuole cercarlo insieme bisogna essere disposti anche a mettere le mani del fango e scavare dentro se stessi o attraverso la relazione con qualcuno simile o diverso da noi.
Quando finisce la musica, sta al coraggio del cuore quale scegliere come prossima canzone!
(Nicolò Granone)
Una storia d’amore passionale e travolgente nata sotto gli occhi della Mole, in una Torino elegante, sempre avvolta dal suo unico alone di mistero. In una notte sognante, la Mole, simbolo iconico della città, ne custodisce il segreto, guardando all’eros come la via maestra per accedere al divino. E così, ancora una volta, la cantautrice calabro-torinese fa emergere la sua duplice natura: la raffinatezza sabauda da una parte e il suo lato più spicy dall’altra riescono a coesistere in un’amalgama perfetto di melodia e musica.
La voce di GIGLIO si insinua sapientemente tra bassi anni 80 e chitarre funk, catapultando l’ascoltatore nella freschezza di un’estate seducente dal sapore un po’ retrò. Impossibile non ballare, impossibile non restarne ammaliati.
L’inizio, la passione, la fine che diventa ricordo: una storia d’amore in tre atti come canta Giorgio Nieloud. Non è però così semplice, perché lo spazio tempo si dilata, vive di emozioni e situazioni diverse, e a volte non segue neanche l’ordine cronologico. Quando il cuore inizia a decidere spesso succedono casini e si perde la razionalità e gli istanti diventano momenti eterni.
Giorgio Nieloud esalta la tenerezza di chi mantiene una parte, legata all’altra persona, anche se tenta di nasconderla talvolta in maniera goffa. Una sera come tante ad esempio è l’incipit, ma può anche essere preludio della fine di un amore che si perde dentro a paure arcaiche, preferendo così ritirarsi in se stesso.
(Nicolò Granone)
Avete presente la scena finale del film “Noi siamo infinito?” Quel momento in cui il protagonista, Charlie, si mette in piedi sul pick up in autostrada e spalanca le braccia aprendosi al dolore e al contempo alla bellezza della vita, lasciandosi schiaffeggiare dal vento? Ecco, questa è la vibe iniziale di “Tulipani”, il nuovo singolo di Fasma, che torna con la sua rabbia malinconica mista a una dolce vulnerabilità per parlarci di una storia che fa tanto male, ma alla quale ha difficoltà a mettere un punto. Il pezzo è firmato anche da GG, il suo produttore di fiducia, che con una sofisticata precisione mescola i suoni distorti delle chitarre elettriche con la limpidezza del pianoforte, creando una parentesi temporale e pittorica che descrive esattamente il contrasto emotivo che affligge il giovane artista romano, invischiato in questo tira e molla del quale vorrebbe liberarsi ma che fa ancora da colonna sonora ai suoi sogni.
C’è una ricerca di leggerezza, di evasione, di libertà nel ritornello che si apre, si riempie di groove e diventa più chiaro rispetto al “nero” delle strofe intrise di stanchezza e sofferenza. Eppure, nel turbinio emotivo di cui canta Fasma si nasconde ancora la speranza di una risoluzione, della possibilità di trovare la combinazione giusta per far funzionare questa storia che tanto lo nutre e lo accende quanto lo graffia, ma che in qualche modo è diventata un po’ casa.
(Nathalie Bruno)
Francesca Michielin vuole essere indie. Lo vuole da tempo e ormai non fa nemmeno più nulla per nasconderlo. Il problema, per una certa parte di pubblico, è che arriva da un percorso troppo pop, troppo televisivo, troppo commerciale per ottenere il patentino di autenticità che alcuni continuano a distribuire con estrema severità.
È una colpa curiosa quella di aver avuto successo. Una colpa che, nel mondo della musica, sembra prescriversi molto più lentamente di altre.
Personalmente non amo questi radicalismi. Mi interessa poco stabilire chi sia abbastanza indie, abbastanza pop o abbastanza qualcos’altro. Mi interessa ascoltare le canzoni. Certo, poi tutto va catalogato, etichettato, inserito in qualche contenitore utile a orientarsi. Ma spesso la musica migliore nasce proprio quando quei contenitori iniziano a stare stretti. E “Strega Comanda”, da questo punto di vista, sembra proprio il tentativo di Francesca Michielin di occupare uno spazio diverso, più personale e meno prevedibile.
Il titolo fa chiaramente riferimento alla formula di un noto gioco d’infanzia che tutti almeno una volta abbiamo fatto con i nostri amici.La canzone va proprio nella direzione del rifiuto delle etichette e della rivendicazione del diritto di definirsi da sola, senza che qualcuno si senta in diritto di stabilire un ruolo o un posto per lei.”Pensavi fossi solo una bambola, ma questa bambola canta da Dio, ma questa bambola non sono io”. Tutta la canzone si basa sull’enunciazione di diversi colori, sempre di rimando al titolo e quindi al gioco già citato, ma precisando che le regole del gioco a sto giro è lei a farle. “Scelgo il mio colore, nessuna domanda. Sono io la strega e la strega comanda”.
Attraverso immagini forti e provocatorie come la “mistress esoterica”, viene celebrata una femminilità dominante e fiera. La strega, figura storicamente associata alla diversità, all’indipendenza e alla ribellione, diventa così il simbolo di una donna che non chiede più il permesso di essere sé stessa. Forse non serve neanche che vi dedichiate a riflessioni, tesi e antitesi per dirci la vostra opinione sul genere in cui catalogare Francesca Michielin perché a lei non importa. Il colore lo comanda lei. .
(Christian Gusmeroli)
“Ah, e come sempre sei la descrizione di un attimo per me. Ahi, ahi, ahi, ahi, come sempre sei un’emozione fortissima”.
Viene difficile non pensare a questi versi dei Tiromancino ascoltando “Foto” di Ottobre. Perché una fotografia è sì la descrizione di un attimo, un fermo immagine capace di cristallizzare un momento, ma la canzone sembra voler raccontare proprio ciò che esiste anche senza una fotografia. I ricordi veri, quelli che restano impressi nella memoria e nel corpo, diventano essi stessi la descrizione di un attimo. O, per dirla ancora con Tiromancino, un’emozione fortissima.
Viviamo in un’epoca in cui fotografiamo qualsiasi cosa. I concerti, i tramonti, i piatti al ristorante, perfino momenti che forse dovremmo semplicemente vivere. Eppure le emozioni più importanti spesso sfuggono proprio all’obiettivo. “Foto” di Ottobre parte da questa apparente contraddizione. Non racconta la mancanza di un’immagine, ma la presenza ostinata di un ricordo. Non si parla dell’estate condivisa sui social, quella dove tutti sembrano avere vite più grandi, più belle e più invidiabili. Un’estate fatta di sabbia nello zaino, di graffi sugli scogli, di birre condivise sulla spiaggia e di maglie lasciate annegare al largo. Sono dettagli concreti, quasi fisici, che finiscono per diventare molto più potenti di qualsiasi fotografia.
Il pezzo è attraversato da una nostalgia che non nasce dalla fine della storia, ma dalla consapevolezza di aver vissuto qualcosa di irripetibile. “Non ho neanche una foto” diventa allora una frase dal doppio significato: da una parte la constatazione di un’assenza, dall’altra la realizzazione che quando si è impegnati a vivere, e non a condividere, dei momenti non si trova neanche il tempo per scattare una fotografia.
E forse è proprio questo il punto. Alcuni ricordi non sopravvivono perché li conserviamo in una galleria del telefono. Sopravvivono perché continuano a lasciare segni, proprio come quei graffi sugli scogli che, come canta Ottobre, “non andranno via mai”.
(Christian Gusmeroli)
Materiale Pirata, nome in arte del produttore David Campese, ha un progetto artistico molto interessante. “Tutte queste cose” è in realtà una domanda d’identità, “E tutte queste cose, cosa sono io?”. Ci sono canzoni che cercano risposte e altre che invece vogliono porre le domande giuste. Materiale Pirata va in questa direzione e vuole farci riflettere. Nel brano troviamo persone diverse, emozioni diverse, vite che scorrono contemporaneamente. Poi però arriva il ribaltamento: quelle cose non sono separate da lui. Sono lui.
L’identità è quindi descritta come una somma di contraddizioni. Siamo la paura, il coraggio, la sconfitta e la relativa ripartenza, il desiderio di mollare tutto e quello di ricominciare. “Sono la sconfitta, ok, che fa ripartire” è a sua volta uno spunto. Qualcosa di negativo come la sconfitta viene ribaltato e osservato da una prospettiva diversa, diventando lo slancio necessario per una nuova partenza.
“C’è un filo diretto fra il male ricevuto e chi protegge gli altri così non sia ripetuto” è poi di una maturità disarmante. Le ferite non generano necessariamente altra sofferenza ma possono essere anche una via per la cura. Personale e collettiva. Di Materiale Pirata ammetto di non aver ascoltato nulla prima di questa canzone. È stata una bella navigazione e, per una volta, lasciarsi abbordare dai pirati si è rivelata un’ottima idea.
(Christian Gusmeroli)
La ricerca di una gioia intensa, breve ed effimera. Come l’attesa dell’estate. All’estate chiediamo tutto. Ma soprattutto leggerezza. Magari un’avventura amorosa. E quando solo avventura non è?
Mannaggia a me, come imprecazione potrebbe essere il simbolo di tutti i nostri fallimenti nell’obiettivo di regalarci una botta di dopamina, una pausa, un’oasi. Per prenderci cura di noi. Ma soffermiamoci sull’amore, perché è lì che diventa tutto agrodolce. È l’ che anche la stagione dell’evanescenza può assumere tangibilità per tutto l’anno e metterci di fronte a quello che avremmo voluto ci toccasse davvero. Magari per tutta la vita, di cui l’estate fa parte, per quanto noi vorremmo solo appiccicarle in faccia una cartolina del mare. Ma Mannaggia a me tocca tutto questo con leggerezza e con la poesia di un tramonto a fine stagione. Abbastanza dolce da dare nostalgia, abbastanza freddo da dare uno spoiler di ciò che ci aspetterà poi.
(Stefano Giannetti)
“Tu guarda il cielo e pensami ti prego”. Casa mia è un esordio diretto, semplice, lieve e dalla conduzione efficace. Una lotta alla solitudine mentre si guarda il cielo dai balconi di palazzi che, senza qualcuno da chiamare nella notte, ti inghiottono. Una città che senza nessuno smetterebbe di essere casa. Incontri desiderati e salvifici, che lasciano spazio a speranza. Persino la solitudine, che tende sempre a cercare un contatto umano e comunque ci fa i conti, è una speranza. Perché tutti noi sappiamo che alla fine il primo desiderio e l’ultima salvezza coincidono sempre in un legame. Una poesia elettro-pop ottimista, sentimentale ma non stucchevole. Un inno di anime tristi, ma interconnesse. E quindi quasi mai perdute.
(Stefano Giannetti)
Distacco, disinteresse nei confronti del costrutto “relazione”, nell’accezione più sentimentale della parola. Voglia di abbandonarsi alla carnalità dei rapporti, per il mero gusto di godersi fino in fondo l’invitante bellezza del piacere. “Non sono di nessuna”, lo ripete più volte Lil Kvneki nel suo nuovo singolo “Malinconia”, uscito lo scorso 5 giugno. È la dichiarazione di un giovane adulto che vuole sentirsi libero, che vuole viversi la non contrattualità dei legami, pronto ad accogliere tutto ciò che di spicy può portare con sé l’avventura di due “amanti senza tempo”, citando l’artista. “Troverò un’amica che mi paghi il ristorante, e sorrida la mattina, che va via senza mutande”
L’influenza della scuola romana è forte nella scrittura e nella modulazione vocale, mentre l’arrangiamento è caratterizzato da un sound più international. Un mix di synth indie pop colorati che si intersecano con la delicatezza delle chitarre acustiche ritraendo perfettamente l’intimità di una canzone che parla a un pubblico ampio.
Una dolce apatia, quell’amaro in bocca che percepisci alla fine delle cose belle sospese in aria, quelle cose nelle quali ti ci immergi ma sai che sarà solo per un momento. Eppure ti va bene così, la ricerchi, perché ti accende, ti smuove. Resta quella sensazione che Lil Kvneki trova le parole esatte per raccontare: “malinconia è vivere per piangere”.
(Nathalie Bruno)
L’ultimo lavoro di Warco, “Io tendo spesso a scordarmi le cose” è un affresco contemporaneo che strizza l’occhio a estetiche di altri tempi, senza rinunciare a un graffio sociale di stretta attualità. L’artista, abbandona le atmosfere rarefatte dei suoi lavori precedenti per abbracciare un approccio più ironico e tagliente. Il risultato è un brano surreale che decostruisce il consumismo digitale e l’alienazione quotidiana, lanciando un monito contro un presente proiettato verso la perdita dell’identità individuale.Temi come l’effimero dei social, la smemoratezza collettiva e il peso dell’alienazione digitale sono narrati con un racconto fotografico cinico e disincantato. Sul piano dell’arrangiamento, la mano di Fabio Genco evolve la cifra LoFi rock verso sonorità più spigolose e asciutte, sfruttando contrasti dinamici per enfatizzare la narrazione.
Una linea di basso di apparente leggerezza introduce un paradosso esistenziale: la travolgente ondata del digitale che liquefa i confini tra realtà e finzione. La sezione ritmica, tesa e vicina all’attitudine punk, sostiene la frenesia di una vita filtrata dai social, intesi qui come rifugi dietro cui occultarsi. In questo scenario, le chitarre sporche e distorte restituiscono fedelmente il rumore di fondo della contemporaneità, interrogandosi sull’inquietante facilità con cui oggi preferiamo l’omologazione al faticoso processo di riscoperta del sé.
(Martina Bianchini)
Oh darlin, se c’è una cosa che abbiamo capito dai primi due brani di Maravich, “Dammi un po di pace” e ora “Dirti Addio” è la ricerca di uno stato di tranquillità ma sopratutto di onestà. Onestà che spesso costa cara soprattuto se si tratta di relazioni sentimentali.
Con “Dirti Addio” Maravich abbandona il ritornello orecchiabile che ti entra subito in testa per una narrazione dal suono più cupo e decisamente brit pop ma che arriva comunque dritto al punto grazie all’uso di chitarre che dimostrano l’attitudine inglese dell’artista. Nell’era in cui le comunicazioni sociali sono ridotte all’osso e in cui sembra impossibile esperire i propri sentimenti Maravich, con un pizzico di arroganza, dichiara esplicitamente questo: “Sono stanco di accettare compromessi”, narra dunque il momento esatto in cui non si vuole più compiacere l’altro ma al contrario rivelare una verità scomoda: “E se sorrido senza fare finta cosa vuoi che sia.” Dire ad una persona che non si provano più determinati sentimenti è uno degli atti di coraggio più faticosi che esistono, riuscirci dimostra un’intelligenza emotiva e un rispetto per l’altro da non sottovalutare.
(Martina Bianchini)
Ci sono canzoni d’amore che cercano risposte e altre che con lucidità accettano di non averne; “La nostra bugia” appartiene a questa seconda categoria: un brano che non prova a spiegare cosa sia l’amore, ma ne osserva il lato più fragile e umano.
Il duo toscano formato da Giorgia Rossi Monti e Filippo Santini, ormai riconosciuto come una delle realtà più interessanti dell’alternative indie rock italiano, conferma la capacità di fondere tensione rock, sensibilità pop e ricerca sonora elettronica. Questa volta c’è però qualcosa di diverso, il brano arriva in un momento particolarmente significativo, ovvero coincide con il loro matrimonio, e proprio questo rende ancora più interessante la scelta di raccontare l’amore non come una certezza, ma come una costruzione fragile.
“L’amore è una grande bugia, ma è la nostra bugia” racchiude il cuore della canzone, l’amore non viene descritto come una forza assoluta o eterna, ma come una scelta quotidiana, una narrazione che può essere imperfetta, ma che continua a dare senso al presente. É una produzione che non cerca l’esplosione, preferisce accumulare tensione, lasciare spazio ai silenzi, costruendo un’atmosfera che riflette il significato stesso del brano. I Manitoba suggeriscono agli ascoltatori che non serve sapere se l’amore durerà per sempre, basta che, per un momento, riesca a rendere il presente più vivibile.
(Benedetta Rubini)
C’è una forma di malinconia che appartiene alle occasioni rimaste sospese, quella delle persone che abbiamo sfiorato senza riuscire a conoscerle davvero; è proprio dentro questo spazio che si muove il nuovo singolo di Kinder Garden, una ballad che sembra nascere da una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto e riportata alla luce anni dopo.
“Vorrei conoscerti ancora” sembra guardare contemporaneamente in due direzioni, verso il passato e verso qualcosa che non è mai realmente accaduto, emerge la nostalgia di ciò che non si è vissuto fino in fondo. “Vorrei conoscerti ancora sotto questa luna per essere sicuro che la vedi coi tuoi occhi neri”, emerge una ricerca quasi impossibile, ovvero verificare che quel ricordo sia stato reale, che quella persona esiste al di là della memoria.
L’intuizione del brano è di parlarci di un amore che continua a vivere dopo la fine, non c’è né rabbia, né tradimento, il rapporto sembra continuare ad esistere in una dimensione parallela fatta di ricordi e di possibilità mancate.
L’amore, suggerisce Kinder Garden, non è tanto possedere qualcuno quanto continuare a scoprirlo, inoltre quel desiderio di conoscere ancora, non riguarda soltanto una persona, ma anche una versione di sé stessi che esisteva dentro quella relazione.
(Benedetta Rubini)
SERA prende la malinconia sentimentale e la trasforma in un piccolo manifesto pop generazionale. Con “Il Blues”, il giovane cantautore romano firma un brano che parla di cuori ostinati, visualizzazioni lasciate senza risposta e sentimenti che continuano a tornare nonostante tutto, scegliendo però l’autoironia al posto dell’autocommiserazione.
Lontano dagli immaginari tradizionali evocati dal titolo, “Il Blues” veste la nostalgia di leggerezza, muovendosi tra cantautorato pop e ritornelli immediati capaci di raccontare le fragilità della Gen Z con naturalezza e senza filtri. La scrittura di SERA è diretta, quotidiana e riconoscibile: sembra nascere da una conversazione notturna tra amici, trasformando le piccole sconfitte emotive in qualcosa di condivisibile e persino liberatorio.
(Ilaria Rapa)
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