PH: Ben Drame
Sembra di vivere nell’epoca dove tutto dev’essere estremamente esagerato, dove il successo si raggiunge solo quando va oltre i limiti e le emozioni, per avere un senso, devono essere prima condivise e poi davvero provate.
La nostra società chiede e pretende, e così, soprattutto i più giovani sono costretti ad accettare alcune regole del mercato, per tentare di stare al passo dei tempi, accaparrandosi la posizione migliore.
Non ci sono più Rockstar, è una provocazione di Alex Wyse, che diventa spunto utile a riflettere su quanto la musica sia in bilico tra arte e prodotto. Se il successo da questione di stile diventa uno stile da seguire per emergere, cosa succederà in futuro?
Meglio tenersi libertà e fantasia, preferiamo schierarci da questa parte della storia.
Se i sogni contano come vizio, allora sì, ne ho parecchi. Non fumo, non bevo, ma ho questa dipendenza inspiegabile per le emozioni vere.
Assolutamente sì. Il dolore è un maestro severo ma sincero. Lo ascolti, lo traduci in melodia e, se sei fortunato, diventa cura per qualcun altro. L’arte nasce spesso dove fa più male.
Ci vuole un tempo che non si misura in ore. È come scrivere una canzone: puoi avere l’idea in un secondo, ma servono giorni, a volte anni, per capire come suona davvero dentro. Il batticuore è il primo verso… l’amore è tutto l’album.
La felicità non ha limiti, penso abbia però dei confini fragili e devi saperci camminare sopra senza spezzarli.
Penso Lucio Battisti. uno dei tanti artisti italiani che rimaranno per sempre nella mia crescita e nella storia di tutti.
Perché il successo è un’eco: risuona forte, ma non sempre dice la verità. Ti trovi a rincorrere l’immagine di te che gli altri hanno costruito, e dimentichi chi sei davvero. Il trucco è non crederci troppo… e continuare a scrivere come se nessuno ascoltasse.
Come ogni macchina che lavora coi sogni, a volte li consuma invece di nutrirli. Ma non è tutta ombra. Ci sono mani pulite che ti stringono davvero, occhi che vedono oltre i numeri. Bisogna solo imparare a riconoscerli.
Sì, c’è. È come leggere il tuo diario ad alta voce davanti a sconosciuti. Fa paura, ma è anche liberatorio. Quando vedo qualcuno sotto il palco che chiude gli occhi e sussurra quel testo con me, capisco che non sono più solo. E forse nemmeno lui lo è.
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