ph. Gaia Rocca
Quando si parla di storie vengono in mente quelle che durano solo 24 ore su instagram, ed è brutto pensarla così. Tommi Scerd, con il suo nuovo disco dal titolo “C’era una volta” difende la bellezza dell’arte del raccontare, riuscendo a rubare piccoli spunti alla realtà per andare oltre, immaginare altri mondi ed esplodere verso una libertà creativa tipica di un cantastorie.
Il protagonista è l’amico che lascia tutto per cambiare vita, i sogni di chi guarda le stelle mentre si trovano a navigar nel blu del mare o il gusto e i profumi di un piatto che sa di festa e tradizione.
È il racconto di un ragazzo che prova ad abitare il mondo come si abita una fiaba: non per fuggire dal reale, ma per attraversarlo con maggiore precisione. La narrazione, del resto, accompagna da sempre l’essere umano: attraversa epoche e geografie, cambia lingua e forma, ma conserva una stessa tensione originaria, quella di mettere in relazione ciò che è distante, di costruire ponti invisibili tra persone che non si conoscono ancora, ma che stanno vivendo le stesse esperienze. Qui il quotidiano si apre al sogno, creando scenari onirici ricchi di possibilità verso l’infinito, non perdendo mai la vista stupefacente di chi guarda le cose, senza preconcetti, un po’ come chi cerca la meraviglia e ha la capacità di stupirsi davanti a tutto ciò che succederà.
Ho scoperto che delle storie non ne avremo mai abbastanza finché siamo su questa Terra. Uniscono in orizzontale le persone che si riconoscono nella stessa narrazione o ne condividono una parte, ma sono anche il film sulla nostra vita che scorre nel cinema della mente , che si aggiorna sempre e unisce tutti i periodi. Possiamo anche seguirle come una caccia al tesoro.
Non sono sicuro. Credo che ogni storia dica molto di chi la racconta e credo che chi racconta stia sempre dando un proprio punto di vista.
Credo che comunicare raccontando, in particolare storie, sia prima di tutto una predisposizione, quasi un bisogno spontaneo.
C’è chi ama lo sport, chi ama viaggiare, e chi invece è naturalmente attratto dalle storie.
Sono pieno di curiosità e di speranza verso il mio futuro. Voglio incontrare gli artisti che stimo e avere uno scambio da pari. Voglio regalare parole capaci di raccontare i grandi cambiamenti che stiamo vivendo come comunità e come epoca. Parole in cui qualcuno possa riconoscersi.
Non lo penso. Credo che, in fondo, crescere sia solo un continuo cambiamento di prospettiva: osservare le cose che cambiano.
Non saprei. Se avrò un figlio, sicuramente dovrò fare una scelta a riguardo.
Ho però il sospetto che, più parli a un bambino che stai crescendo, più entri chiaramente in comunicazione con lui, e meglio è.
Se con meraviglia intendi uno stupore positivo, credo che i momenti in cui ci si meraviglia siano sempre dietro l’angolo, ed è proprio per questo che la gente tiene duro anche nei momenti più bui.
Se invece intendi lo stupore in generale, questo per l’umanità è un momento assurdo, che dimostra come ci sarà sempre qualcosa ad attenderci che ci meraviglierà.
Sembra certe scene dei film di Miyazaki. Mi piace moltissimo.
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