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Management: “Dovrebbero educarci al dolore” | Indie Talks

Parlare delle proprie sofferenze può servire a liberarsene. I Management non hanno paura di raccontare storie difficili di persone normali che in realtà stanno combattendo guerre personali, a volte senza neanche cercare aiuto negli altri.

Anita, all’apparenza sembra una ragazza come tante, in realtà sta lottando contro i propri demoni interiori. Ha paura di non essere capita, di sentirsi sbagliata, ma in realtà cerca di sopravvivere alle banalità che sente cercando d’inseguire i propri sogni, con il rischio di trasformare i desideri in incubi.

Dentro la poetica dei Management da sempre possiamo cogliere un sentimento di autodistruzione, che nasce dalla speranza di poter cambiare le cose, mettendosi in gioco al 100%, rischiando di subire completamente le conseguenze delle proprie scelte. Un proverbio dice che bisogna fare qualcosa solamente se il gioco vale la candela, ma piuttosto che aspettare di spegnersi meglio bruciare più forte.

MANAGEMENT X INDIE TALKS

Perché Anita è diversa dalle ragazze della sua età?

Non è diversa. È una di quelle poche che vuole sopravvivere alla banalità e cerca qualcosa che sia più vero, un sogno tutto suo e non indotto dalle mode del momento.

Che rapporto avete con il dolore e come esce nelle vostre canzoni?

Il dolore fa parte della vita, come la gioia, come il godimento e la sofferenza.

Dovrebbero educarci al dolore ed alla morte, semplicemente come cose che esistono, che possono essere raccontate, senza cadere nel tranello del parlar sempre d’amore e di estate, solo perché vende di più.

PH: Germana Stella

Come si può salvare dall’autodistruzione, smettendola di essere nemici di noi stessi?

Io non lo so.

Credete nel futuro o avete smesso?

 Se tutto va bene il mondo sarà vivibile, al massimo, per altri cento anni (molto meno). Non mi sembra furbo organizzare il futuro

Quanto è difficile trovare la giusta risposta alle domande della vita?

Se la depressione è la malattia più diffusa al mondo, credo che sia molto difficile.

Perché l’essere umano ha paura delle proprie fragilità?

 Perché viviamo in un’epoca in cui bisogna nasconderle dietro atteggiamenti di successo, vincenti, imprenditoriali.

Insomma, una persona fragile,  per lo “spettacolo” è uno sfigato.

Viva gli sfigati.

Come potreste convincerci, utilizzando il testo di una vostra canzone, che vale la pena soffrire per amore o del contrario?

Non vogliamo convincere nessuno, è una teoria che fa acqua da tutte le parti

È paradossale, ma stare male può portare alla felicità?

Un grande piacere può portare grandi dolori, e invece grandi dolori, spesso, possono portare alla strada per la felicità.

Ma non è detto, aggiungo.

Nicolò Granone

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